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Amabile, concreto, instancabile Marco Avella si racconta

Abbiamo sollevato il cappello da cuoco a Marco Avella, del ristorante Evo l'extravergine a Milano, che ci ha svelato i suoi segreti: da cosa voleva diventare da grande a ciò che non manca mai nel suo frigorifero

di Clara Mennella
vicedirettore
 
20 luglio 2014 | 12:49

Amabile, concreto, instancabile Marco Avella si racconta

Abbiamo sollevato il cappello da cuoco a Marco Avella, del ristorante Evo l'extravergine a Milano, che ci ha svelato i suoi segreti: da cosa voleva diventare da grande a ciò che non manca mai nel suo frigorifero

di Clara Mennella
vicedirettore
20 luglio 2014 | 12:49
 

Milanese dalla nascita anche se nelle sue vene scorre qualche goccia di sangue pugliese, Marco Avella (nella foto) svolge la professione che ha scelto con convinzione quando si è iscritto all'istituto alberghiero. Partito giovanissimo con il diploma in tasca, a 19 anni era già Sous Chef a New York e da allora il suo baricentro non si è più spostato, rimanendo centrato sulla sua idea di cucina che è prevalentemente made in Italy e comprende tutte le sfaccettature regionali, interpretate con grande “pulizia” e concretezza, in maniera molto moderna e attuale, con grande cura nella scelta degli ingredienti.

Le esperienze importanti in Italia e all'estero, insieme allo studio, lo hanno portato ad una padronanza della professione che da qualche anno si concretizza anche nelle docenze svolte per Fga, Food Genius Academy, dinamica scuola per professionisti. Tre anni fa ha aperto il ristorante Evo l'extravergine, a Milano in via Friuli, un locale che gli somiglia; moderno ma caldo e accogliente, con un look originale ma anche classico. Marco ne ha fatto il suo regno e, sette giorni su sette, offre la sua cucina con uno dei migliori rapporti qualità-prezzo, sulla piazza meneghina, forse il migliore di tutti.

Marco Avella

Da bambino cosa sognavi di diventare?
Il giostraio, sempre in giro per il mondo, adoro viaggiare difatti dopo la maturità sono stato in giro per dieci anni tra America ed Europa.

Il primo sapore che ti ricordi.
La pasta e patate di mia mamma Lucia.

Qual è il senso più importante?
Nella vita non potrei rinunciare alla vista ma nella professione devo mettere il gusto prima di tutto.

Il piatto più difficile che tu abbia mai realizzato.
La sella di vitello alla Orloff.

Come hai speso il primo stipendio?
Ho comprato un giradischi e Ziggy Sturdust di David Bowie.

Quali sono i tre piatti che nella vita non si può assolutamente fare a meno di provare?
La lasagna di mia madre, la scaloppa di Foie Gras di Sadler, il mio salame di cioccolato.

Cosa non manca mai nel frigo di casa tua?
Frutta e verdura.

Qual è il tuo cibo consolatorio?
Un buon panino con il salame.

Che rapporto hai con le tecnologie?
Non sono un genio ma mi ci applico, trovo che la tecnologia in molti casi ci semplifichi la vita.

All’Inferno ti obbligano a mangiare sempre un piatto: quale?
Le lumache.

Chi inviteresti alla cena dei tuoi sogni?
Penso che 3 sia il numero perfetto quindi Rosario Dawson e Scarlett Johansson.

Quale quadro o opera d’arte rappresenta meglio la tua cucina?
Adoro Boccioni ma mi vedo più in Wassily Kandinsky.

Se la tua cucina fosse una canzone quale sarebbe?
Meraviglioso di Domenico Modugno.

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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Algida Dolce Vita