Erano gli anni ’80. Da qualche anno mi ero trasferito con la famiglia da Bari, la mia città natale, a Milano. Come per molti immigrati dell’epoca, i primi tempi erano inevitabilmente attraversati da una nostalgia costante, un legame mentale con le abitudini lasciate al Sud. A tratti, quel senso di distanza si attenuava e lasciava spazio alla fantasia. Mi capitava, per esempio, di fermarmi alla Stazione Centrale a osservare i treni diretti verso il Meridione, come se bastasse seguirli con lo sguardo per accorciare la distanza. Ma nella nostra famiglia c’era un ricordo ancora più forte e radicato: mio padre Mario. Salumiere da sempre, aveva gestito la sua attività nel quartiere San Pasquale, in via Re David, nel cuore di Bari. La nostra infanzia è stata segnata da un mondo che oggi quasi non esiste più: salumerie e drogherie piene di prodotti sfusi, disposti in scaffali e cassetti di legno, ambienti saturi di profumi e colori. Un’esperienza sensoriale completa, che ha costruito dentro di noi una memoria precisa, profonda. Oggi la chiameremmo “memoria del gusto”.
Milano, Peck e un rito familiare
A Milano eravamo arrivati inizialmente in via General Govone, allora zona periferica, per poi trasferirci in via Maroncelli, oggi pienamente inserita tra Porta Garibaldi e Corso Como. Ma per mio padre la salumeria non era solo un mestiere: era un richiamo continuo, un desiderio mai spento. Nella sua ricerca di qualcosa che potesse avvicinarsi a quel mondo, scoprì Peck, in via Spadari. Da quel momento nacque un rito. Ogni sabato, per anni, prendevamo il tram 12 verso il centro. La visita da Peck non era soltanto un acquisto: era un gesto simbolico, un modo per colmare una mancanza, ma anche un momento di soddisfazione personale. Andare da Peck, a Milano, era anche un fatto sociale.
Ogni sabato il tram portava verso Peck, rito familiare imprescindibile
Dalla distribuzione alimentare all’alta gastronomia
Anche il mio percorso professionale, in qualche modo, si è sviluppato lungo questa linea. Iniziai lavorando come venditore per Exportex, azienda leader nella distribuzione del tonno Rio Mare, in un periodo in cui salumerie e drogherie erano ancora diffuse anche in una città come Milano. Quel lavoro contribuì, almeno in parte, a colmare quel senso di nostalgia, permettendomi al tempo stesso di entrare nel settore alimentare proprio mentre Milano si affermava come “città da bere”. In quel contesto, Peck rappresentava molto più di una semplice gastronomia. Le sue vetrine erano una sorta di fotografia del successo: di un prodotto, di un vino, di un formaggio. Un punto di riferimento capace di anticipare, in qualche modo, ciò che oggi attribuiamo alla visibilità sui social o alle guide gastronomiche.
Alcuni dei prodotti di oggi di Peck
Il mio percorso continuò poi all’interno di aziende che oggi sono considerate punti di riferimento del settore enogastronomico. Collaborai con Longino & Cardenal, con la Fattoria dell’Oca Bianca - oggi Jolanda de Colò -, con Selecta e con Gran Chef di Bolzano. Ma soprattutto con Les Fromages di Alberto Marcomini, figura visionaria e grande conoscitore di formaggi, capace di selezionare prodotti in tutta Europa. In quegli anni vendevo anche i primi bicchieri Riedel, che iniziavano a diffondersi tra i professionisti. Fu proprio grazie a queste esperienze che riuscii, quasi con timidezza, a entrare in quello che per mio padre era sempre stato un luogo simbolico: Peck. L’incontro con i fratelli Stoppani segnò l’inizio di un nuovo capitolo. Da lì si aprì un mondo fatto di alta qualità e ristorazione di livello: da Gualtiero Marchesi, ai Santini dell’Antica Osteria del Ponte alla Cassinetta, fino al nascente Sadler all’Osteria di Porta Cicca sui Navigli. Realtà che entrarono progressivamente nel mio bagaglio professionale e umano.
