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carema doc

Tra Piemonte e Valle d’Aosta sopravvive una delle viticolture più estreme d’Italia

Guido Gabaldi
di Guido Gabaldi
21 maggio 2026 | 09:30

Ci sono posti in cui il paesaggio e il vino sembrano influenzarsi a vicenda, e il paesino di Carema (To) è uno di questi. Arrivando dall'autostrada Torino-Aosta, poco prima che il Piemonte finisca e la Valle d'Aosta cominci, il fondovalle si stringe, la Dora Baltea scorre in basso tra i sassi e le terrazze con le viti si arrampicano sulla roccia, scalini di un anfiteatro costruito da qualche civiltà scomparsa. Tutto vero, tutto inciso con fatica sulle tavole di pietra della storia: quei muretti a secco, quelle pergole basse di legno di castagno, quelle colonne di pietra grigia - i pilùn, in dialetto locale - sono lì da secoli, pazientemente costruiti e ricostruiti di generazione in generazione. Di una bellezza romantica e singolare, tanto che nel 2024 i Paesaggi Terrazzati Viticoli e Agricoli del Mombarone sono stati riconosciuti nel Registro Nazionale dei Paesaggi Rurali Storici.

Tra Piemonte e Valle d’Aosta sopravvive una delle viticolture più estreme d’Italia

Il borgo di Carema

A parte i riconoscimenti, si capisce subito che è un panorama speciale: basta contemplarlo senza fretta. I pilùn  sono un po’ il simbolo di Carema: alti pilastri in pietra e calce che reggono le travi di castagno su cui le viti si distendono a pergola, ombreggiando i viottoli sottostanti. D'estate, camminare tra i filari è come entrare in una cattedrale vegetale. D'autunno, con il fogliame rosso e giallo che si staglia sul grigio della roccia e sulla nebbia che sale dalla Dora, i passeggiatori solitari diventano qualcosa di simile a un'apparizione. Non stupisce che Mario Soldati amasse questo vino - e per estensione questo luogo -  per il suo “gusto inimitabile di sole e di pietra”.

Un vino di nicchia, ma in senso stretto

Il Carema Doc si basa sul Nebbiolo, lo stesso vitigno del Barolo e del Barbaresco. Ma mentre nelle Langhe il Nebbiolo è stato inglobato nella logica del successo, con superfici, marketing e prezzi a volte poco comprensibili, a Carema tutto si svolge su scala umana, domestica, ma più che altro familiare. L'intera denominazione occupa circa 15 ettari - l'equivalente di una singola vigna media nel cuore di Barolo - e la produzione annua della cantina cooperativa non supera le 50.000 bottiglie. Un limite di cui lagnarsi ? No, un'identità.

Tra Piemonte e Valle d’Aosta sopravvive una delle viticolture più estreme d’Italia

Carema Doc: la vendemmia

La Cantina Produttori Nebbiolo di Carema fu fondata nel 1960 da un gruppo di 10 viticoltori residenti. Oggi conta 101 soci, tutti produttori part-time, con un'età media di 55 anni,  che racconta la sfida del ricambio generazionale. Sono insegnanti, operai, pensionati, impiegati. Dopo il lavoro o nei fine settimana salgono sulle terrazze, potano, legano, vendemmiano. Da oltre 60 anni, generazione dopo generazione, la collaborazione di famiglie di viticoltori caremesi ha contribuito alla salvaguardia di un vino e di un territorio terrazzato unici nel proprio genere. La cantina è la struttura collettiva che raccoglie le uve, vinifica, affina e commercializza. Il meccanismo è quello cooperativo nella sua forma più autentica: piccoli pezzi di terra, grande identità comune.

Tra Piemonte e Valle d’Aosta sopravvive una delle viticolture più estreme d’Italia

Il Carema Doc si basa sul Nebbiolo

Viticoltura eroica, non è un'iperbole

Quante volte si sente parlare di viticoltura eroica e si fa spallucce? “Bah, il solito raccontino”, viene automatico pensarlo.  A Carema si fa sul serio. Le terrazze sono troppo strette, troppo ripide e frastagliate per dare accesso al trattore e -figuriamoci!- alla vendemmiatrice. Ogni operazione - la potatura invernale, la legatura dei tralci con le gure (strisce di giunco, tecnica antichissima ancora in uso), la raccolta a metà ottobre ed oltre - si fa a mano, schiena piegata, cassette portate a spalla lungo i gradini in pietra. La resa per ettaro è bassissima, frutto non solo della scelta qualitativa ma della natura stessa del terreno. E dunque se si parla di "viticoltura eroica", Carema è in prima linea: non è uno slogan, è la descrizione fedele di ciò che si ripete ogni anno su queste terrazze, ad autunno inoltrato.

