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di Sergio Cotti
di Sergio Cotti

Prandini sul rilancio del Made in Italy:
Patto tra ristorazione e agroalimentare

Primo Piano del 23 novembre 2018 | 12:47

Un patto tra il settore dell’agroalimentare e quello della ristorazione, per promuovere il Made in Italy all’estero e per provare a dare un nuovo slancio all’economia del Paese. È quanto auspica il nuovo presidente nazionale di Coldiretti, Ettore Prandini, eletto l’8 novembre scorso alla guida dell’associazione.

Nel frattempo, domani, sabato 24 novembre, è la giornata della riscossa dell’olio extravergine d’oliva. Da tempo l’olio italiano rischia di essere ingiustamente diffamato all’estero da bollini allarmistici e tasse ingiustificate, volute da alcuni Paesi attraverso una risoluzione che esorta gli Stati membri dell’Onu ad adottare sistemi di etichettatura ingannevoli e politiche fiscali punitive. I produttori di tutta Italia, a partire dalla capitale, si daranno appuntamento per fare un bilancio della stagione, presentare ai cittadini le varietà storiche delle olive italiane, far conoscere le proprietà salutistiche e dare consigli per gli acquisti con degustazioni e laboratori.

Ettore Prandini (Prandini sul rilancio del Made in Italy: Patto tra ristorazione e agroalimentare)
Ettore Prandini

Presidente, partiamo da qui. Com’è possibile che l’olio extravergine, così come il Parmigiano, il Prosciutto di Parma o il Gorgonzola possano essere bollati come alimenti insalubri?
Purtroppo la cattiva informazione effettuata da gruppi aziendali, spesso multinazionali, che hanno interessi considerevoli sul mercato, crea le condizioni per cercare di modificare gli usi dei consumatori e dei cittadini, valorizzando prodotti facilmente omologabili, ma di bassa qualità. L’unica possibilità che hanno è dire che i prodotti di qualità, come l’olio extravergine, in realtà non fanno così bene, insinuando un meccanismo di pensiero che porta a una diminuzione concreta del consumo. E la dimostrazione sta, per esempio, nella riduzione nel consumo di olio extravergine d’oliva sul mercato anglosassone da quando è stato introdotto il tema dell’etichettatura a semaforo.

Qualcuno però ha permesso questo tipo di etichettatura.

Siamo ormai al paradosso: se noi chiediamo di aumentare l’etichettatura, e dunque una corretta informazione al consumatore, dobbiamo sottostare a una serie di norme di carattere comunitario, passando da diverse commissioni per avere l’autorizzazione. In questo, caso senza chiedere permessi, singoli Stati hanno potuto introdurre un meccanismo che va contro qualsiasi principio di regolamentazione.

Com’è possibile che ciò avvenga?

Perché c’è una forte spinta da parte di grossi gruppi d’interesse a livello europeo, per far sì che non ci sia un’informazione corretta e trasparente su quello che viene venduto e commercializzato.

Lei ha parlato della necessità di partire dall’agroalimentare e dalla promozione del made in Italy per rimettere in moto l’economia e l’occupazione nel nostro Paese. Questo però è un settore che ha bisogno innanzitutto di essere tutelato.

Sì, ma necessita anche di maggiore pubblicità. Perché se è vero che Paesi come la Francia, la Germania o gli Stati Uniti dispongono di un sistema di grandi piattaforme distributive in grado di operare all’estero, in Italia non abbiamo catene in grado di farlo. Tuttavia, possiamo utilizzare la ristorazione italiana nel mondo, un comparto che altri non hanno ma che in Italia abbiamo sempre sottovalutato. Se riuscissimo a creare un coordinamento con il settore dell’agroalimentare, anche attraverso il ruolo delle ambasciate, in termine di conoscenza e di valorizzazione dei prodotti agroalimentari italiani, sono certo che si potrebbe fare molto.

(Prandini sul rilancio del Made in Italy: Patto tra ristorazione e agroalimentare)

In altre parole, un patto tra ristorazione e agroalimentare per tutelare e promuovere i nostri prodotti all’estero. Ma crede che sarebbe sufficiente?

