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Cucina italiana, a Gela un racconto concreto del riconoscimento Unesco

A Palazzo Mattina, l’iniziativa dell’Accademia italiana della cucina guidata dal delegato Gualtiero Cataldo ha messo a confronto le visioni di tre chef: Pino Cuttaia, Davide Barone e Renato Collodoro

di Piero Rotolo
 
22 aprile 2026 | 16:04

Cucina italiana, a Gela un racconto concreto del riconoscimento Unesco

A Palazzo Mattina, l’iniziativa dell’Accademia italiana della cucina guidata dal delegato Gualtiero Cataldo ha messo a confronto le visioni di tre chef: Pino Cuttaia, Davide Barone e Renato Collodoro

di Piero Rotolo
22 aprile 2026 | 16:04
 

A Gela (Cl), l’evento promosso dall’Accademia Italiana della cucina Palazzo Mattina, guidata dal delegato Gualtiero Cataldo, ha trasformato il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio immateriale dell’Unesco in qualcosa di tangibile: un racconto fatto di piatti, idee e visioni. Non una celebrazione formale, ma un confronto vero.

Cucina italiana, a Gela un racconto concreto del riconoscimento Unesco

Pino Cuttaia, Daniela Lippi, Renato Collodoro e Davide Barone

Una cucina come sistema: identità, memoria e comunità

Dal palco è emersa un’immagine chiara: la cucina italiana è un sistema complesso, stratificato, costruito nel tempo attraverso contaminazioni, biodiversità e cultura popolare. Un mosaico, come è stato definito, dove ogni tessera mantiene la propria identità contribuendo a un disegno più ampio. Il punto non è solo cosa mangiamo, ma perché. Dietro ogni piatto c’è un gesto quotidiano, una memoria familiare, una comunità. È questa normalità, apparentemente semplice, che ha reso la cucina italiana universale. Una cucina che sa essere inclusiva, capace di accogliere e trasformare influenze, mantenendo però un equilibrio unico tra gusto, salute e territorio.

Dalla teoria alla tavola: tre interpretazioni a confronto

Poi la teoria ha lasciato spazio alla pratica. E lo ha fatto con una cena costruita come un vero percorso narrativo. Tre interpreti, tre modi di leggere la cucina italiana. Lo chef Pino Cuttaia ha portato in tavola la sua idea di alta cucina: essenziale, evocativa, capace di lavorare sulla memoria. La sua Crème brûlée di polpo è stata un gioco sottile tra tecnica e ricordo, un piatto che ha sorpreso senza mai perdere radici. Il giovane Davide Barone ha rappresentato invece una generazione che guardava avanti senza dimenticare da dove veniva. La seppia con carciofo è stata pulita, diretta, costruita sulla materia prima e sul rispetto del prodotto.

Cucina italiana, a Gela un racconto concreto del riconoscimento Unesco

La mise en place dei tavoli durante l’evento promosso dall’Accademia Italiana della Cucina a Gela

Infine, l’oste Renato Collodoro (insieme alla moglie Daniela Lippi) ha riportato tutto a terra. Il suo risotto ubriaco al Frappato e salsiccia è stato cucina di sostanza, conviviale, quella che metteva al centro il piacere dello stare insieme. Senza sovrastrutture. A fare da filo conduttore è stato il territorio: dai grani antichi all’olio evo, fino ai vini che hanno accompagnato il percorso.

MWM

È lì che il riconoscimento Unesco ha trovato il suo senso più profondo. Non nei titoli, ma nella capacità di questa cucina di essere ancora oggi viva, quotidiana, condivisa. Di continuare a evolversi senza perdere identità. Insomma, a Gela, per una sera, la cucina italiana non è stata solo patrimonio dell’umanità. È stata, semplicemente, sé stessa.

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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