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Le terrazze di Carema

Una gita al di là del convenzionale

Carema si trova a meno di un'ora da Torino e a pochissimi chilometri dall'ingresso in Valle d'Aosta. La posizione la rende ideale per chi voglia combinare vino e montagna in una sola giornata - o in un fine settimana lungo. La cantina organizza visite tra i filari con degustazione, e passeggiate tra i pilùn con un calice in mano, guardando le Alpi che chiudono l'orizzonte: un'esperienza che si imprime. Si cammina tra i filari posti lungo il fianco della montagna e si possono scoprire alcuni luoghi storici del paese, mentre si ascoltano storie di fatica e di amore per la terra,  per le proprie radici.

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I pilùn sono un po’ il simbolo di Carema

Attorno, il Canavese offre un’esperienza gastronomica di tutto rispetto: formaggi di alpeggio, salumi, il riso di Baraggia, la torta di nocciole. Basta qualche chilometro per trovare l'Erbaluce di Caluso, altra eccellenza vinicola sconosciuta al grande pubblico. Per chi ama le gite a tema - metà cultura locale, metà paesaggio, piacere della tavola tutto intero- questo angolo di Piemonte settentrionale è una destinazione da rivalutare.

Cinque vini da conoscere

La cantina propone una gamma che vale la pena di esplorare, partendo dalle etichette  più immediate fino a quelle che richiedono pazienza.

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Cantina Produttori di Carema: alcuni vini

  • Il Tournet Rosato, blend di Nebbiolo e Neretti vendemmiati a ottobre, è il vino di tutti i giorni: colore rosa scarico, fresco, fruttato, senza fronzoli. Il tipo di bottiglia che si apre senza pensarci troppo.
  • Poi c'è il Lunaneuva, Metodo Classico da uve Nebbiolo in purezza: uno spumante rosé che dopo 36 mesi sui lieviti sviluppa un perlage fine e una complessità inaspettata, con note di lampone e spezie tipicamente piemontesi. Non molti immaginavano che dal Nebbiolo si potesse fare uno spumante così elegante. Quattromila bottiglie l'anno, da cercare con una certa determinazione.
  • Il cuore della produzione è il Carema Doc - etichetta nera - 100% Nebbiolo, affinato 12 mesi in botti grandi di rovere francese: rosso rubino con riflessi granati, speziato, morbido al palato, con un retrogusto lungo che torna su cannella e noce moscata. È il vino di Carema nel suo carattere più accessibile, e il rapporto qualità-prezzo è ancora oggi tra i migliori del panorama piemontese.
  • Un gradino sopra si trova il Carema Riserva Doc - etichetta bianca - da vigne selezionate nelle esposizioni migliori, con macerazione più lunga e affinamento di due anni in legno. Granato con riflessi aranciati, bouquet di fiori secchi, liquirizia, cacao, tannini setosi. È il Carema da meditazione, da aprire per un'occasione importante o da mettere in cantina qualche anno. Molto adatto all’invecchiamento.
  • Infine, solo nelle annate migliori, esce il Carema Doc affinato in Tonneau - circa 3.000 bottiglie - che completa il percorso di macerazione lunga con un passaggio in botti piccole di secondo utilizzo: vaniglia, caffè, tabacco, un profilo più ricco e avvolgente. Una versione diversa dello stesso terroir, per chi voglia esplorarne i confini.

Resistenza montanara

Quella di Carema vino, Carema paese, è una storia di resistenza montanara, di tenacia collettiva e di affermazione, lenta e inesorabile. In un'epoca in cui il vino italiano partecipa allo spettacolo enologico globale - punteggi alti, prezzi vertiginosi - il Nebbiolo di Carema rimane fedele a una misura diversa. Non si vende come un lusso da sfoggiare, si vende per quello che è: il risultato di un lavoro duro, fatto da gente comune in un posto bellissimo e difficile, grazie a un vitigno capace di dare emozioni. Vale la pena andarci, camminare tra i pilùn, degustare sul posto. E magari portarsi a casa qualche bottiglia da aprire con calma, quando si è pronti a dar loro il tempo che meritano.

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