Forse no, ma sarebbe senz’altro un primo importante passo in avanti. Certo, servirebbe poi un sistema organizzativo, ma questo è un aspetto più ampio che riguarda la realizzazione delle infrastrutture e, come dicevo, il rafforzamento del ruolo delle nostre ambasciate nel mondo. Io credo molto nella valorizzazione del prodotto agricolo tramite la nostra ristorazione, quella vera, capace di esaltare cibi, storie, profumi e tradizioni, tutti aspetti di carattere anche culturale, che altri Paesi non hanno.

Per farlo, si dovrebbe riuscire a far lavorare insieme produttori, piccole e medie aziende, grande distribuzione e ristoranti. Com’è possibile?

Da tempo chiediamo al Governo di aprirsi a una sfida diversa, con la costituzione di un ministero dell’Agroalimentare che abbia la funzione di far interloquire ristorazione, grande distribuzione, industria dell’agroalimentare e comparto agricolo, mettendo tutti sullo stesso livello ed eliminando il meccanismo perverso dello strapotere di determinati soggetti nei confronti di altri. In Lombardia è già stato fatto tanto, con l’assessorato al Cibo, bisogna continuare su questa strada.

Cosa ha impedito, fino ad oggi, la costituzione di questo ministero?

C’è la volontà, da parte di alcune strutture, di non modificare l’impianto attuale. Così però si perdono grandi sfide e grandi opportunità. C’è poi una questione di deleghe tra ministeri, che non hanno creato i presupposti per arrivare alla costituzione di questo nuovo ministero. Noi non ci arrendiamo, serve che questa sensibilità maturi nel Paese per far capire quanto sia importante e strategico il ruolo del comparto agroalimentare.

Per interloquire con il Governo e farsi ascoltare è necessario essere sempre più rappresentativi. Quanta forza ha, oggi, Coldiretti?

Siamo in assoluto la prima organizzazione di rappresentanza in Italia, e in questi anni abbiamo addirittura doppiato tutti gli altri. E siamo in testa anche a livello europeo. La sfida nuova di Coldiretti è dunque quella di riuscire a incidere anche nei confronti delle istituzioni europee, perché tante delle scelte che ricadono sul nostro comparto arrivano dall’Unione e spesso purtroppo non coincidono con un principio di valorizzazione dei prodotti.

Tra l’altro, nei prossimi mesi, la discussione della nuova Politica agricola comunitaria (Pac) occuperà un ruolo centrale nei lavori dell’Unione europea.

Oggi la Pac incide per quasi il 30% sul bilancio delle imprese agricole; una diminuzione in termini di contribuzione potrebbe cambiare il futuro di tante imprese. E’ un meccanismo che a noi non piace, ma non si può negare che tante realtà riescono a sopravvivere proprio grazie ai contributi comunitari. L’impegno principale è creare innanzitutto il presupposto affinché non ci sia una diminuzione della spesa in termini di posizionamento di bilancio a livello comunitario. Bisogna poi arrivare a meccanismi diversi rispetto al passato: dovremmo per esempio favorire chi ha prodotti di qualità e crea occupazione. E l’Italia è il Paese con la maggiore agricoltura specializzata.

Tornando alla manifestazione di domani sull’olio extravergine d’oliva, qual è il bilancio della raccolta di quest’anno?

La qualità è buona, ma abbiamo registrato una diminuzione media del 40% in termini di produzione. E’ impressionante, però, come a questa forte diminuzione non corrisponda un aumento del prezzo, come sarebbe invece comprensibile. Questo ci fa capire quanta contraffazione ci sia sul mercato; mi viene il sospetto che il 40% che manca, venga sostituito con un olio di importazione che, magicamente, si trasforma in prodotto italiano.

Questa suona però come una forte accusa nei confronti anche di aziende italiane.

Senz’altro c’è qualcosa che non funziona nel comparto dell’extravergine. Da sempre invito i consumatori a diffidare quando trovano un olio in vendita a 3 euro e mezzo nella grande distribuzione. Sarebbe importante acquistare esclusivamente i prodotti Dop, perché solo in quel caso abbiamo la certezza di trovare il 100% di prodotto italiano.

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