Si è chiusa a Veronafiere la 58ª edizione di Vinitaly e, se si guarda ai numeri, non è stata un’edizione record. Infatti sono state registrate circa 90mila presenze complessive, più o meno 7mila in meno rispetto alle ultime due edizioni, che avevano fissato a quota 97mila il riferimento della fase più recente della manifestazione, oggi sempre più orientata agli operatori e ai buyer rispetto al pubblico generalista. Eppure, allo stesso tempo, qualcosa si è mosso sul piano della geografia della fiera: le nazionalità rappresentate sono state 135, cinque in più rispetto al 2025, in un contesto internazionale che ha inciso in maniera evidente sui flussi. In particolare, la guerra in Iran ha rallentato o complicato gli spostamenti da alcune aree sensibili, soprattutto da Medio Oriente e Asia, incidendo di fatto su presenze e collegamenti.
Il valore dell’edizione oltre i numeri
Proprio per questo, secondo il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo, il risultato assume un significato diverso, importante: «Siamo soddisfatti perché in un contesto internazionale segnato da dinamiche geopolitiche complesse, che incidono in modo significativo sui flussi e sulla mobilità degli operatori verso le principali manifestazioni fieristiche europee, il risultato raggiunto assume un valore tutt’altro che scontato. La conferma della presenza di oltre mille top buyer provenienti da più di 70 Paesi, selezionati e ospitati in collaborazione con Ita Agenzia unitamente a quella degli altri operatori profilati, testimonia la capacità della manifestazione di attrarre una domanda qualificata e di garantire un’elevata rappresentatività dei mercati».
Il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo
«La fiera - ha proseguito Bricolo - si afferma così come un’infrastruttura a sostegno dell’internazionalizzazione del settore, capace di favorire incontri ad alto valore aggiunto, accelerare l’ingresso ai mercati esteri e sostenere concretamente la competitività del vino italiano. La presenza di mercati consolidati - come Stati Uniti, Canada ed Europa - insieme ad aree ad alto potenziale di sviluppo, tra cui Mercosur con il Brasile e India, Australia e Africa, contribuisce a creare un ecosistema orientato a generare nuove relazioni commerciali e opportunità di sviluppo».
I mercati, tra conferme e nuove rotte
E infatti, entrando nel merito dei mercati, si è vista una doppia traiettoria abbastanza chiara. Da una parte, si sono confermate le presenze dei bacini storici: Germania, Stati Uniti, Canada, Svizzera, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi, Europa dell’Est e Scandinavia. Dall’altra, invece, si è consolidato un lavoro più lungo e meno immediato su aree emergenti, dove la crescita passa ancora da relazioni e posizionamento. Cina, Brasile, Australia, Messico, Corea del Sud, Thailandia e Singapore sono ormai stabilmente nel radar, mentre si è notato un interesse crescente anche dall’Africa, con Paesi come Sudafrica, Tanzania, Nigeria e Angola. In Asia, inoltre, Giappone e Vietnam hanno dato segnali di continuità, mentre tra le presenze più significative si è fatta notare anche l’Ucraina, con una delegazione numerosa e qualificata.
A Vinitaly 2026 si sono confermati i mercati storici, mentre gli emergenti sono cresciuti
«Veronafiere conferma la solidità organizzativa della manifestazione e la capacità di garantire continuità e qualità nelle relazioni di business anche in una fase congiunturale complicata. L’internazionalizzazione è una direttrice strategica su cui continueremo a investire: siamo già al lavoro per sviluppare nuove tappe di Vinitaly in Africa, Canada e Australia e raddoppieremo la presenza in Brasile, rafforzando il presidio già attivo con Wine South America - ha aggiunto il direttore generale vicario, Gianni Bruno. Il grado di soddisfazione espresso in questi giorni dagli espositori e dagli operatori conferma l’efficacia del percorso strategico avviato. Vinitaly è un acceleratore concreto per il posizionamento delle imprese, capace di trasformare la partecipazione fieristica in promozione e opportunità di business».
Programma fitto e fuori salone in crescita
Nonostante il calo delle presenze, la fiera ha comunque mantenuto un programma fitto, senza rallentamenti. Si sono infatti contati quasi 100 appuntamenti fra degustazioni e convegni, a cui si sono aggiunte le iniziative organizzate direttamente da aziende, consorzi e territori. E così, mentre prendevano forma nuovi spazi e progetti - dal segmento NoLo al rafforzamento dell’area dedicata agli spirits fino al tema del turismo del vino - si è consolidata l’idea di una manifestazione sempre più articolata, capace di tenere insieme filiera, consumo e nuove tendenze. In parallelo, anche “Vinitaly and the City” ha seguito lo stesso ritmo, registrando circa 50mila token degustazione e confermando il ruolo del fuori salone nel coinvolgere un pubblico più ampio, soprattutto tra i più giovani.
A Vinitaly 2026 si sono contati quasi 100 appuntamenti fra degustazioni e convegni
Centralità istituzionale e bilancio finale della 58ª edizione
Allo stesso tempo, la manifestazione ha confermato il proprio peso e la propria centralità sul piano politico-istituzionale. Tra gli altri, hanno partecipato il commissario europeo all’Agricoltura e allo sviluppo rurale Christophe Hansen, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente della Camera Lorenzo Fontana, insieme a diversi ministri. Un segnale che conferma il peso della manifestazione nel dibattito sul sistema agroalimentare italiano. E allora, tirando le somme, questa 58ª edizione ha chiuso senza numeri record ma con un posizionamento che resta solido. Meno affollata rispetto al recente passato, ma più centrata sugli operatori e sulle relazioni. E, soprattutto, capace di reggere anche in una fase internazionale complicata, dove arrivare a Verona, per molti, non è stato scontato. La prossima edizione, la 59ª, ricordiamo, è già fissata: dall’11 al 14 aprile 2027.