In India il gusto ha regole diverse che in Italia. I drink sono spesso molto dolci oppure molto speziati. A volte dolci e speziati insieme, in una stratificazione che può lasciare perplesso l'amante della miscelazione classica. Il bere miscelato riflette una cultura gastronomica ricca di sapori in cui spesso spicy, dolcezza, erbe, spezie e umami convivono. Se la cucina indiana che mangiamo in Italia si ispira a quella local, rivisitata per venire incontro al nostro palato, i signature cocktail made in India sono spesso estremi e con una identità incerta.
I signature cocktail made in India sono spesso estremi e con una identità incerta
Durante gli otto giorni trascorsi tra Delhi e Gurgaon in occasione della India Cocktail Week, ho capito una cosa. La nuova miscelazione indiana ha energia, talento e un desiderio evidente di raccontarsi al mondo. Ma sta ancora cercando una grammatica propria, capace di tenere insieme identità locale e linguaggio internazionale. Da Potions, per esempio, la carta pensata per il party organizzato dei Bars Award sembrava costruita per stupire con lo Slow Burn con whisky infuso ai funghi Lion’s Mane e formaggio e lo spicy ghosted decorato con una tintura di Ghost Pepper.
Il caso Lair, grande assente
Tra i grandi assenti del circuito della India Cocktail Week c’è stato anche Lair, uno dei nomi più interessanti della scena locale (nei 100 World’s Best Bars). Un’assenza ancora più evidente perché il locale ha una doppia sede, di cui una proprio all’interno del centro commerciale di Gurgaon dove si è svolta parte della manifestazione.
Un cocktail di Lair, una delle voci più consapevoli della mixology indiana
Il menu di Lair racconta bene un altro lato della mixology indiana: più sofisticato, più narrativo, più consapevole. La carta, intitolata Flora & Fauna, costruisce un immaginario elegante attorno alla natura, agli animali, ai profumi e alle suggestioni sensoriali con illustrazioni, sezioni tematiche e una cura grafica quasi da libro da collezione. Anche la comunicazione del locale parla un linguaggio internazionale. Nel menu compaiono premi, collaborazioni con brand importanti e un’identità estetica molto definita. Proprio per questo la sua mancata partecipazione alla Cocktail Week ha pesato: Lair avrebbe potuto rappresentare una delle voci più mature e riconoscibili del panorama indiano.
Una manifestazione tra entusiasmo e fragilità
La India Cocktail Week, sulla carta, nasceva per mostrare questa nuova ambizione: eventi diffusi, competizioni, ospiti internazionali, networking, visibilità. Dal vivo, però, il quadro è apparso più complesso. C’erano entusiasmo, pubblico, talento e voglia di esserci. Ma anche una logistica non sempre fluida, alcune tensioni con gli ospiti internazionali e assenze importanti tra i bar più strutturati. L’epicentro è stato Gurgaon, città satellite di Delhi, più ordinata, corporate e funzionale rispetto alla capitale, ma anche meno rappresentativa della sua complessità.
Archit Singhal, organizzatore della Golden Peacock Cup e della India Cocktail Week
Prima di rientrare in Italia, ne ho parlato con Archit Singhal, organizzatore della Golden Peacock Cup e della India Cocktail Week. Il suo bilancio è pragmatico: «È stato un buon risultato, considerando i tempi. In meno di due mesi siamo riusciti a mettere in connessione la comunità internazionale e quella indiana. Questo era l’obiettivo principale. Ora dobbiamo crescere e strutturarci meglio». Singhal non nega i limiti. «La gestione complessiva è migliorabile. Ci sono state alcune ingenuità, come la posizione del palco sotto il sole, ma nel complesso è stata un’esperienza positiva. Il prossimo anno sarà tutto più ampio e meglio organizzato».
Il nodo dei grandi bar
Il tema più delicato resta il rapporto con i grandi bar. Alcuni non hanno partecipato perché, secondo Singhal, non hanno accettato il modello proposto. «Non volevano offrire hospitality gratuita. Sono già affermati e non percepiscono un ritorno immediato. È una questione di equilibrio economico». Anche sul fronte sponsor, la presenza dominante di Bacardi è stata evidente. Singhal la considera inevitabile: «Nelle competizioni è normale avere sponsor esclusivi. Senza sponsor, eventi così non esisterebbero. Coinvolgere più aziende è un progetto futuro, ma va fatto senza compromettere la sostenibilità». Quanto al confronto con i grandi format internazionali, come i 50 Best Bars, Singhal prende le distanze: «Sono un riferimento, ma hanno risorse e storia diverse. Noi siamo in costruzione. Loro fanno marketing, noi cultura».
Una cultura ancora da strutturare
La frase resta sospesa e, in qualche modo, racconta bene il momento. La cocktail culture indiana vuole costruire una voce propria, ma deve ancora definire strumenti, infrastrutture e linguaggio. Anche la merceologia lo dimostra. Il vermouth, per esempio, è quasi assente. «È un mercato di nicchia», ammette Singhal. «C’è poca domanda e poca disponibilità. Alcuni cocktail bar lo utilizzano, spesso autoproducendolo».
La cocktail culture indiana vuole costruire una voce propria, ma deve ancora definire strumenti, infrastrutture e linguaggio
I premi e i vincitori
Durante la manifestazione sono stati assegnati anche i riconoscimenti del Campionato Nazionale dei Barman e della Golden Peacock International Cocktail Competition. Per la categoria Classica del National Bartenders Championship ha vinto Sagar Khuntia, che rappresenterà l’India ai World Cocktail Championships di Macao nell’ottobre 2026. Nella categoria Flair, primo posto per Gagan Arora. Alla Golden Peacock International Cocktail Competition, categoria Classica, ha vinto Armen Halivoryan dall’Armenia, seguito da Aiman Hakeem Zamarol Azmi dalla Malesia e Huy-Philip Trinh Quan dagli Stati Uniti. Nel Flair, vittoria per Nabin Dhami dal Nepal, davanti ad Andrew Korolev dalla Russia e Sarthhak Jugran dall’India. Tra i giovani talenti, la IBG Student Flair Challenge è andata a Priyanshu Dhami.