Le radici della famiglia Stoppani
La storia degli Stoppani affonda le radici lontano nel tempo. Bisogna tornare al 1750, quando a Fornaci, nella periferia di Brescia, Giuseppe Stopana sposò Marta, di cui non si conosce il cognome. Da lì si sviluppò una lunga discendenza, fatta di passaggi generazionali che portarono fino a Enrico Stoppani (1841-1898), fabbro legnaio ma anche figura attiva nella vita pubblica: presidente della Congregazione di Carità, membro della giunta municipale e giudice conciliatore. Dalla sua unione con Giulia Andreis nacque la linea paterna degli Stoppani, arricchita anche dalla presenza di un sacerdote, don Andrea Stoppani. Come spesso accadeva all’epoca, la famiglia era numerosa: dieci figli tra maschi e femmine. Tra loro, dopo la scomparsa del primogenito Gianangelo (1935-1936), nacque Gianni Angelo il 23 marzo 1937, seguito da Mario, Gabriele, Remo, due figlie di nome Carla, e infine Lorenzo, Carlo e Lino. Quest’ultimo, classe 1952, sarebbe diventato nel 2006 presidente Fipe, dopo la laurea in Economia e Commercio conseguita alla Cattolica di Milano, frequentando un corso serale mentre lavorava.
La visione gastronomica e il successo di Peck
Gli Stoppani non erano cuochi, ma gastronomi. In milanese si direbbe “cervelle”, cioè salumieri. Avevano però uno sguardo estremamente attento alla tavola. Gastronomi nel senso più pieno del termine, hanno insegnato ai milanesi un’idea precisa di qualità: nella selezione dei prodotti e nella cura del servizio. I milanesi lo compresero e consacrarono Peck come la salumeria della città. Un risultato legato soprattutto alla visione di Angelo Stoppani - nominato Cavaliere del Lavoro nel 2003 - e dei suoi fratelli. A loro si deve una ricerca costante sulla qualità e uno sviluppo coerente della gastronomia.
Remo, Mario, Angelo e Lino Stoppani sotto l’insegna di Peck
Angelo era noto per il rigore assoluto e per l’assenza di compromessi. Controllava tutto: dalla preparazione dell’insalata russa - poi reinterpretata anche in versione caramellata da Carlo Cracco, che aprì successivamente Cracco/Peck in via Hugo - fino ai dettagli più tecnici, come il diametro della galantina o la stagionatura dei prosciutti. Non mancavano preparazioni complesse, difficili da replicare a casa: carni bianche farcite con uovo, tartufo e pistacchi, paté di selvaggina, torte di formaggio. Le vetrine erano un richiamo continuo: vitello tonnato, ravioli di zucca, salmone alle erbe, stracotti, gnocchi. Negli anni più recenti si aggiunsero anche filetti di acciughe e una selezione sempre più ampia di formaggi italiani e francesi, frutto di una ricerca meticolosa. Per gli appassionati, scendere al piano inferiore significava entrare in una delle enoteche più fornite di Milano, forse d’Italia. Un luogo curato da Ferdinando Cucca, altro protagonista silenzioso ma fondamentale.
Il passaggio ai Marzotto e una nuova fase
Il distacco della famiglia Stoppani iniziò nel 2010, quando Mario e Remo uscirono dall’azienda. Rimasero Angelo, il figlio Mauro e Lino. Intanto, in via Spadari, l’interesse intorno a Peck cresceva. Diversi soggetti avevano iniziato a farsi avanti, ma gli Stoppani nutrivano una particolare stima per la famiglia Marzotto. Così, in un momento considerato adatto anche per un passaggio generazionale, entrarono Pietro e Leone Marzotto. La Pasqua del 2013 segnò il momento simbolico di questo passaggio, chiudendo un’epoca e aprendone un’altra, sempre nel solco di quella stessa idea di qualità che aveva reso Peck un punto di riferimento.