Entrare nella parte alta della classifica (al 25° posto, per la precisione) dei cento vini più emozionanti al mondo di Wine Spectator significa, per una cantina, finire sotto una lente internazionale che guarda stile, coerenza e capacità di parlare a pubblici molto diversi. Per Carpineto, il riconoscimento al Chianti Classico Riserva 2020 vale anche come ritorno al punto di partenza, perché quel vino nasce nel territorio che ha dato origine alla storia aziendale e continua a rappresentarne l’identità più riconoscibile. A mettere in fila questo senso di appartenenza è Caterina Sacchet, enologa di Carpineto e seconda generazione dell’azienda di famiglia, che lega la notizia a un fatto prima ancora che a un risultato. “È una grande emozione per me e per noi, perché questo vino nasce nel territorio da dove è partita la splendida storia di Carpineto. La passione trasmessa verso questo mondo ci permette di provare grandi emozioni”, dice Sacchet.
Un Chianti Classico che racconta le colline
Nel suo racconto, il Chianti Classico Riserva funziona come una traduzione fedele del luogo in cui nasce, quindi come un vino che deve rendere leggibile una geografia. «Nel Chianti Classico, tra le colline fra Firenze, Siena e Arezzo, questo vino deve descrivere il territorio da cui proviene», spiega l’enologa, mettendo al centro l’idea che la degustazione serva prima di tutto a capire un paesaggio.

Il Chianti Classico Riserva 2020
Da qui, Sacchet entra nello stile e sceglie tre parole chiave, struttura, persistenza, sviluppo aromatico, utili anche a un lettore che cerca un orientamento semplice e concreto. «La bella ed elegante struttura, la lunga persistenza che si unisce alla componente aromatica retronasale, rende questo percorso entusiasmante», osserva.
2020, l’annata dell’equilibrio e della durata
Sull’annata 2020, l’enologa insiste su una qualità che, per chi lavora in cantina, rappresenta spesso il segnale più promettente, l’equilibrio delle uve alla raccolta. «L’annata 2020 è stata una splendida annata fin dalla ripresa vegetativa, continuata con una vendemmia veramente "perfetta". Le uve alla raccolta si presentavano in perfetto equilibrio e già da queste caratteristiche si annunciava un’annata ideale per vini a lungo invecchiamento. Ed oggi l’evoluzione di questi vini ne è una conferma», dice Sacchet.

Caterina Sacchet, enologa e co-titolare di Carpineto
Quando parla della propria impronta, l’enologa evita l’idea del gesto isolato e porta il discorso su un controllo continuo del processo, dall’uva alla bottiglia, con un punto fermo, l’assaggio come strumento decisionale. «Credo che l’impronta personale sia data seguendo in prima persona l’intero processo di produzione dall’uva alla bottiglia, compreso l’affinamento. Ogni fase è accompagnata dalla valutazione organolettica, fondamentale per dare l’impronta personale», afferma.
Seconda generazione in cantina, stile che matura nei risultati
Il passaggio generazionale, in questa prospettiva, diventa un lavoro di accumulo e rielaborazione, con una fedeltà dichiarata agli insegnamenti del padre e la necessità, inevitabile, di farli diventare propri. «Sto riempiendo il mio bagaglio di mille e diverse esperienze, cerco sempre di seguire i grandi insegnamenti che mio padre mi ha trasmesso, li considero come i pilastri forti della mia strada e allo stesso tempo sto cercando di personalizzarli. Sono poi i risultati a far emergere il mio stile», dice Sacchet.
È anche da qui che nasce la sua definizione del mestiere, che resta netta e immediata, tecnica e sensoriale insieme. «Definisco l’enologo come un vero e proprio artista, in grado di esprimere le massime espressioni attraverso le emozioni che si percepiscono attraverso i nostri sensi», sostiene l’enologa di Carpineto.
Cinque tenute, un’unica radice ma molte identità in bottiglia
La storia dell’azienda, intanto, si è allargata oltre il Chianti Classico, con una presenza in più aree toscane, ma per Sacchet la radice resta quella delle colline vicine a Greve. «La bellissima storia di Carpineto nasce proprio dalle colline del Chianti Classico alle porte di Greve ormai da oltre 50 anni. È proprio la passione dei fondatori verso questo mondo che ha portato a espandersi anche nelle altre zone vocate per la viticoltura della Toscana».

La tenuta a Greve di Carpineto
Il vantaggio operativo, nel suo racconto, sta nella possibilità di confrontare terroir e annate, trasformando le differenze in vini con personalità distinte. «La bellezza e la fortuna che abbiamo in ogni annata è quella di mettere a confronto zone diverse, terroir diversi, dando origine a vini con personalità diverse, vere espressioni del territorio. Questa per me è una vera e propria soddisfazione emotiva», dice.
Le vecchie annate come bussola per le scelte future
Lo stesso criterio ritorna quando parla delle vecchie annate e del loro peso nelle scelte future. «Ogni annata ha una sua storia e una sua evoluzione. Sicuramente oggi abbiamo un approccio diverso verso il vino, ma mettendo a confronto vecchie annate con quelle più recenti stiamo semplicemente scrivendo una storia che serve poi a tracciare il futuro enologico», spiega l’enologa.
Consumatori che cambiano, identità e natura al centro
Infine, il presente del vino, con consumi che cambiano e un’attenzione crescente verso autenticità e qualità, viene letto da Sacchet come una fase che riporta al centro il tema dell’identità. «Si parla e si legge che il consumo del vino sta cambiando, perché il nostro modo di vivere è cambiato, si beve meno, ma siamo sempre alla ricerca di qualità e di autenticità del prodotto. È un momento che ha fatto riemergere la ricerca di quell’identità enologica», osserva.

Bill Gates beve Chianti Classico Riserva Carpineto
E, dal suo punto di vista, questo passaggio alimenta un’energia operativa, una spinta a lavorare meglio con ciò che la vigna consegna, anno dopo anno. «A me personalmente sta portando l’entusiasmo di cercare di fare sempre il meglio e di tirare fuori grandi espressioni che Madre Natura ci regala ogni anno. Vivo un mondo che è legato alla Natura e voglio insegnare a rispettarla perché solo essa ci insegna che tutto è imprevedibile ed emozionante», chiude Caterina Sacchet.
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