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Aumentare i buoni pasto La ricetta per contrastare la crisi

Ogni euro in più di deducibilità fiscale genera un aumento dello 0,1% di Pil. Un altro effetto positivo si potrebbe avere se il sistema del buono pasto venisse applicato a tutti i lavoratori aventi potenzialmente diritto

di Mariella Morosi
 
10 settembre 2014 | 17:05

Aumentare i buoni pasto La ricetta per contrastare la crisi

Ogni euro in più di deducibilità fiscale genera un aumento dello 0,1% di Pil. Un altro effetto positivo si potrebbe avere se il sistema del buono pasto venisse applicato a tutti i lavoratori aventi potenzialmente diritto

di Mariella Morosi
10 settembre 2014 | 17:05
 

Quello dei buoni pasto, il servizio sostitutivo della mensa per i lavoratori, è un tema di interesse trasversale che coinvolge varie categorie sociali ed economiche. Per questo, in presenza dell’attuale economia stagnante un potenziamento di questo servizio potrebbe agevolare la ripresa dei consumi, oltre che valorizzare la sua funzione primaria di migliorare la vita del lavoratore. Aumentare il valore di deducibilità fiscale del buono pasto ha ripercussioni positive immediate sul Prodotto interno lordo, sul valore aggiunto e sul gettito fiscale. Ogni euro aggiuntivo di deducibilità fiscale del buono pasto genera un aumento dello 0,1% di Pil, un incremento di valore aggiunto da 0,75 a 1,35 miliardi di euro, mentre il gettito aggiuntivo netto di entrate fiscali può arrivare fino a 330 milioni di euro.



Sono queste le linee emerse al convegno “Aumentare i buoni pasto per aumentare i consumi” organizzato a Montecitorio da Anseb, Fipe, Confcommercio, Cittadinanzattiva, Adiconsum, Adoc, Federconsumantori, Movimento Consumatori, Cgil, Cisl e Uil, dove per la prima volta sono stati affrontati in maniera organica i temi legati a questo importante servizio, proprio per dimostrare, numeri alla mano, a quanto ammonta l’impatto economico sia a livello micro, sia macro se si eleva l’importo esentasse del buono pasto fissato nel 1998 (e da allora rimasto immutato) a 5,29 euro.

da sinistra: Sandro Marini e Franco TuminoNon è mancata la presenza della politica con Pierpaolo Barretta del ministero delle Finanze e dell’Economia e con Bruno Busacca del ministero del Lavoro. Il giornalista Sandro Marini (nella foto accanto) ha coordinato il dibattito sui problemi e sulle opportunità legate a questa importante realtà destinata a crescere. Mentre le mense aziendali vengono via via dismesse, i buoni pasto sono distribuiti attualmente soltanto a due milioni e mezzo di lavoratori (1,6 milioni nel settore privato e 900mila nel settore pubblico) escludendo precari, professionisti, lavoratori a tempo determinato o part time.

Al convegno sono emerse posizioni diverse tra i rappresentanti dei consumatori, dei sindacati e delle aziende della ristorazione, ma è stato unanime il consenso sulle due priorità: l’estensione dei buoni pasto ad una platea più vasta e l’innalzamento della quota esentasse, rimasta immutata dal 1998 a 5,29 euro. Questa misura infatti creerebbe immediatamente maggior potere d’acquisto con un aumento dei consumi.

«Bisogna rivalutare la soglia agevolata per agganciarla all’inflazione - ha detto Aldo Cursano, vice presidente vicario Fipe - considerando la forte perdita del potere d’acquisto. I consumi delle famiglie dall’inizio della crisi hanno segnato una contrazione di 66 miliardi di euro e anche il settore cibo - importante asset del nostro Paese - in casa e nel fuori casa- ha segnato -17 miliardi. Regolare il sistema della fruizione dei buoni pasti e rafforzare il loro valore vuol dire far ripartire i consumi e quindi l’economia».

