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Salumi toscani made in Usa Lo Stato italiano incentiva i falsi

Salumi toscani made in Usa Lo Stato italiano incentiva i falsi
Salumi toscani made in Usa Lo Stato italiano incentiva i falsi
Pubblicato il 24 ottobre 2011 | 09:49

A denunciarlo è il presidente della Coldiretti Marini, secondo cui lo Stato italiano promuove le vendite all’estero della bresaola uruguaiana, ma anche la finocchiella, il salame toscano e il culatello prodotti negli Stati Uniti e venduti a New York dalla salumeria Rosi del Gruppo Parmacotto

Sergio MariniLo Stato italiano promuove le vendite all'estero della bresaola uruguaiana ma anche la finocchiella, il salame toscano e il culatello prodotti negli Stati Uniti e venduti a New York dalla salumeria Rosi del Gruppo Parmacotto il quale ha appena stipulato un vantaggioso accordo che prevede un investimento di ben 11 milioni di euro nel proprio capitale sociale da parte di Simest, una società per azioni controllata dal ministero dello Sviluppo economico con la partecipazione di privati. Lo ha denunciato il presidente della Coldiretti Sergio Marini al Forum Internazionale dell'alimentazione di Cernobbio (Co) nella sessione dei lavori dedicata alla legalità come fattore di crescita alla quale sono intervenuti Giovanni Fava, presidente Commissione Parlamentare di Inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale, il magistrato Donato Ceglie, Cesare Patrone, Capo del Corpo Forestale dello Stato, e Paolo Russo - Presidente Commissione Agricoltura Camera Deputati.


Il presidente Sergio Marini ha mostrato il culatello prodotto con carne statunitense a marchio 'Salumeria Biellese” e la bresaola uruguaiana a marchio Parmacotto  risultato dello shopping effettuato dalla  task force  della Coldiretti alla Salumeria Rosi a New York, 283 Amsterdam Avenue. Si tratta dell'importante punto vendita del gruppo Parmacotto che lo scorso 12 ottobre ha ricevuto l'impegno di un finanziamento pubblico da parte della Simest finalizzato «al potenziamento della struttura produttiva e del processo di internazionalizzazione verso i mercati target, con particolare attenzione agli Usa, Francia e Germania, dove il Gruppo mira a consolidare la propria presenza».


Non è politicamente accettabile che lo Stato, che rappresenta tutti i cittadini italiani, finanzi direttamente o indirettamente la produzione o la distribuzione di prodotti alimentari che non hanno nulla a che fare con il tessuto produttivo del Paese ma che anzi fanno concorrenza sleale agli imprenditori impegnati nell'allevamento e nella produzione in Italia. In un momento di crisi si sprecano soldi per favorire la delocalizzazione e non certo l'internazionalizzazione e si alimenta il giro di affari dell'Italian sounding che si stima superi i 60 miliardi di euro l'anno (164 milioni di euro al giorno), cifra 2,6 volte superiore rispetto all'attuale valore delle esportazioni italiane di prodotti agroalimentari. Gli effetti economici diretti dell'Italian sounding sulle esportazioni di prodotti agroalimentari realmente Made in Italy si traducono, inevitabilmente, in effetti indiretti sulla bilancia commerciale, in costante deficit nell'ultimo decennio


Un danno per le imprese e un danno per il Pese. Quello che è più grave è che la finanziaria di Stato rimane 'reticente” anche dopo le denuncia pubblica che abbiamo presentato alla Commissione  Parlamentare di Inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale e al ministero delle Politiche agricole che ha addirittura istituito un tavolo di lavoro sulla vicenda dell'incredibile  acquisto di quote da parte della Simest della società rumena denominata Lactitalia.  Lactitalia ha sede in Romania e produce, utilizzando latte di pecora romeno e ungherese, formaggi rivenduti con nomi italiani (tra gli altri Dolce Vita, Toscanella e Pecorino). La presenza sui mercati internazionali di prodotti di imitazione del pecorino romano è la principale ragione della grave crisi che colpisce i pastori italiani e della quale lo Stato si è reso complice.


