Un breve periodo di affiancamento prima dell'inizio ufficiale del rapporto di lavoro può trasformarsi in un contenzioso dalle conseguenze economiche rilevanti. È quanto emerge da una vicenda che riguarda un hotel cinque stelle del Lido di Venezia, condannato a versare oltre 60mila euro tra risarcimento e spese legali dopo il licenziamento di una lavoratrice al termine del periodo di prova. La decisione, confermata anche dalla Corte d'Appello di Venezia, richiama l'attenzione di tutto il comparto dell'accoglienza su un aspetto spesso sottovalutato nella gestione del personale stagionale: l'affiancamento operativo non può sostituire un regolare rapporto di lavoro.
L'affiancamento è stato considerato attività lavorativa
La vicenda risale alla primavera del 2024. La lavoratrice era stata invitata a presentarsi in struttura alcuni giorni prima dell'avvio del contratto per familiarizzare con le mansioni che avrebbe dovuto svolgere come cameriera di sala. Complessivamente il periodo è durato cinque giorni, tre dei quali trascorsi all'interno dell'hotel. Al termine della prova, la direzione aveva deciso di interrompere il rapporto ritenendo la dipendente non idonea all'incarico. Nel corso del giudizio sono però emerse le testimonianze di alcuni colleghi, che hanno riferito di aver affiancato la lavoratrice nell'apprendimento del software gestionale utilizzato dal ristorante. Per il giudice questo elemento è risultato determinante, perché dimostrerebbe che la dipendente stava già svolgendo attività funzionali all'organizzazione aziendale, andando oltre una semplice osservazione o valutazione preliminare.
Prova di lavoro e contratto, tre giorni possono costare oltre 60mila euro a un hotel
A questo proposito Alessandro Klun (collaboratore di Italia a Tavola, autore del libro "A cena con diritto ed esperto di questioni legali relative al mondo della ristorazione e dell'accoglienza)osserva: «La vicenda evidenzia come il periodo di prova non rappresenti una fase “priva di regole”, ma costituisca un rapporto di lavoro pienamente disciplinato dalle norme giuslavoristiche e previdenziali. Ai sensi dell’art. 2096 c.c., il patto di prova deve essere stipulato per iscritto prima dell’inizio della prestazione; in mancanza, il rapporto si considera definitivo sin dal primo giorno. Se il lavoratore svolge attività lavorativa prima della formalizzazione del contratto o della comunicazione obbligatoria di assunzione, tale attività può essere qualificata come lavoro irregolare, con conseguenze molto gravose per il datore di lavoro, come la conversione del rapporto a tempo indeterminato (art. 19, D.Lgs. 81/2015) e l’applicazione delle tutele previste dall’art. 18 della Legge n. 300/1970, ove ricorrano i presupposti».
Il contratto si trasforma in tempo indeterminato
Secondo quanto stabilito dai giudici, quei giorni di attività sono stati qualificati come lavoro non regolarmente formalizzato. Da questa ricostruzione è derivata una conseguenza giuridica significativa: il contratto a tempo determinato è stato dichiarato nullo e il rapporto è stato considerato a tempo indeterminato fin dal primo giorno di presenza in azienda. In questo quadro anche il successivo licenziamento è stato ritenuto illegittimo, con l'applicazione delle tutele previste dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Alessandro Klun, esperto di diritto in cucina
Klun aggiunge: «Nel caso descritto, i giudici hanno ritenuto che l’affiancamento non fosse una mera osservazione o formazione preliminare, ma una vera prestazione lavorativa, incompatibile con un periodo di prova svolto irregolarmente. Da ciò è derivata la nullità del termine apposto al contratto e la conversione del rapporto a tempo indeterminato, con conseguente applicazione delle tutele contro il licenziamento illegittimo.»
Risarcimento, indennità e spese legali
La condanna ha previsto il pagamento di dodici mensilità, comprensive delle quote di tredicesima e quattordicesima, oltre a quindici mensilità aggiuntive come indennità sostitutiva del reintegro, scelta esercitata dalla lavoratrice in luogo del ritorno in servizio. A queste somme si sono aggiunti circa 6mila euro di spese legali, portando il costo complessivo della vicenda a oltre 60mila euro.
Un precedente che interessa tutto il settore Horeca
La sentenza rappresenta un richiamo per alberghi, ristoranti e pubblici esercizi che fanno largo ricorso a personale stagionale. La distinzione tra un semplice momento di osservazione e un'attività che contribuisce concretamente all'organizzazione del lavoro può avere effetti rilevanti sotto il profilo contrattuale. L'esperto conclude: «La decisione conferma un principio consolidato: la prova serve a verificare le reciproche capacità e l’idoneità, ma deve svolgersi nel rispetto delle leggi vigenti. Per le imprese si tratta di un monito sull’importanza di formalizzare correttamente ogni fase dell’assunzione, poiché anche pochi giorni di lavoro irregolare possono comportare conseguenze economiche e giuridiche rilevanti.» Per le imprese del comparto diventa quindi essenziale che ogni fase di inserimento del personale sia accompagnata da una corretta formalizzazione del rapporto, evitando situazioni che possano essere interpretate come prestazioni lavorative svolte senza le necessarie tutele previste dalla normativa.