Nel cuore della Valpolicella Classica, tra terrazzamenti, suoli calcarei e antiche pergole, Domìni Veneti rappresenta oggi una delle interpretazioni più autorevoli ed eleganti del vino veneto. Nato nel 1989 come progetto d’eccellenza di Cantina Valpolicella Negrar, il marchio ha saputo trasformare la tradizione cooperativa in una ricerca raffinata sulla territorialità, dando voce alle microzone più vocate della denominazione attraverso vini capaci di coniugare profondità, precisione e identità. Dall’Amarone ai nuovi linguaggi del Valpolicella contemporaneo, Domìni Veneti racconta una visione in continua evoluzione, dove innovazione, sostenibilità e memoria dialogano nel calice con sorprendente armonia. Abbiamo parlato con Christian Zulian, direttore generale di Cantina Valpolicella Negrar, per approfondire l’evoluzione della Valpolicella contemporanea, tra identità territoriale, ricerca agronomica e nuove interpretazioni stilistiche del vino. Dalla valorizzazione delle microzone storiche alla sfida del cambiamento climatico, fino al debutto del nuovo Valpolicella.
L'intervista a Christian Zulian
Christian Zulian, direttore generale di Cantina Valpolicella Negrar
Domìni Veneti nasce nel 1989 come progetto d’eccellenza di Cantina Valpolicella Negrar. Quale esigenza culturale ed enologica sentivate allora più urgente per la Valpolicella Classica?
“Domìni Veneti nasce nel 1989 per dare voce, con un progetto dedicato, alla qualità e alla complessità della Valpolicella Classica. Cantina Valpolicella Negrar aveva già una lunga storia cooperativa alle spalle, nata nel 1933 dal lavoro dei viticoltori del territorio. Con Domìni Veneti, nel 1989, si è voluto costruire un progetto capace di dare voce al patrimonio viticolo della Cantina: le vigne, le microzone, le varietà autoctone, l’appassimento, ma anche la competenza tecnica maturata nel tempo. L’esigenza era culturale prima ancora che commerciale: raccontare che la Valpolicella Classica non era soltanto una denominazione conosciuta, ma un territorio articolato, fatto di suoli, esposizioni, altitudini e storie agricole diverse. Domìni Veneti nasce per dare forma a questa complessità e per portarla nel calice con vini capaci di unire identità territoriale, qualità e riconoscibilità stilistica”
La Valpolicella come mosaico di microzone
Le vostre uve provengono da microzone storiche come Jago, Torbe, Moron, Mazzurega e Castelrotto. Quali differenze espressive emergono tra queste?
“La Valpolicella Classica non è un territorio uniforme. È un mosaico di vallate, esposizioni, altitudini e suoli diversi, e questa variabilità si riflette in modo evidente nei vini. Microzone come Jago, Torbe, Moron, Mazzurega e Castelrotto permettono di esprimere sfumature differenti dello stesso territorio. Cambiano le esposizioni, la quota, la composizione dei suoli, la ventilazione, la maturazione delle uve. Da questi elementi nascono profili gustativi diversi: alcune aree possono esprimere maggiore finezza e freschezza, altre più struttura, profondità o intensità aromatica. Quello che ci interessa non è semplificare queste differenze in formule rigide, ma assecondare con rigore. Il valore di Domìni Veneti sta anche in questo: avere accesso a un patrimonio viticolo ampio e articolato e poterlo interpretare con precisione, valorizzando ogni area per ciò che può esprimere al meglio”
Cosa significa, concretamente, seguire ogni parcella con un approccio “sartoriale”?
