Quotidiano di enogastronomia, turismo, ristorazione e accoglienza
sabato 30 maggio 2026 | aggiornato alle 10:42| 119528 articoli in archivio

Dai rovi alle vigne premiate: la rinascita del vino all’Isola del Giglio è firmata Carfagna

Sull’Isola del Giglio la famiglia Carfagna ha riportato in vita antichi terrazzamenti abbandonati, recuperando una viticoltura storica fondata su lavoro manuale, Ansonaco e vinificazioni tradizionali. Un percorso iniziato alla fine degli anni Novanta contro ogni logica commerciale e diventato oggi simbolo di identità agricola e resistenza culturale

Mauro Taino
di Mauro Taino
Redattore
30 maggio 2026 | 07:30
Dai rovi alle vigne premiate: la rinascita del vino all’Isola del Giglio è firmata Carfagna

Sull’Isola del Giglio la viticoltura non è soltanto produzione agricola. È memoria, fatica quotidiana e ricostruzione di un paesaggio che per decenni aveva rischiato di scomparire sotto i rovi e l’abbandono, con un processo lento e continuo di abbandono rurale che ha cambiato profondamente la geografia agricola dell’isola. È dentro questa prospettiva che si inserisce il lavoro di Francesco Carfagna e della sua famiglia, protagonisti di un recupero agricolo che nel tempo è diventato anche un riferimento culturale per l’isola, oltre che un punto di osservazione privilegiato sul rapporto tra uomo e territorio. «All'inizio del nostro percorso -spiega -, mia figlia Irene aveva 8 anni e abbiamo avuto l'aiuto di mio figlio grande Mattia, che poi però ha scelto di trasferirsi in Francia dove vive tutt'ora». Il riconoscimento ricevuto da Francesco Carfagna da parte del Gambero Rosso che lo ha eletto vignaiolo dell'anno 2026 viene interpretato dallo stesso produttore come qualcosa che va oltre il premio in sé e la sua dimensione simbolica immediata. «È una sorta di Oscar alla carriera», racconta. Un riconoscimento che, a suo giudizio, premia soprattutto «la visione» avuta alla fine degli anni Novanta, quando la scelta di recuperare la viticoltura gigliese appariva a molti poco più di una stravaganza senza prospettive economiche reali.

Dai terrazzamenti in rovina alla rinascita delle vigne del Giglio

Quando i Carfagna iniziano il loro percorso, il contesto è molto diverso da quello attuale e anche la percezione del paesaggio agricolo è radicalmente mutata. L’isola aveva conosciuto per secoli una forte vocazione vitivinicola, ma negli anni Novanta la maggior parte dei terrazzamenti risultava abbandonata, invasa dalla vegetazione spontanea e progressivamente sottratta alla coltivazione attiva. Francesco Carfagna ricorda bene quel periodo e lo descrive senza attenuazioni: «Tutti quanti mi davano dello “scemo”». Oggi, osserva con ironia e con una certa distanza critica, la situazione si è quasi ribaltata, anche se il percorso per arrivarci è stato lungo e complesso.

La conformazione del terreno richiede un duro lavoro tra le viti
La conformazione del terreno richiede un duro lavoro tra le viti

Dietro quella che oggi viene definita “viticoltura eroica” c’è stato innanzitutto un lavoro materiale e costante di recupero del territorio, che ha preceduto qualsiasi intervento sulle vigne vere e proprie. Prima ancora delle piante, è stato necessario ricostruire il paesaggio agricolo nella sua struttura fisica. All’inizio il problema principale è stato riportare in vita i terreni: pulizia delle infestanti, recupero progressivo delle terrazze, sistemazione e ricostruzione dei muri a secco crollati nel tempo. Francesco aggiunge un dato temporale che restituisce la misura dell’intervento: «Ci abbiamo messo sette anni per riprendere questi tre ettari dall’abbandono».

Il titolare di Altura, Francesco Carfagna
Il titolare di Altura, Francesco Carfagna

La dimensione agricola, nel loro racconto, resta centrale e non viene mai edulcorata. Non c’è romanticismo costruito attorno alla fatica, ma piuttosto la consapevolezza concreta che coltivare in un’isola dalle forti pendenze richieda un approccio radicalmente diverso rispetto a molte aree viticole contemporanee. «È una lavorazione completamente manuale», spiega, sottolineando come la morfologia del territorio non lasci alternative operative. Ed è proprio questa manualità diffusa, unita alla configurazione fisica dell’isola, a contribuire in modo decisivo al carattere dei vini prodotti.

Il Giglio, l’isola di granito dove il mare entra nelle vigne

Il legame con il territorio emerge con particolare evidenza quando i Carfagna parlano delle caratteristiche produttive del Giglio, che non sono semplicemente condizioni esterne ma elementi strutturali della viticoltura locale. I vigneti sorgono su suoli granitici, in un ambiente esposto costantemente a vento, lunghi periodi di siccità e salsedine che arriva dal mare circostante. Irene Carfagna descrive in modo diretto l’effetto di queste condizioni sull’uva e sul vino: «Abbiamo grandi periodi di siccità, quindi il frutto che viene fuori sono frutti molto intensi di sapore e di colore. Il terreno granitico dà una bella acidità che bilancia il sole».