Per Francesco Rivolta di Confcommercio sarebbe una svolta con un effetto più incisivo degli 80 euro concessi dal governo perché questi non hanno mosso i consumi a causa dell'indebitamento delle famiglie e dell'alta tassazione, mentre per Carlo Alberto Carnevale Maffè dell’Università Bocconi l’innalzamento della soglia di deducibilità fiscale del buono pasto avrebbe ripercussioni positive immediate sul Prodotto interno lordo, sul valore aggiunto e sul gettito fiscale. «Ogni euro aggiuntivo di deducibilità fiscale del buono pasto - ha spiegato il docente - potrebbe generare un aumento dello 0,1% di Pil, un incremento di valore aggiunto da 0,75 a 1,35 miliardi di euro, mentre il gettito aggiuntivo netto di entrate fiscali potrebbe arrivare fino a 330 milioni di euro».

Tali effetti positivi, secondo questa analisi microeconomica, potrebbero subire ulteriori amplificazioni se, oltre al valore esentasse, il servizio dei buoni pasto venisse applicato a tutti i lavoratori aventi potenzialmente diritto. Di conseguenza anche il giro d’affari annuale diretto che si attesta attualmente a 2,7 miliardi potrebbe aumentare in maniera considerevole, creando un effetto traino per l’intera economia.

Un adeguamento della soglia di deducibilità fiscale di un punto è stata calcolata in 36 miliardi di euro. Un costo impegnativo, per il sottosegretario alle Finanze Pierpaolo Baretta, secondo il quale il problema va inquadrato in un più vasta strategia unitaria tenendo conto che in vista di una razionalizzazione generale alcune voci sono più prioritarie di altre.

Un aggiornamento del valore del servizio adeguato alle nuove realtà è stato chiesto con forza anche da Danilo Barbi della Cgil, da Maurizio Petriccioli della Cisl e da Domenico Proietti della Uil. «Il servizio è un elemento del welfare contrattuale - ha detto Petriccioli - ed è un esempio virtuoso di come il fisco possa intervenire in modo selettivo per sostenere i redditi, agevolare la contrattazione per aumentare le forme di remunerazione massimizzando i vantaggi per lavoratori ed esercenti». Far leva sulle deduzioni fiscali è un'urgenza anche per Proietti della Uil. «Il governo - ha detto - deve farlo con lo stesso coraggio con cui sono stati concessi gli 80 euro. E prima ancora di trovare le risorse perché queste non si trovano mai».

Da più parti è emersa anche la necessità del buono pasto elettronico che potrebbe ovviare a molti inconvenienti ed evitare speculazioni. Un tema questo affrontato da Franco Tumino, presidente Anseb, l'associazione degli emettitori dei buoni pasto aderente alla Fipe-Concommercio, che in passato aveva denunciato le distorsioni del mercato dei buoni, come le gare al massimo ribasso e i “servizi aggiuntivi” imposti agli esercenti. Al di là del tema economico da tutti è stata sottolineata la necessità per il lavoratore di una salutare pausa pranzo.

da sinistra: Tina Napoli e Aldo Cursano
Nella foto, da sinistra: Tina Napoli e Aldo Cursano

«Il buono pasto - ha detto Tina Napoli di Cittadinanzattiva - non significa solo acquisto di beni ma occasione di un pasto in condizioni di benessere. La pausa per mangiare può migliorare la giornata lavorativa e anche produttiva del lavoratore e le stesse aziende possono investire sul capitale umano. È un tema che tocca non solo temi economici ma sociali, contribuendo al benessere di cittadini sempre più consapevoli delle proprie scelte alimentari». Anche per Bruno Busacca del ministero del Lavoro è indubbio che la pausa possa migliorare le condizioni di lavoro dal punto di vita relazionale e soprattutto nutrizionale perché - come ha sottolineato - è proprio questa la finalità per cui il buono pasto è stato istituito.

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