Il 15 marzo, con la Giornata nazionale del fiocchetto lilla, l’attenzione torna sui disturbi del comportamento alimentare. Un tema che negli ultimi anni è entrato con più forza nel dibattito pubblico e che riguarda una platea molto più ampia di quanto si pensi. In Italia, secondo i dati del ministero della Salute e della rete nazionale dei centri specializzati, si stima che circa 4 milioni di persone convivano con un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione. Un numero che negli ultimi anni è cresciuto in modo evidente, mentre l’età dei pazienti continua ad allargarsi sia verso il basso sia verso l’alto.

Disturbi alimentari, un fenomeno che riguarda tutte le età: 4 milioni gli italiani coinvolti
Per questo, Danone - multinazionale francese attiva nel settore alimentare e della nutrizione specializzata -, attraverso il brand Nutricia Fortini, sostiene diverse iniziative insieme all’associazione Animenta. Tra queste c’è il corso teorico-pratico “Clinicamente esperti, umanamente formati”, pensato per aiutare i professionisti della salute mentale e della nutrizione a conoscere, riconoscere e trattare i disturbi del comportamento alimentare attraverso un approccio integrato e multidisciplinare. L’obiettivo è fornire strumenti concreti a chi lavora ogni giorno con pazienti e famiglie, ma anche contribuire a portare alla luce una realtà che spesso resta ai margini delle statistiche e del dibattito pubblico.
Se l’attenzione mediatica tende a concentrarsi soprattutto sugli adolescenti, i dati raccontano però un quadro più articolato. Accanto ai casi che emergono tra i più giovani - spesso con diagnosi sempre più precoci - esiste una fascia di popolazione adulta che convive con questi disturbi da molti anni e che solo tardi riesce ad arrivare a un percorso di cura. Una realtà meno visibile, che rischia di restare ai margini delle statistiche e dei servizi sanitari. I disturbi alimentari, spiegano gli specialisti, nascono spesso in adolescenza o nella prima età adulta, ma possono accompagnare la persona molto più a lungo. In alcuni casi attraversano decenni della vita senza essere riconosciuti o trattati in modo adeguato. Il risultato è che molte persone arrivano ai centri specializzati dopo anni di sintomi, quando il rapporto con il cibo è ormai intrecciato con aspetti profondi dell’identità, delle relazioni e della salute mentale.
Un’indicazione in questo senso arriva anche dai dati clinici raccolti da Comestai, centro dedicato al trattamento dei disturbi alimentari: il 40% dei pazienti seguiti ha più di 35 anni. Una percentuale significativa se confrontata con le statistiche ufficiali dell’Istituto superiore di sanità e del ministero della Salute, che registrano nella fascia tra i 41 e i 55 anni circa il 13% dei pazienti. Il divario suggerisce quanto il fenomeno possa essere ancora sottostimato quando si guarda alla popolazione adulta. «Molti pazienti arrivano al centro dopo anni di sintomi, spesso senza aver mai avuto accesso a un servizio specialistico. Si rivolgono a noi, del settore privato, perché la maggior parte dei servizi pubblici sono storicamente strutturati per l'età evolutiva - racconta Aurora Caporossi, founder di Animenta e ceo di Comestai. I disturbi alimentari non sono solo una questione di cibo o peso: sono patologie complesse che coinvolgono identità, relazioni e salute mentale. Per questo è fondamentale costruire una rete di cura che sappia accogliere le persone in ogni fase della vita, anche quando arrivano al trattamento dopo molti anni di sofferenza».
Il tema riguarda inevitabilmente anche il mondo della nutrizione e della cultura del cibo. Parlare di disturbi alimentari significa infatti andare oltre la dieta o il peso corporeo e affrontare un intreccio di fattori psicologici, sociali e culturali che incidono sul rapporto quotidiano con l’alimentazione. «I disturbi del comportamento alimentare rappresentano oggi una vera emergenza sociale e sanitaria: in Italia circa 4 milioni di persone ne soffrono e i casi sono aumentati sensibilmente negli ultimi anni. Se da un lato osserviamo un abbassamento dell'età di esordio, con diagnosi sempre più precoci, dall'altro esiste una popolazione di pazienti adulti che spesso resta meno visibile: persone che convivono con il disturbo da molti anni, talvolta senza aver mai ricevuto una diagnosi o un percorso di cura adeguato. I Dca, infatti, non riguardano solo l'adolescenza ma possono accompagnare le persone anche nella vita adulta, fino alla menopausa. Per questo la formazione dei professionisti e il supporto alle famiglie sono elementi fondamentali per intercettare il disturbo in tutte le fasi della vita e favorire un accesso più tempestivo alle cure» afferma Lucia Elisabetta Abate, dietista ed esperta clinica del corso "Clinicamente esperti, umanamente formati”.
La formazione degli operatori sanitari diventa quindi uno dei nodi centrali. Psicologi, dietisti, nutrizionisti e medici di base rappresentano spesso il primo punto di contatto per chi vive queste difficoltà, e riconoscere i segnali in tempo può cambiare l’evoluzione del disturbo. «Come Danone Nutricia ci impegniamo a portare la salute attraverso l'alimentazione al maggior numero di persone possibile. Sostenere iniziative che promuovono conoscenza, consapevolezza e strumenti concreti per affrontare i disturbi del comportamento alimentare è parte integrante della nostra missione. Parliamo di patologie complesse, che non riguardano solo l'adolescenza ma possono interessare anche persone di età diverse e con storie cliniche molto lunghe. La collaborazione con Animenta nasce proprio dalla volontà di promuovere un approccio che sappia valorizzare le dimensioni emotive, psicologiche e relazionali che si intrecciano con alimentazione e nutrizione» dichiara Manuela Borella, vicepresidente nutrizione specializzata Danone Italia e Grecia.
In fondo è proprio questo il senso della Giornata del fiocchetto lilla: riportare al centro una realtà che spesso rimane nascosta. Dietro i numeri ci sono percorsi personali lunghi e complessi, che riguardano adolescenti, famiglie e sempre più spesso adulti che convivono con il disturbo da anni. Rendere visibile questa dimensione, spiegano gli esperti, è il primo passo per costruire una rete di cura capace di accompagnare le persone lungo tutto l’arco della vita.