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In Italia mangiare sano non è uguale per tutti: reddito, tempo e filiera creano il divario

In Italia il cibo non manca, ma cresce la difficoltà di trasformare l’abbondanza alimentare in una dieta sana e accessibile ogni giorno. Gli indicatori mostrano una nuova disuguaglianza: non la scarsità, ma l’accesso. Prezzi, filiera, competenze e tempo ridefiniscono chi può davvero mangiare bene

Mauro Taino
di Mauro Taino
Redattore
19 maggio 2026 | 05:00
In Italia mangiare sano non è uguale per tutti: reddito, tempo e filiera creano il divario

In Italia il cibo non manca. È disponibile, diffuso, spesso abbondante. E per anni è bastato a raccontare il sistema alimentare: produzione forte, qualità riconosciuta, identità culturale solida. Dentro questa abbondanza, però, si è aperta una distanza meno evidente, ma sempre più concreta: la difficoltà di mantenere nel tempo un’alimentazione davvero sana, equilibrata, sostenibile nella vita quotidiana. I dati Fao (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura), Istat 2024, Eurostat e Atlante della fame in Italia 2025 convergono su una stessa frattura: il sistema alimentare contemporaneo produce cibo in quantità, ma non garantisce in modo uniforme la possibilità di utilizzarlo per costruire salute. Dentro questa cornice, il cibo sano non è sparito. È diventato più complesso da rendere quotidiano.

Un sistema globale che non riguarda più solo la fame

Secondo la Fao, circa 2,3 miliardi di persone vivono una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave. Non si tratta più di una linea netta tra chi ha e chi non ha cibo, ma di una zona grigia fatta di accesso intermittente, qualità insufficiente, dieta instabile.

Anche in Europa è a rischio la capacità economica di accedere al cibo in modo continuativo
Anche in Europa è a rischio la capacità economica di accedere al cibo in modo continuativo

Il dato più rilevante emerge però quando si guarda alle economie avanzate: tra Europa e Nord America circa 92 milioni di persone (8,1% della popolazione) non riescono ad accedere in modo stabile a un’alimentazione adeguata.

Stati Uniti: il cibo come politica pubblica e come disuguaglianza quotidiana

Negli Stati Uniti il cibo è sempre più al centro delle politiche pubbliche e del confronto politico. Il programma Snap sostiene circa 40 milioni di persone, ma negli ultimi anni si è progressivamente affiancato a misure che incidono direttamente sulle scelte alimentari. In diversi Stati sono state introdotte restrizioni su bibite zuccherate, energy drink e alimenti ultraprocessati, con l’obiettivo dichiarato di ridurre obesità e malattie metaboliche.

La nuova piramide alimentare americana
La nuova piramide alimentare americana

All’interno del programma “Make America Healthy Again” con la sua piramide rovesciata, promosso dall’amministrazione Trump e dal Dipartimento della Salute guidato da Robert F. Kennedy Jr., il tema dell’alimentazione è diventato uno strumento di intervento pubblico. Il dibattito resta aperto. Da un lato chi sostiene la necessità di evitare che fondi pubblici finanzino prodotti considerati dannosi, dall’altro chi evidenzia il rischio di intervenire sulle scelte individuali senza affrontare il nodo strutturale: il fatto che il cibo sano, negli Stati Uniti, resta spesso più costoso e meno accessibile rispetto a quello ultraprocessato.

Europa: l’abbondanza non garantisce accesso

Secondo Eurostat 2024, nell’Unione Europea circa l’8,5% della popolazione non può permettersi un pasto proteico ogni due giorni. In termini assoluti significa che quasi un cittadino su dieci non ha accesso regolare a una componente essenziale della dieta. La media europea nasconde forti disuguaglianze: sotto il 5% nei Paesi del Nord, oltre il 15% in alcune aree dell’Est. Il problema non è la disponibilità del cibo, ma la capacità economica di accedervi in modo continuativo.

Italia: il paradosso della qualità diffusa e dell’accesso diseguale

In Italia, secondo Istat 2024, il 5,5% della popolazione presenta almeno un segnale di insicurezza alimentare. Non si tratta di fame in senso classico, ma di restrizione della qualità alimentare. Il dato più rilevante non è solo la presenza del fenomeno, ma la sua articolazione: il 4,3% della popolazione riduce la varietà della dieta, il 2,5% percepisce di non poter accedere a un’alimentazione sana e completa.

L’insicurezza alimentare moderata o grave si attesta all’1,3%, ma con un divario territoriale significativo: 2,7% nel Mezzogiorno, contro 0,6% nel Nord e 0,8% nel Centro. Un altro indicatore chiave è il 9,9% della popolazione italiana, che non riesce a garantire un pasto proteico ogni due giorni: un segnale diretto sulla qualità della dieta reale.

