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di Marta Scarlatti
di Marta Scarlatti

Il successo delle birre artigianali
cambierà l'assetto del mercato italiano?

Il successo delle birre artigianali 
cambierà l'assetto del mercato italiano?
Il successo delle birre artigianali cambierà l'assetto del mercato italiano?
Primo Piano del 22 febbraio 2015 | 11:16

Negli Usa si registrano da qualche anno grandi manovre: a fronte della crescita impetuosa della produzione “artigianale” di birra alcune multinazionali hanno risposto lanciando una vera e propria “campagna acquisti”. Uno scanario possibile anche in Italia, dove negli ultimi anni il consumo di birra sta premiando la produzione artigianale

Nel 2011 la notizia aveva fatto scalpore. Il colosso della birra americano Anheuser-Busch sborsava oltre 38 milioni di dollari per comprarsi Goose Island, birrificio di Chicago nato nel 1988 e diventato rapidamente uno dei tanti portabandiera della rivoluzione artigianalbirraria a stelle e strisce. Agli inizi di quest’anno la stessa Anheuser-Busch, entrata anch’essa nell’orbita del leader mondiale di settore ovvero ABInbev, ha messo a segno un altro colpo rilevando la maggioranza delle quote della Elysian Brewery di Seattle. Se consideriamo altre operazioni simili, sebbene si siano risolte con l’acquisizione di quote di minoranza, operate sempre da ABInbev nel mercato americano è chiaro che, oltreoceano, sta succedendo qualcosa d’importante.



Per entrare in sintonia con questo mercato che ci può apparire molto lontano e diverso dal nostro basterà riportare un paio di dati. Nel 1978, ad esempio, i birrifici registrati negli Usa era 89. Nel 2013 ben 2.822. Una crescita esponenziale che ha messo alla prova la tenuta dei colossi che operano da sempre sul mercato: negli ultimi dieci anni la crescita delle quote di mercato dei birrifici “artigianali” è stata a doppia cifra ed è notizia recente che un paio di protagonisti della scena artigianale, Samuel Adams e Sierra Nevada, sono diventati dei veri e propri miliardari.

Considerando ora che il movimento artigianalbirrario italiano deve molto a quello statunitense sia in termini d’ispirazione sia, fatte ovviamente le debite proporzioni, in termini di numeri la domanda che vale la pena porsi è questa: potrebbe succedere anche da noi? Ovvero potrebbe una Heineken o una Birra Peroni tentare di acquisire il controllo di un qualche birrificio artigianale? Non è un interrogativo così lezioso come potrebbe apparire. Certo, i consumi procapite in Italia non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelli americani e il nostro mercato non è considerato, ormai da anni, tra quelli dove una multinazionale desidera investire massicciamente.

Ma è altrettanto un dato di fatto che le uniche categorie di birra che danno ancora soddisfazioni a chi le produce o le importa sono quelle ascrivibili alla categoria “specialità” da intendersi come tutte le tipologie di birra che si differenziano, per un motivo o per l’altro, dalle classiche lager. Anche da quelle con un brand molto forte e riconoscibile. In poche parole il consumo di birra in Italia sta premiando da un lato le private label o le primo prezzo, protagoniste della grande distribuzione, e dall’altro le specialità. Nel canale del fuoricasa. Insomma, in piccolo si sta registrando nel nostro Paese ciò che si è verificato negli States. Ergo, si potrebbe anche pensare che la risposta dei big player possa essere simile.

Per ora nulla di tutto questo è successo. Qualche voce ha tuttavia iniziato a circolare e di sicuro qualcuno sta sondando il terreno. Un possibile freno a un’operazione concreta appare essere la non esplosività con la quale cresce la birra artigianale italiana e il minor investimento economico che comporta l’importazione di specialità straniere che fanno poi direttamente concorrenza alla birra artigianale nazionale. Ma il futuro appare incerto. Da un lato la nicchia di mercato artigianale non è poi così nicchia, soprattutto in termini di valore piuttosto che in quelli di volumi, dall’altro si stanno affacciando all’orizzonte protagonisti con maggiori capacità finanziarie rispetto ai privati muniti di grande passione ma, ahimé, budget limitati.



Il che significa impianti più grossi, maggiori quantità prodotte e, possibilmente, prezzi più competitivi rispetto a quelli, da più parte considerati tali, cari delle birre artigianali italiane. In ultima analisi dunque i prossimi anni potrebbero in futuro essere ricordati come uno spartiacque per il fenomeno artigianalbirrario made in Italy. Se i nuovi protagonisti che si apprestano a scendere in campo contribuissero ad accelerare la crescita del segmento in maniera davvero sensibile nutriamo seri dubbi sul fatto che il mondo industriale resterebbe a lungo alla finestra a guardare. E qualora ciò avvenisse, la discriminante tra birra industriale e birra artigianale farebbe fatica a essere sostenuta tout court come finora si è sempre fatto.

Ovvero privilegiando la qualifica del produttore rispetto al valore del prodotto in sé. A patto, naturalmente, che una eventuale acquisizione di un piccolo da parte di un grande non comportasse uno stravolgimento degli standard qualitativi e della filosofia del piccolo. Rischio facile da correre anche se, da parte nostra, confidiamo che ai piani alti delle multinazionali il talento per gli affari vada di pari passo alla consapevolezza e alla conoscenza di quanto di nuovo ci sia in questo mondo e di come sia radicalmente cambiato il rapporto degli operatori del canale Horeca e dei consumatori con la loro birra. Anche in Italia.

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Alberto Lupini


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