Travel retail, la ripresa dei consumi in viaggio passa dal food&beverage

Con la pandemia, lo shopping nei luoghi di viaggio è crollato. Con lo stop agli spostamenti, sono venuti meno i flussi portando alla sospensione dell'attività di ristorazione . Ma quello che era il vero trend nei luoghi di viaggio è pronto a ripartire. Per Stefano Gardini, presidente Atri, serve «un'attività di pianificazione molto puntuale»

20 maggio 2021 | 12:59
di Nicola Grolla
Con le ultime delucidazioni sul green pass nazionale e in attesa che quello europeo entri in vigore (forse dal 20 giugno come prospettato dal sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri), il travel retail attende con maggiore speranza la ripresa degli spostamenti. Aeroporti, stazioni, scali marittimi ricominciano a mettere mano alla proposta commerciale, partendo dal food&beverage. Vero e proprio trend degli ultimi anni, il patrimonio enogastronomico italiano, con qualche sapore internazionale, era diventato il protagonista delle spese in viaggio. Poi la pandemia e il conseguente stop agli spostamenti i cui effetti perdurano tutt'ora. Come recuperare? Attraverso una «attività di pianificazione molto puntuale per cercare di aprire in maniera intelligente programmata in base agli orari di arrivo e decollo dei voli», risponde Stefano Gardini, presidente di Atri (Associazione travel retail italia) che riunisce diverse imprese attive nel comparto travel retail: dai gestori aeroportuali ai subconcessionari, dai fornitori alle insegne dedicati a servizi come rent a car, cambiavalute, tax free shopping, ecc.



Che fotografia possiamo scattare del travel retail aeroportuale dopo un anno e mezzo di pandemia?
Fino alla fine dello scorso anno, il travel retail era in difficoltà con molti operatori food&beverage fermi al palo. Eccetto qualche irriducibile, infatti, molti player sono stati costretti a sospendere l’attività per mancanza di traffico turistico e mettere i propri dipendenti in cassa integrazione in attesa della ripresa dei flussi. Quest’anno, superata la fase acuta della pandemia e imparata la lezione del Covid e delle sue conseguenze sul settore aeroportuale, molti landlord hanno messo in piedi strategie condivise con gli operatori. C’è stata, nella maggior parte dei casi, un’attività di pianificazione molto puntuale per cercare di aprire in maniera intelligente programmata in base agli orari di arrivo e decollo dei voli. L’idea era quella di intercettare i picchi di traffico cercando, contestualmente, di garantire un servizio alla comunità aeroportuale che, gioco forza, ha aumentato il proprio peso nel business dei vari operatori.  

Quando si invertirà la rotta?
La macchina del travel retail si è rimessa in moto. Da giugno si attende una lenta ripresa dei voli con maggior vigore. L’obiettivo, ora, è che chi gestisce un punto vendita in subconcessione sia pronto ad accogliere i flussi crescenti di passeggeri in ottemperanza alle normative anti-covid.. Dopo una pausa così lunga, infatti, per arrivare a meccanismi di servizio ben oliati servirà del tempo. Lo stesso che servirà, per esempio, agli addetti di un ristorante per riuscire a offrire quel livello di servizio che assicuravano prima della pandemia. Insomma, dopo tanto tempo speso davanti al pc, fra un meeting virtuale e l’altro, le persone torneranno a viaggiare, a incontrarsi di persona. E questa è un’occasione che non possiamo lasciarci sfuggire. Sebbene spegnere e riaccendere delle macchine complesse come  le attività all' interno di aeroporti o stazioni non sia facile, dobbiamo farci trovare pronti.



C’è il rischio che con la chiusura forzata si sia lasciato qualcosa per strada?
È un rischio che dobbiamo assolutamente evitare.  Dobbiamo far riavvicinare le persone alla qualità e al livello di servizio che, nel periodo pre-pandemia, avevano fatto guadagnare terreno a molti operatori del food&beverage. Guai ad abbassare il livello qualitativo nel momento in cui le persone stanno ritornando a consumare fuori casa.

Ma c’è la liquidità per mantenere alta l’asticella?
Spesso si sente dire che gli operatori devono recuperare da un punto di vista economico. Una situazione che li potrebbe portare ad attuare una politica di cost saving in termini di gestione. Ma sarebbe una cosa miope se questa operazione partisse dagli elementi di qualità, quelli che contraddistinguono un servizio da un altro. L’interesse degli operatori, al momento, è quello di far coincidere la ripresa del servizio con il ritorno al consumo dei turisti. Il ricordo della ripresa di questi consumi, infatti verrà rimarrà prima di tutto nei viaggiatori che finalmente, dopo tanto tempo, potranno tornare a viaggiare e mangiare o bere con maggiore libertà. Sarà un grande evento per molte persone. E per farli tornare è opportuno conquistarli con un’esperienza di livello. Toccherà ai singoli operatori decidere come fare, ma per tutti vale la stessa logica: stiamo costruendo la nostra clientela del domani.

Clientela che, viste le limitazioni ancora vigenti, sarà essenzialmente italiana.
Il fatto che ci saranno meno stranieri e più italiani, paradossalmente, non è un problema. Anzi, per quanto riguarda l’offerta food&beverage questa predominanza del viaggiatore domestico potrebbe spingere verso l’alto la richiesta di qualità. D’altronde lo sappiamo tutti gli italiani conoscono la materia prima, ne apprezzano la qualità e il servizio a corredo. Ma sono anche fra i clienti che più commentano, recensiscono e danno giudizi sull’esperienza provata. Detto ciò, c’è margine per offrire loro qualcosa che li soddisfi, soprattutto dal punto di vista culinario. Generando magari quel passaparola, quel tam tam che in questo momento può valere più di una campagna marketing.



Insomma, dovremmo attenderci più un’evoluzione del menu o dei format?
Direi dei menu. I cambiamenti dei format dei punti vendita rientrano in strategie di medio-lungo periodo. Mentre il menu di un punto vendita si può cambiare più velocemente, può essere uno strumento più flessibile per intercettare i nuovi bisogni e le nuove esigenze dei viaggiatori. Potremmo, per esempio, vedere piatti meno elaborati ma con prodotti e materie prima più ricercate.

Supermercati e ristoranti di qualità avevano fatto il loro felice ingresso negli aeroporti prima della pandemia. Che trend c’è da attendersi da questo punto di vista?
Il supermercato all’interno dell’aeroporto dove esiste è un esempio di successo. Certo al momento sono ancora pochi ma potrebbe essere una tendenza che andrà a rafforzarsi a patto di considerare il fatto che devono essere sostanzialmente posti in landside, ossia prima dei controlli di sicurezza, ed essere  punto di riferimento anche  per la comunità aeroportuale oltre che per i passeggeri. Credo che con una forte specializzazione alcune insegne della Gdo potrebbero a pieno titolo fare molto bene anche nel settore del travel. Per quanto riguarda i ristoranti, invece, sono convinto che il trend riprenderà non appena il traffico passeggeri si assesterà su buoni livelli. D’altronde, già di per sé gli aeroporti sono luoghi considerati sicuri grazie ai vari protocolli implementati negli ultimi anni, non da ultimi quelli anti-Covid. Un ristorante all’interno dell’aeroporto, in cui si rispettano tutte le regole sui distanziamenti dei tavoli, l’uso della mascherina, ecc è doppiamente sicuro.



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Alberto Lupini


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