“Significa partire dalla consapevolezza che ogni vigneto ha una propria identità. Non esistono solo “uve della Valpolicella” in senso generico: esistono vigneti, suoli, esposizioni, altitudini, varietà e annate che si comportano in modo diverso. Un approccio sartoriale significa osservare ogni parcella nel suo equilibrio specifico e accompagnarla con scelte agronomiche e tecniche coerenti. Significa conoscere il comportamento delle vigne, capire quali grappoli sono più adatti all’appassimento, quali uve possono esprimersi meglio nella vinificazione da fresco, quali aree esprimono maggiore finezza, struttura, frutto o profondità. In una realtà cooperativa questo lavoro è ancora più importante, perché il patrimonio viticolo è ampio e diffuso. Serve una regia tecnica capace di tenere insieme il lavoro dei soci, la conoscenza dei vigneti e l’obiettivo enologico finale. Il vino nasce nel vigneto, ma prende forma pienamente solo quando agronomia ed enologia lavorano dentro la stessa visione”
Le nuove sfide della Valpolicella tra clima e uve dimentcate
In un’epoca di cambiamento climatico, quali sono oggi le principali sfide agronomiche in Valpolicella?
“Il cambiamento climatico è una realtà evidente e va letto con lucidità. In Valpolicella, storicamente, raggiungere livelli ottimali di maturazione non era sempre semplice; oggi l’aumento delle temperature ha reso in alcuni casi più agevole arrivare a una piena maturità. Allo stesso tempo, però, sono emerse nuove criticità. Le nostre varietà sono sensibili alle scottature solari e questo rende sempre più importante una gestione attenta della parete fogliare, capace di proteggere i grappoli e mantenere equilibrio nella maturazione. La sfida è trovare un nuovo equilibrio: preservare freschezza, integrità aromatica e sanità delle uve in un contesto climatico in mutamento. Da questo punto di vista l’Amarone ha una particolarità interessante: nasce da uve raccolte prima della piena maturazione e prosegue poi il proprio percorso in fruttaio. Questo gli consente di risentire in modo diverso degli effetti climatici e di conservare una componente di freschezza che è anche la chiave per la sua longevità”
Nel vostro vigneto sperimentale coltivate oltre 40 varietà, incluse uve quasi estinte. Ci sono varietà che vi hanno sorpreso particolarmente?
“Il vigneto sperimentale è uno degli strumenti più interessanti per guardare al futuro senza perdere il legame con la storia. Coltivare e osservare varietà dimenticate o quasi estinte significa recuperare una parte del patrimonio genetico e culturale della Valpolicella. Tra le varietà che meritano attenzione c’è sicuramente la Spigamonti, una varietà autoctona poco conosciuta ma interessante per il contributo che può dare al colore e alla variabilità dei vini. È una varietà che si riconosce anche visivamente, per le venature rossastre delle foglie, e che racconta bene quanto il patrimonio viticolo della Valpolicella sia più ricco di quanto spesso venga percepito. Più che cercare la “varietà rivelazione”, però, il punto è un altro: queste uve ci aiutano a capire quanto valore ci sia ancora da esplorare dentro il nostro territorio. Alcune potranno avere un ruolo agronomico, altre enologico, altre ancora culturale. Ma tutte contribuiscono a una conoscenza più profonda della Valpolicella”
Crede che la biodiversità viticola possa diventare uno degli strumenti più efficaci per affrontare il futuro del vino italiano?
“Sì, crediamo che la biodiversità viticola sarà sempre più importante. Non solo come valore culturale, ma come strumento concreto per affrontare il futuro. Il cambiamento climatico, l’evoluzione dei consumi e la necessità di produrre vini più equilibrati ci obbligano a guardare al vigneto con maggiore attenzione. Avere un patrimonio varietale ampio significa disporre di più possibilità: varietà diverse reagiscono in modo diverso al clima, alla siccità, al caldo, alle malattie, alle annate. La Valpolicella ha già dentro di sé un modello interessante, perché la sua identità nasce dall’equilibrio tra più varietà autoctone, non da una sola uva. Corvina, Corvinone, Rondinella, Molinara, Spigamonti e altre varietà locali raccontano una complessità che oggi può diventare un valore ancora più attuale. La biodiversità non è nostalgia. È una forma di intelligenza agricola”
Il nuovo Valpolicella: stile agile e contemporaneo
Il nuovo Valpolicella segna una svolta stilistica importante. Quando avete capito che era arrivato il momento di interpretare la denominazione in modo più agile e contemporaneo?