I vigneti sul mare della cantina Altura
I vigneti sul mare della cantina Altura

Francesco sintetizza il rapporto con il mare in una frase che restituisce la dimensione fisica del lavoro quotidiano: «Il mare è qua. Quando c’è vento arriva dentro la vigna. L’uva è salata quando si raccoglie». Una descrizione che evita qualsiasi costruzione retorica e rimanda direttamente all’esperienza sensoriale del vigneto. L’idea di vino che emerge dalle loro parole si fonda soprattutto sulla coerenza produttiva e sulla continuità del lavoro agricolo nel tempo. Irene Carfagna insiste molto su questo aspetto, soprattutto in un contesto territoriale limitato come quello del Giglio: mantenere un’identità precisa, senza rincorrere le mode del mercato. «Per noi è impossibile puntare sulla quantità», spiega. «È importante invece mantenere la qualità».

L’Ansonaco come identità storica del Giglio

Il centro della produzione resta l’Ansonaco, varietà storicamente legata all’isola e ancora oggi elemento dominante nelle etichette aziendali. Per Francesco Carfagna rappresenta molto più di un semplice vitigno autoctono: è parte integrante della storia economica e sociale del Giglio. «Era l’uva che faceva campare le famiglie in tutti i secoli passati», racconta. L’Ansonaco veniva infatti commerciato ben oltre i confini dell’isola grazie alla sua capacità di resistere ai lunghi trasporti via mare, diventando così una risorsa fondamentale per l’economia locale e per la sopravvivenza di molte famiglie.

Il centro della produzione resta l’Ansonaco, varietà storicamente legata all’isola
Il centro della produzione resta l’Ansonaco, varietà storicamente legata all’isola

Oggi quell’uva continua a essere il riferimento principale della produzione aziendale. Irene Carfagna stima che rappresenti circa il 70% delle bottiglie prodotte. Accanto all’Ansonaco trovano spazio il Rosso Saverio, un rosato ottenuto da Sangiovese, e l’Emtivì, prodotto da Malvasia, Trebbiano e Vermentino provenienti da viticoltori della costa toscana. Tra le produzioni più particolari c’è anche “Sole”, un vino nato da un’annata considerata irripetibile e quasi accidentale nella sua evoluzione. «Ha continuato a fermentare in cantina per quattro anni», racconta Irene, descrivendo un prodotto che si colloca volutamente fuori dalla linea ordinaria della cantina.

Wm Crociera

Senza chimica, ma non senza metodo: la scelta (radicale) dei Carfagna

Uno degli aspetti che più definiscono la filosofia produttiva dei Carfagna riguarda il modo di interpretare la vinificazione, che si pone in continuità con pratiche locali ormai poco diffuse. Francesco rivendica apertamente la scelta di continuare a fermentare l’Ansonaco sulle bucce, seguendo una tradizione storica dell’isola spesso abbandonata dall’enologia contemporanea. «Il nostro vino non somiglia a nessun altro», sostiene. Anche sul piano commerciale la posizione della famiglia resta distante da logiche di adattamento continuo alle tendenze di mercato. Francesco Carfagna lo spiega con una serie di immagini semplici ma efficaci: «Oggi il mercato lo vuole giallo, domani verde, dopodomani rosso. E tu che fai? Tutti i giorni cambi sistema?». Per i Carfagna, il riconoscimento ottenuto nel tempo deriva proprio dalla coerenza mantenuta nel lungo periodo. «Abbiamo fatto un vino che è quello in cui credevamo e non quello che il mercato voleva», osserva Francesco, criticando implicitamente una parte della produzione contemporanea orientata all’omologazione stilistica.

Irene Carfagna, figlia del titolare di Altura, in vigna
Irene Carfagna, figlia del titolare di Altura, in vigna

Nel racconto di Irene Carfagna trova spazio anche una riflessione più ampia sul concetto di vino naturale, affrontato senza rigidità ideologica ma con attenzione alle sue implicazioni pratiche e culturali. La produttrice ricorda come il movimento iniziale fosse legato soprattutto alla salvaguardia delle varietà autoctone e alla difesa dell’identità territoriale. Oggi, a suo giudizio, il rischio è che il termine venga progressivamente svuotato o trasformato in una moda commerciale. «Non basta dichiararsi naturali per essere buoni», osserva, sottolineando come un’agricoltura priva di chimica di sintesi richieda competenze ancora maggiori e un controllo costante in ogni fase del processo produttivo. Il punto centrale resta la capacità di accompagnare la natura senza forzarla. In vigna e in cantina il principio rimane lo stesso: «Facciamo il vino con un unico ingrediente: l’uva». Una posizione che viene presentata come pratica quotidiana più che come dichiarazione teorica.

[cartiglio_pers]1[/cartiglio_pers]

© Riproduzione riservata