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Miele italiano ancora in crisi: non cessa la moria di api "poco curate"

Miele italiano ancora in crisi: non cessa la moria di api
Miele italiano ancora in crisi: non cessa la moria di api "poco curate"
Pubblicato il 13 maggio 2008 | 00:00

Un grave problema si sta abbattendo sul settore del miele, provocando ripercussioni sul mercato e sui consumi, relativamente alla straordinaria moria di api che, dal 2007, affligge i principali Paesi produttori di miele e in particolare l'Italia. «Questo perchè nel nostro Paese - fa sapere l'AIIPA, i cui associati commercializzano anche notevoli quantità di miele italiano - gli apicoltori non sono messi nella condizione di poter efficacemente curare le loro api vittime di varie patologie, e preservarle dai danni conseguenti a trattamenti agricoli indiscriminati».
«Attualmente, infatti, - spiega l'AIIPA - il regolamento comunitario vieta l'uso di fitofarmaci ed antibiotici per la cura delle api diversamente da quanto avviene per tutte le altre categorie di allevamento come i bovini o gli ovini. La mancata indicazione di una normativa comunitaria per il trattamento delle api è, inoltre, legata solo ed esclusivamente al mancato deposito dei relativi dossier da parte delle aziende farmaceutiche che non hanno interessi economici a portare avanti la ricerca in questo campo data la ristrettezza del mercato che rappresenta».
 Fatto sta che, in Italia, solo nel 2007, sono andati perduti circa 200 mila alveari (si calcola che la popolazione apistica si sia ridotta tra il 30% e il 50%) provocando un danno economico per mancata impollinazione pari a 250 milioni di euro (dati Coldiretti): le api, infatti, oltre ad essere l'unica fonte di approvvigionamento di miele da parte dell'uomo, rappresentano anche una risorsa fondamentale per le coltivazioni di mele, pere, agrumi, mandorle, pesche, kiwi, castagne, pomodori, zucchine, ciliegie, albicocche, meloni, susine, soia e girasole. Questa dunque la situazione del miele in Italia: consumi bassi, prezzi in rialzo, scarsa cultura di prodotto. Infine, passando a parlare del mercato interno, se i consumi di miele nel nostro Paese sono ancora troppo bassi, i prezzi hanno invece registrato, nell'ultimo anno, degli aumenti considerevoli.

Il mercato italiano dominato dalla "stagionalità"
Per quanto riguarda il prezzo medio del miele importato - dal novembre 2007 ad oggi - si è verificato un aumento di oltre il 40%, passando da 1,69 euro al Kg agli attuali 2,40 (iva esclusa) per la qualità 'millefiori”. Questo rialzo del miele estero ha provocato anche un aumento del prodotto nazionale che ha raggiunto quota 2,30 euro al Kg (iva esclusa). Per il 2008 l'AIIPA stima che si verificheranno ulteriori rincari in particolare per le altre varietà di miele: 2,93 euro al Kg per l'acacia, 2,60 per il tiglio e il castagno, 2,50 per la melata ed infine 2,40 per il millefiori.
Sul fronte dei consumi, l'Italia è, attualmente, fanalino di coda in Europa: con 400 grammi a testa, nell'arco dell'anno, risultiamo infatti, del 35% al di sotto della media europea, che si attesta intorno ai 600 grammi pro-capite. Questo accade in virtù di una cultura del prodotto non ancora sufficientemente diffusa nel nostro Paese, nonostante la tradizione millenaria di consumo di questo alimento, così ricco di pregi nutrizionali. E' su quest'ultimo aspetto che l'AIIPA - che rappresenta le aziende che commercializzano circa il 50% del miele consumato in Italia - insiste proprio per favorire una maggiore conoscenza di questo straordinario alimento da parte degli italiani. A tal fine ha avviato, già da due anni, una campagna di comunicazione per fare cultura di prodotto sulle proprietà e i benefici del miele. Ancora oggi, infatti, il vero problema del miele in Italia è determinato dal fatto che questo alimento viene vissuto in modo 'troppo stagionale”: gli italiani, in effetti, tendono a consumarlo soprattutto nei mesi invernali, tra novembre e marzo, con un picco nel mese di gennaio. Questo avviene poiché, a differenza del resto d'Europa, da noi il miele rimane confinato in un 'ambito curativo”: prodotto salutare, insomma, da usare nei mesi più freddi dell'anno, magari per far fronte ad un brutto mal di gola o ad una tosse persistente, senza ricorrere ai farmaci tradizionali. All'estero, in paesi come la Germania (1 kg e 1⁄2 procapite), l'Inghilterra (800 g) o la Francia (600 g), il consumo di miele rappresenta invece una consolidata tradizione alimentare, sia per la prima colazione ma anche, come alternativa in cucina, abbinato ad altri cibi (formaggi, carne, pane, ecc). Storicamente questa differenza con il resto d'Europa si spiega con il fatto che nel nostro Paese l'arrivo nel ‘500 della canna da zucchero dalle Americhe 'oscurò” pian piano l'uso del miele, considerato meno pregiato - soprattutto dai nobili e nelle raffinate cucine delle corti rinascimentali - rispetto al 'bianchissimo zucchero”. In realtà il miele presenta molti vantaggi rispetto allo zucchero, ad esempio, a parità di quantità, ha un potere dolcificante superiore e contiene circa il 20% in meno di calorie. Questo prezioso alimento naturale è composto in prevalenza da zuccheri semplici, fruttosio e glucosio, eè quindi facilmente assimilabile e digeribile e altamente energetico.