“Lo abbiamo capito osservando sia il mercato sia il potenziale della denominazione. Il Valpolicella è spesso rimasto all’ombra di vini più strutturati e celebrati, come l’Amarone e il Ripasso. Eppure è proprio nel Valpolicella che si trova una delle espressioni più immediate e autentiche delle uve fresche del territorio. Con il nostro Valpolicella abbiamo voluto riportare al centro questa immediatezza: il frutto, la freschezza, la piacevolezza, la capacità di accompagnare il cibo e di dialogare con occasioni di consumo più contemporanee. Non si tratta di semplificare la Valpolicella, ma di renderla più leggibile oggi. Un vino nudo, agile, fresco, diretto, capace di raccontare il territorio in maniera schietta. È un modo per ricordare che la Valpolicella non è solo profondità e appassimento, ma anche energia, frutto e bevibilità”
Pensate che questo nuovo stile possa avvicinare le giovani generazioni al mondo della Valpolicella?
“? Sì, certamente. Le nuove generazioni cercano vini più immediati, meno codificati, capaci di entrare nella quotidianità senza perdere identità. Cercano freschezza, bevibilità, autenticità, ma anche un racconto chiaro. Il nostro Valpolicella va in questa direzione: è un vino che non chiede necessariamente una grande occasione, ma può accompagnare un aperitivo, una cena informale, un momento conviviale. Ha un linguaggio più diretto, ma resta profondamente legato alle varietà e al territorio della Valpolicella. Credo che avvicinare i giovani non significhi banalizzare il vino. Significa togliere distanza. Rendere il vino più accessibile, più comprensibile, più vicino ai modi contemporanei di vivere la convivialità”
Il vino come narrazione culturale del territorio e le prossime sfide
Definite Domìni Veneti anche un progetto culturale. Quale ruolo può avere oggi il vino nella narrazione di un territorio?
“Il vino ha un ruolo fondamentale, perché è uno dei modi più immediati e profondi con cui un territorio può raccontarsi. In una bottiglia non c’è soltanto un prodotto: ci sono suoli, varietà, paesaggio, lavoro agricolo, memoria, scelte tecniche, persone. Nel caso di Domìni Veneti, c’è anche una storia cooperativa nata nel 1933 e un progetto nato nel 1989 che fin da subito ha avuto l’ambizione di dare voce alla Valpolicella in modo più riconoscibile. Definire Domìni Veneti un progetto culturale significa riconoscere che il vino non è solo tecnica e mercato. È anche racconto, identità e responsabilità. Deve essere conosciuto, certo, ma anche vissuto nella sua dimensione più conviviale. è e resta un prodotto agricolo. Oggi il vino può aiutare a spiegare un territorio in modo non retorico: attraverso il paesaggio, le microzone, le varietà autoctone, la biodiversità, l’appassimento, la comunità agricola. Può diventare una chiave di accesso alla cultura di un luogo”
Guardando ai prossimi dieci anni, quale sarà la sfida più importante per Domìni Veneti?
“La sfida più importante sarà continuare a rendere riconoscibile la complessità della Valpolicella, senza perderne l’autenticità. Domìni Veneti dovrà rafforzare sempre di più il legame tra vini e luoghi, valorizzando le diverse aree, le varietà autoctone, l’appassimento, ma anche le espressioni più immediate e contemporanee del territorio. La direzione non è cambiare ciò che siamo, ma farlo evolvere. Nei prossimi anni sarà fondamentale tenere insieme più dimensioni: qualità, sostenibilità, ricerca, capacità di parlare ai mercati internazionali e vicinanza a nuovi consumatori. Il futuro della Valpolicella passerà dalla capacità di essere radicata e contemporanea allo stesso tempo. Domìni Veneti ha proprio questo compito: custodire il patrimonio della Cantina e renderlo leggibile nel presente, continuando a costruire valore per il territorio, per i soci e per chi sceglie i nostri vini nel mondo”
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