«Di fronte a questa situazione la Coldiretti – ha concluso Marini – si pone due domande:
 Perché lo Stato investe risorse pubbliche per divenire proprietario di un'azienda che fa concorrenza agli imprenditori nazionali evocando un'italianità dei prodotti in realtà insussistente?
 Quanti casi analoghi esistono e quali iniziative si intende adottare per porre fine a questa grave situazione che frena la crescita dell'agricoltura italiana e del paese?»



IL CASO PARMACOTTO

Nel 2008 la Simest, società per azioni controllata dal Ministero dello Sviluppo Economico con la partecipazione di privati, acquista una quota di partecipazione del 49% in Parmacotto Usa, la società che si occupa della distribuzione all'ingrosso dei prodotti Parmacotto negli Stati Uniti. Lo stesso anno apre a New York la Salumeria Rosi, negozio monomarca per la vendita di salumi italiani. «Abbiamo constatato che i clienti li percepiscono come prodotti di alta qualità – dichiara l'amministratore delegato di Simest – e ciò fa crescere l'attenzione per la tradizione alimentare italiana dei consumatori americani». I prodotti commercializzati sono quelli della tradizione regionale tricolore, dal culatello alla finocchiona. Tuttavia la metà delle carni lavorate per la produzione proviene , secondo quanto affermato dallo stesso amministratore delegato di Parmacotto, Alessandro Rosi, «da Francia, Danimarca, Spagna e Germania, per lo più».

Lo stesso processo di produzione è stato trasferito in Usa: nel New Jersey. Tra i prodotti commercializzati sul mercato statunitense c'è anche un Culatello Salumeria Biellese che riporta in etichetta il paese di origine della carne (non italiana) ma il cui marchio è quanto meno fuorviante, visto che non ha niente a che fare con Biella. Nel 2009 Parmacotto Usa riacquista la totalità delle azioni, con un debito verso Simest di 3 milioni e mezzo di euro. Nel 2010 la partecipazione di Simest compare però nuovamente per il 49% delle quote in Parmacotto Usa. Il 12 ottobre 2011 Parmacotto e Simest annunciano un'intesa per il potenziamento della struttura produttiva e del processo di internazionalizzazione che prevede investimenti per 16 milioni di euro per consolidare la presenza del gruppo in Usa, Francia e Germania. In cantiere anche la realizzazione di uno stabilimento per la produzione di pre-affettati negli Stati Uniti. Alla Simest viene riservato un aumento del capitale sociale pari a 11 milioni di euro.




IL CASO LACTITALIA

Lactitalia è una società a responsabilità limitata costituita nel 2005 in Romania per la lavorazione e la commecializzazione di prodotti lattiero caseari e posseduta al 29,5 per cento dalla Simest controllata dal Ministero dello Sviluppo economico. Il restante 70,5 per cento è controllato dalla Roinvest con sede a Sassari con amministratori, tra gli altri, Andrea Pinna ossia il vicepresidente del Consorzio di Tutela del Pecorino Romano e Pierluigi Pinna ossia il consigliere dell'organismo di controllo dei formaggi pecorino Roma, Sardo e Fiore Sardo Dop. Lactitalia commercializza in Italia e in altri paesi europei formaggi di 'tradizione italiana” col marchio 'Dolce vita” (mozzarella, pecorino, mascarpone, caciotta) e di tradizione romena tra cui anche una ricotta con la denominazione 'Ricotta toscanella”. «Per voi – si legga nella presentazione dei prodotti sulla pagina internet dell'azienda – abbiamo intrecciato il latte rumeno alla tradizione italiana». Tali prodotti evocano in realtà una origine e una fattura italiana che non possiedono, allo scopo di far intendere al consumatore acquirente che i prodotti sono di origine e tradizione tricolore. Ciò arreca un danno al patrimonio agroalimentare nazionale, con il paradosso che l'operazione è addirittura finanziata con l'intervento dello Stato italiano, attraverso la Simest. Dopo la denuncia di Coldiretti, il ministero delle Politiche agricole ha istituito un tavolo di lavoro sulla vicenda.

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