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«I giovani non bevono vino? Colpa nostra». L’autocritica del settore

Il rapporto tra vino e nuove generazioni torna al centro del dibattito alla vigilia di Vinitaly. Secondo Riccardo Cotarella il calo di interesse tra i giovani non dipende da loro, ma dal modo in cui il settore ha raccontato il vino negli ultimi anni. Una riflessione che riguarda cultura, comunicazione e formazione

di Redazione Italia a Tavola
12 aprile 2026 | 10:00
«I giovani non bevono vino? Colpa nostra». L’autocritica del settore

I giovani «non sono interessati al vino, ma non per colpa loro: per colpa nostra». La frase di Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi, fotografa uno dei nodi più discussi oggi nel mondo del vino: il rapporto sempre più fragile tra le nuove generazioni e una delle bevande simbolo della cultura alimentare europea. Il tema è tornato al centro delle riflessioni alla vigilia di Vinitaly (che inizia domenica 12 aprile per chiudersi mercoledì 15, ndr), dove operatori e produttori stanno analizzando i cambiamenti nei consumi. Quella delle narrazioni fuorvianti è anche una delle catene da cui il vino dovrebbe liberarsi nella bottiglia di vino che campeggia al padiglione Coldiretti durante la manifestazione di Verona e avvolta simbolicamente proprio da catene che si spezzano.

Un problema di racconto del vino

Secondo Cotarella, il settore deve fare un esame di coscienza. Negli ultimi anni il vino è stato spesso raccontato con linguaggi tecnici o elitari, lontani dalla sensibilità dei giovani consumatori. «Non abbiamo pensato abbastanza a come avvicinarli», osserva.

Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi
Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi

Il risultato è una distanza culturale che non riguarda necessariamente il gusto o l’interesse per il prodotto, ma il modo in cui il vino viene comunicato. Troppi sofismi e tecnicismi hanno finito con il costruire una muraglia difficile da penetrare, creando diffidenza verso un mondo che secondo lo stesso Cotarella ha finito per sembrare elitario, mentre il vino dovrebbe essere, per sua natura, popolare.

Un cambiamento nelle abitudini

Le nuove generazioni hanno un rapporto diverso con l’alcol rispetto al passato. Si beve meno, spesso in modo occasionale, e cresce l’attenzione verso salute, benessere e stili di vita più equilibrati. In questo scenario il vino si trova a competere con una gamma molto più ampia di bevande rispetto al passato. Già analizzare le preferenze (i rossi ad esempio non sono la prima scelta degli under 35) significa fare un passo avanti, forse prematuro.

Per quanto Cotarella - giustamente - rimarchi la differenza tra il vino e il resto delle bevande, tanto da non farlo rientrare in questa categoria perché «è qualcosa di più profondo, è cultura, è identità», se la sfida si gioca lontano dalla tavola, ma al tavolino durante l'aperitivo, allora il vino deve riconquistarsi un suo spazio. Nonostante, come ha ricordato anche il prof. Giorgio Calabrese, medico nutrizionista e presidente del CNSA (Comitato Nazionale per la Sicurezza Alimentare del Ministero della Salute), il vino non sia solo un piacere («Si beve l’acqua, si gusta il vino», ama ripetere il medico),  ma un alimento liquido, assimilabile a latte o olio. E come tale, con un suo ruolo all’interno della dieta quotidiana.

La sfida della cultura del vino

Per molti operatori del settore la risposta non può essere solo commerciale. Il vino resta prima di tutto un prodotto culturale, legato alla terra, alla stagionalità e al lavoro agricolo. Per questo torna centrale il tema della formazione e della conoscenza del mondo agricolo. «I giovani oggi spesso non sanno distinguere una vite da un pero», osserva Cotarella. «Se perdiamo questo rapporto con la terra, perdiamo molto più del vino».

Riconnettersi con la campagna significa parlare anche di enoturismo
Riconnettersi con la campagna significa parlare anche di enoturismo

Riconnettersi con la campagna significa parlare anche di enoturismo, una leva sempre più rilevante nella narrazione (e nei conti) delle aziende. Al di là dell’aspetto economico (vendita diretta, incasso immediato), ricostruire quel filo che dal vigneto porta al calice è un primo passo. A patto, però, di non perdersi nuovamente in quella narrazione troppo tecnica o retorica. Altrimenti tutto lo sforzo di aver convinto le persone a visitare la cantina sarà stato vano e certamente non saranno diventate - come direbbe Cotarella - «ambasciatori» di quell’azienda.

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