Il nodo italiano: eccellenza produttiva e filiera che ridisegna il prezzo

Il sistema agroalimentare italiano resta uno dei più forti sul piano qualitativo, ma anche uno dei più frammentati nella costruzione del prezzo finale. Per il medico Giorgio Calabrese (medico nutrizionista e presidente del Cnsa, il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare, del Ministero della Salute), la qualità è un tratto strutturale: «Tipicità, tradizione e chilometro zero garantiscono una qualità che il prodotto industriale non può garantire». Ma la qualità ha una ricaduta economica evidente: «Oggi il cibo italiano costa molto, soprattutto perché è di alta qualità». La filiera amplifica la distanza tra produzione e consumo: «Al contadino il carciofo lo pagano 0,20, poi al grossista 0,80, poi 1,80 euro e al dettaglio 5 euro». Il risultato è un paradosso: un sistema di eccellenza che non sempre si traduce in accessibilità diffusa.

Quando il problema non è il cibo, ma il costo della dieta

La nutrizionista Francesca Marino evidenzia la forza del modello italiano, ma ne sottolinea anche la frattura sociale. «In Italia non ci sia nessun tipo di problema perché siamo produttori e promotori di cibo sano». Ma nella realtà quotidiana il quadro cambia: «Oggi chi vuole mangiare bene purtroppo deve spendere molto».

Francesca Marino, biologa nutrizionista
Francesca Marino, biologa nutrizionista

Il divario si vede nei dettagli: «Una sogliola per il bambino costa 20 euro… questo crea una differenziazione fondamentale che poi si traduce in salute, perché mangiare certi alimenti vuol dire assumere nutrienti che altri non danno». Quindi conclude: «Il problema è rendere sostenibile il cibo che al momento è a disposizione, sostenibile per tutti».

Il cibo tra competenze, tempo e cultura domestica

Accanto al prezzo emerge una seconda variabile, sempre più centrale: la capacità di gestione del cibo. Il nutrizionista Domenicantonio Galatà sintetizza così il punto di svolta: «il tema non è se mangiare sano costa di più. Il tema è se oggi siamo ancora in grado di progettare il nostro cibo».Il divario non è solo economico: «Il vero divario oggi non è tra chi può permettersi il cibo sano e chi no, ma tra chi ha cultura del cibo, chi sa gestirlo e chi è costretto a subirlo».

Il nutrizionista Domenicantonio Galatà
Il nutrizionista Domenicantonio Galatà

E aggiunge: «Mangiare sano non significa comprare prodotti costosi o di nicchia. Significa saper scegliere, saper cucinare, saper combinare gli ingredienti». La conseguenza è già visibile: «Aumentano i piatti pronti, si perdono competenze in cucina, il tempo da dedicare alla preparazione si riduce».

Industria alimentare: evoluzione, standard e responsabilità

Calabrese inserisce il tema in una dinamica più ampia, legata all’evoluzione industriale e al rapporto tra tecnologia e alimentazione. «L’evoluzione della specie porta a un’evoluzione anche dei mezzi tecnici nel produrre cibi». Ma il punto è il controllo del processo: «Bisogna convincere l’industria a rispettare sempre di più i parametri della normalità per non creare problemi». E la distinzione finale resta centrale: «Il cibo buono deve essere il cibo di tutti i giorni, il cibo ottimo può costare di più perché è una premiazione».

Il prof. Giorgio Calabrese, medico nturizionista
Il prof. Giorgio Calabrese, medico nturizionista

Povertà alimentare: la dimensione strutturale del problema

Secondo l’Atlante della fame in Italia 2025, circa 4,2 milioni di famiglie hanno sperimentato almeno un segnale di deprivazione alimentare. Non si tratta di episodi isolati, ma di condizioni che tendono a consolidarsi. Nel dettaglio, 2,9 milioni di famiglie vivono una forma di deprivazione materiale legata al cibo, mentre circa 766 mila persone si trovano in una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave. Il fenomeno si inserisce in un quadro più ampio di fragilità economica, che coinvolge anche 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta, secondo l'Istat.

Il cibo c’è, ma non è uguale per tutti

Il sistema alimentare europeo e italiano non è un sistema di scarsità, ma di accesso differenziato. Il cibo sano esiste, è disponibile e culturalmente valorizzato, ma la sua trasformazione in abitudine quotidiana dipende da una combinazione di fattori economici, sociali e organizzativi. La frattura contemporanea non è tra chi ha e chi non ha cibo, ma tra chi può costruire una dieta stabile e chi deve adattarsi a ciò che è più immediato, economico o disponibile. Ed è proprio in questa distanza, sempre meno visibile ma sempre più strutturale, che si misura oggi il vero tema dell’accessibilità del cibo sano.

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