Miele cinese

I continui segnali di allarme lanciati sulle importazioni di miele dalla Cina sono assolutamente infondati poiché, nel 2007, da questo paese i volumi di import sono stati pari allo zero. 'I veri problemi del miele in Italia sono il rialzo dei prezzi, i consumi ancora troppo bassi - solo 400 grammi a testa contro i 600 della media europea - e la straordinaria moria delle api che attualmente, nel nostro Paese, non possono essere curate”.
L'AIIpa - in risposta alle informazioni ultimamente diffuse in merito alla importazione di miele dalla Cina - interviene, innanzitutto, per precisare che, in base ai dati forniti dall'Istat per il 2007, in Italia, l'import di miele proveniente dalla Cina e' stato pari a zero: 'infondati ed inutilmente allarmanti, allora, i continui appelli al cosiddetto 'miele cinese” che hanno avuto l'unico risultato di 'disinformare” i consumatori su un rischio inesistente nel nostro Paese. A ben guardare, infatti, anche dal 2003 al 2005, dalla Cina non è stato importato neppure un chilogrammo di miele (dati Istat) e, nel 2006, i dati Istat indicano un volume di appena 40 tonnellate, per un controvalore di 47 mila euro.
Una cifra irrisoria pari a meno dello 0,2 per cento del consumo su base annua. Attualmente, delle 20 mila tonnellate annue di miele consumate in Italia, solo la metà vengono assicurate dalla produzione nazionale, mentre la differenza viene garantita dalle importazioni provenienti in particolare da Argentina e Ungheria”. Dalla prima sono arrivate lo scorso anno circa 6 mila tonnellate di miele per un controvalore di oltre 7 milioni e 500 mila euro; mentre dall'Ungheria abbiamo importato poco meno di 3 mila tonnellate per un valore di 5 milioni e 600 mila euro.
Sul fronte export, il principale mercato del miele italiano è quello tedesco: in Germania arrivano ogni anno oltre 2 mila tonnellate di prodotto per un valore di circa 5 milioni e 400 mila euro. Ad una prima analisi, questo dato potrebbe apparire un paradosso in quanto l'Italia - non autosufficiente nella produzione di miele - esporta, di contro, grossi quantitativi in Germania.
In realtà in questo paese si esporta principalmente miele di melata, una qualità molto scura che non viene apprezzata dal mercato interno dove si prediligono mieli chiarì come il millefiori o l'acacia.

© Riproduzione riservata

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