Si è conclusa la quarta edizione di Regina Ribelle-Vernaccia di San Gimignano Wine Fest, l’evento che il Consorzio del vino Vernaccia di San Gimignano ha fortemente voluto e ideato, dedicandolo al vitigno simbolo di un’intera area produttiva e vinicola, la denominazione più antica, realizzato in partnership con l’amministrazione comunale di San Gimignano (Si). Un’edizione che porta con sé l’importanza di un doppio anniversario straordinario: i 750 anni dalla prima attestazione documentata della Vernaccia di San Gimignano e i 60 anni dal riconoscimento della Doc, la prima in Italia nel 1966.

La Vernaccia di San Gimignano festeggia un doppio anniversario
Nel pieno della crisi del vino, il ruolo dei Consorzi diventa decisivo
È proprio vero che quando il mare è calmo, ogni equipaggio sembra avere eguale maestria nel navigare. Ma è quando il mare si agita che si denota la vera abilità di chi governa il timone. Orbene, nel comparto vitivinicolo bisogna essere proprio propensi ad emulare lo struzzo e a nascondere la testa sotto la sabbia per non rendersi conto che le acque sono agitate. Molteplici le concause di tale procella, di cui la prima strutturale e le altre contingenti. La causa strutturale è la caduta tendenziale world wide del consumo di vino. Le cause contingenti si individuano principalmente nella scure dei dazi Usa sui vini europei, nell’inasprimento delle sanzioni previste dal codice della strada, sulla percezione (vera e sacrosanta) dell’eccessivo ricarico del prezzo dei vini al ristorante. Fatto è che al momento, nell’imminenza (ancora pochi mesi) della vendemmia 2026, nelle cantine del nostro Bel Paese c’è tanto di quel vino invenduto che esso è quasi l’equivalente della vendemmia scorsa! E allora cosa si fa? Domanda difficile alla cui risposta si perviene, pragmatico ed efficace il metodo, andando ad approssimazioni successive. A fronte di tale scenario è vieppiù gravosa la responsabilità delle entità consortili, timonieri dei vascelli.
Vernaccia di San Gimignano, una denominazione piccola nei numeri ma forte nell'identità
Al riguardo, best practice si palesa essere il Consorzio del Vino Vernaccia Di San Gimignano. Questo vino ottiene la Docg nel lontano anno 1993. Parliamo di un vitigno autoctono tra i più antichi della nostra Enotria. Il Disciplinare di produzione prevede quale area di produzione delle uve esclusivamente il territorio comunale di San Gimignano. Inoltre, è disposto che il vino sia prodotto in vigneti composti per almeno l’85% dal vitigno Vernaccia di San Gimignano, consentendo una presenza massima del 15% di altri vitigni a bacca bianca non aromatici, idonei alla coltivazione per la Regione Toscana. In termini di estensione dei vigneti, di cosa stiamo parlando? Facciamo parlare i numeri. La superficie vitata complessiva del Comune di San Gimignano è pari a duemila ettari; di questi, solo 750 ettari (ovvero il 38% circa), sono destinati alla produzione della Vernaccia di San Gimignano Docg. Una minoranza, quindi! È vero che la Vernaccia di San Gimignano Docg è la regina ribelle, in quanto unica presenza bianca in terra di rossi, e però è anche vero che essa è minoranza anche nel suo comune!

Il Disciplinare di produzione prevede quale area di produzione delle uve esclusivamente il territorio comunale di San Gimignano
Insomma, a dirla tutta e a dirla per bene, senza infingimenti: la Vernaccia di San Gimignano Docg nel suo territorio di elezione, è egemone ma non prevalente! Nella vendemmia 2025 sono stati prodotti 5.575.127 Kg di uva atta alla produzione di vino Vernaccia di San Gimignano Docg, pari a 3.851.717 litri di vino con un decremento del 6% circa rispetto all’anno precedente. Tutto sommato, ribadiamo qui il concetto della superficie vitata, essa è parva materia: appena 750 ettari di vigneti sono atti a produrre la Vernaccia di San Gimignano Docg. Ma quanto è grande un ettaro? Abbiamo presente un campo di calcio? Ecco, un campo di calcio è 0,7 ettari. Quindi 750 ettari sono all’incirca mille campi di calcio. Tutto qui! E quante bottiglie si ricavano da mille campi di calcio? Nel caso della Vernaccia di San Gimignano Docg, stante la resa per ettaro come da disciplinare, siamo vicini, nella vendemmia 2025 a poco più di 4milioni di bottiglie. Poco più di quattro milioni di bottiglie di Vernaccia di San Gimignano Docg a beneficio dei (veri ed esigenti) wine lovers del nostro pianeta.
Sette secoli e mezzo di storia tra documenti e letteratura
In breve, ripercorriamo la storia della Vernaccia: ci è di aiuto per interpretare o scenario attuale. Le prime testimonianze storico-documentali riferiscono dell’esistenza di terre vignate presso la “corte de Gemignano” sin dall’anno 1032 e quelle archeologiche fanno, addirittura, risalire la viticoltura della zona all’epoca etrusca; del vitigno Vernaccia si inizia a parlare già dal 1200, in concomitanza con un rapido e massiccio sviluppo della produzione e della commercializzazione del vino di San Gimignano che, per secoli, rappresenterà la principale attività agricola ed economica locale. Insomma, tanto per dare l’idea, cominciamo a parlare addirittura di millennio, altro che qualche secolo fa!

