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SchigiBier

Luigi “Schigi” D’Amelio rilancia dalla Brianza con un progetto brassicolo ispirato al Belgio

Carlo Vischi
di Carlo Vischi
food&beverage advisor
23 maggio 2026 | 12:30

Nel panorama della birra artigianale italiana capita raramente che un birraio già riconoscibile scelga di avviare un progetto parallelo senza trasformarlo in una rottura con il passato. SchigiBier, nato nel 2025 a Burago di Molgora, in provincia di Monza Brianza, si muove proprio dentro questo equilibrio. Il marchio prende forma come spin-off interno al birrificio Hibu e viene affidato interamente a Luigi “Schigi” D’Amelio, figura storica della scena brassicola nazionale. Non un’etichetta collaterale né una linea speciale occasionale, ma un progetto produttivo autonomo, con una propria identità stilistica e una produzione iniziale di circa 500 ettolitri. 

Luigi “Schigi” D’Amelio rilancia dalla Brianza con un progetto brassicolo ispirato al Belgio

Il fondatore Luigi “Schigi” D’Amelio

Un progetto che punta sulla continuità più che sull’effetto novità

L’operazione non nasce per inseguire una tendenza di mercato. Piuttosto, sembra il tentativo di costruire uno spazio più personale, in cui Schigi possa lavorare su un repertorio brassicolo che da anni appartiene alla sua formazione tecnica e culturale.  SchigiBier mantiene per ora una dimensione volutamente contenuta con una produzione di 500 ettolitri nel 2025. Le birre vengono distribuite a livello nazionale attraverso Partenocraft, mentre la vendita diretta si concentra nello spaccio di Burago di Molgora.  In una fase in cui molta birra artigianale sembra inseguire rotazioni continue e ricette costruite per sorprendere rapidamente, SchigiBier sceglie una strada diversa. Le produzioni parlano soprattutto di continuità stilistica e precisione tecnica.

Luigi “Schigi” D’Amelio rilancia dalla Brianza con un progetto brassicolo ispirato al Belgio

Lo stile di SchigiBier guarda alla tradizione brassicola belga

Il progetto vuole costruire nel tempo un’identità leggibile, senza moltiplicare le uscite o rincorrere linguaggi grafici aggressivi. Anche la scelta di limitare la gamma stabile a poche referenze sembra andare in questa direzione. Più che un debutto costruito sull’effetto novità, SchigiBier appare così come il tentativo di fissare una sintesi personale dopo anni di esperienza nel settore brassicolo italiano. Il progetto trova anche una propria presenza fisica nell’Hibu On Tap di Concorezzo, pub con circa cento posti interni e altrettanti esterni, costruito su una proposta classica da public house contemporanea: hamburger, fritti, taglieri e una rotazione di spine che ospita le produzioni della casa. Accanto alla normale attività di somministrazione, lo spazio ospita occasionalmente degustazioni e corsi dedicati alla birra.

Il Belgio come linguaggio produttivo

Chi conosce il percorso di D’Amelio sa quanto il Belgio rappresenti un riferimento costante nel suo modo di interpretare la birra. Non solo come archivio di stili, ma come metodo produttivo e idea di bevibilità. Le birre oggi stabilmente in produzione raccontano già questa direzione. La Karasciò, Belgian Blond da 4,7 gradi con dry hopping di Centennial, mantiene una struttura semplice e diretta, ma cerca una lettura più contemporanea attraverso il lavoro aromatico del luppolo. Più esplicita nel dialogo tra tradizione e contaminazione è invece I’m A Peach, blanche con pesche in fermentazione che richiama volutamente il Bellini. Non una fruit beer costruita sulla dolcezza, ma una birra che lavora sull’equilibrio tra componente speziata, acidità e profilo aromatico del frutto. La A.K.A. IYKYK, dry hopped blond da 5,2%, si muove su un registro ancora più secco, con note tropicali affidate al Citra e una struttura volutamente essenziale.

Belfagor e il rapporto con la tradizione Tripel

Il cuore del progetto resta però Belfagor, Tripel da 9,5 gradi che oggi rappresenta anche la birra più venduta della linea. Qui emerge con maggiore chiarezza il rapporto di Schigi con la tradizione belga. La birra nasce infatti da un legame costruito negli anni attraverso viaggi, studio e frequentazioni dirette dei territori brassicoli fiamminghi e valloni. «Il mio stile preferito resta la Tripel», racconta Luigi D’Amelio. «Ho imparato a conoscerla nei viaggi in Belgio fatti con mio fratello Lorenzo Dabove, Kuaska. Mi hanno sempre colpito le interpretazioni più secche e taglienti della parte fiamminga». Il nome Belfagor riprende volutamente una tradizione commerciale tipica di molte Tripel belghe, spesso associate a figure demoniache o ingannatrici. Un riferimento che nasce dalla natura stessa dello stile: alta gradazione alcolica e sorprendente facilità di bevuta. «È una birra che inganna», spiega D’Amelio. «Ti accompagna con grande scorrevolezza nonostante i 9,5 gradi».

Luigi “Schigi” D’Amelio rilancia dalla Brianza con un progetto brassicolo ispirato al Belgio

SchigiBier: Belfagor

Nel racconto di Schigi emerge spesso il rapporto tra birra e cucina, affrontato però senza l’approccio didattico tipico di una parte del movimento craft italiano. Per Belfagor il riferimento gastronomico resta molto aperto. La Tripel viene descritta come una sorta di “jolly” capace di adattarsi sia a preparazioni delicate sia a piatti più strutturati. Secondo il birraio, l’abbinamento più convincente resta quello con i formaggi importanti, in particolare gli erborinati, ma la birra riesce a confrontarsi anche con carni arrosto o brasate grazie alla combinazione tra secchezza, alcolicità e componente speziata.

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