Le prime testimonianze storico-documentali riferiscono dell’esistenza di terre vignate presso la “corte de Gemignano” sin dall’anno 1032
Intrigante le ipotesi dell’etimo. Secondo alcuni, potrebbe derivare da vernus, cioè inverno, così indicando la resistenza varietale ai rigori invernali; oppure da vernaculus, termine tardo latino con il quale ci si riferiva a tutto ciò che era locale, non importato. La storia, si sa, è un fiume carsico: le età dello splendore e quelle del declino. Grande successo, ben aldilà del proprio territorio, nell’epoca rinascimentale, e melanconico declino fino alla seconda metà dello scorso secolo. Ambasciatori (così li definiremmo oggi !) della Vernaccia di San Gimignano nel Rinascimento furono influencer mica di poco conto: Dante, Cecco Angiolieri, Folgòre da San Gimignano, Boccaccio, Geoffrey Chaucer, Michelangelo Buonarroti, Giorgio Vasari e Francesco Redi, l’autore del ditirambo “Bacco in Toscana”.
Dante, nel canto XXIV del Purgatorio cita la vernaccia riferendosi al papa Martino IV che espiava con il digiuno le anguille di Bolsena e la vernaccia. Testualmente:
"Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di là da lui più che l’altre trapunta
ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
dal Torso fu, e purga per digiuno
l’anguille di Bolsena e la vernaccia"
La "Regina Ribelle": il bianco che sfida una terra di rossi
Nel muovere i suoi primi passi meritatamente nobilitata dalla Docg, siamo all’ultimo decennio dello scorso secolo, la Vernaccia di San Gimignano deve prendere due decisioni:
- darsi un posizionamento distintivo
- guadagnarsi spiccata visibilità.

Regina Ribelle-Vernaccia di San Gimignano Wine Fest ha celebrato la Vernaccia di San Gimignano
Il posizionamento distintivo è delicato in quanto per certi versi duplice. Prima di tutto si tratta di trovare posto, unico bianco, nel panorama vasto di tanti rossi. Alcuni già blasonati, altri un po' meno ma comunque di grande fama anche all’estero, sebbene il più delle volte assimilati al “fiasco”, altri emergenti e portatori di moda forse scellerata, quella dell’ammirato trionfo di vitigni alloctoni. In questo scenario fa premio proprio l’unicità ed il vezzo, agevolato dalla desinenza al femminile (è la Vernaccia; altri sono il Chianti, il Brunello, il Morellino) di promuovere e perseverare nell’immagine della “regina”. Regina e, per giunta ribelle: sorta di ribellione al maschilismo dei rossi, una femminista sui generis, insomma!
Un vino di confine tra Nord e Sud
Ma si tratta anche di darsi posizionamento distintivo in funzione delle sue caratteristiche organolettiche. E qui subentra lettura originale che trae spunto dal territorio, questa porzione della Val d’Elsa sorta di limes tra i vini del nord e i vini del sud. Ci sia consentita facezia, ammesso, però, che di sola facezia trattasi e, in ogni caso, essa ha pertinenza in contesto. Essa riguarda la “meridionalità” e, in contrappasso, la “settentrionalità”. Orbene, ognuno di noi è meridionale di qualcuno e, al contempo, ognuno di noi ha un meridionale! La Vernaccia di San Gimignano Docg, con il suo colore giallo paglierino, con i suoi sentori fruttati, con la sua calibrata sapidità è un “bianco limes”: il più meridionale dei vini bianchi del nord e il più settentrionale dei vini bianchi del sud! Sorprendente, eccola spiccare in questo caso per “meridionalità”, la sua capacità di invecchiamento, allorquando evolve esprimendo pregevolezza organolettica sublime. Non a caso e caso raro tra i vini bianchi, della Vernaccia di San Gimignano Docg esiste anche la Riserva.

La Vernaccia di San Gimignano si presta a diversi abbinamenti col cibo
Il suo essere “bianco limes” la rende attrattiva anche per duttilità di abbinamento. Regina (!) indiscussa nella cucina di mare, la troviamo accogliente con le carni bianche e con quasi tutti i formaggi:
- Pecorino
- Toscano Dop
- Casciotta d’Urbino Dop
- Mozzarella di Bufala Campana Dop soprattutto.
Comunicare il vino con un linguaggio nuovo
Acclarato il posizionamento distintivo, c’è da capire adesso la “spiccata visibilità”. Ed anche a tale proposito, il Consorzio, validamente presieduto da Manrico Biagini, dimostra di saper agire con lodevole arguzia e robusta competenza. Le masterclass riservate alla stampa di settore nei due giorni precedenti la Wine Fest sono state condotte (e partecipate) secondo una new wave che finalmente bandisce le gergalità sacerdotali, dismette le liturgie e parla il linguaggio semplice e chiaro atto ad includere i nuovi accorti consumatori del vino.

La vicepresidente del Consorzio Lisanna Boschini
È così che bisogna agire, onde continuare a navigare efficacemente in acque non tranquille. Quanto emerge dalle piacevoli ed interessanti conversazioni con i produttori e con la vicepresidente del Consorzio Lisanna Boschini, è insieme di segnali molto positivi: l’impegno corale ad un’ulteriore crescita qualitativa, lavorando sia in vigna che in cantina e il perseverare in una comunicazione sciolta, sorta di gradevole ed accattivante narrazione del territorio e del lavoro quotidiano. Insomma, si tratta di essere consapevoli che tradizione non è custodire ceneri bensì prodigarsi a ché la fiamma si mantenga viva. E già si lavora all’edizione 2027, consapevoli del meritato radioso futuro.
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