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Poco agile e molto casalingo Lo smart working va ripensato

Il sociologo Marco Marzano interviene sul caso smart working sostenendo che si debba ripensare alle sue modalità per evitare di trasformare in danno un'opportunità. «Quello che è successo nel lockdown - ha detto - lo chiamerei un “home working” forzato piuttosto che smart working. Lo smart working è un’altra cosa.

di Sergio Cotti
07 ottobre 2020 | 08:30
Poco agile e molto casalingo 
Lo smart working va ripensato
Poco agile e molto casalingo 
Lo smart working va ripensato

Poco agile e molto casalingo Lo smart working va ripensato

Il sociologo Marco Marzano interviene sul caso smart working sostenendo che si debba ripensare alle sue modalità per evitare di trasformare in danno un'opportunità. «Quello che è successo nel lockdown - ha detto - lo chiamerei un “home working” forzato piuttosto che smart working. Lo smart working è un’altra cosa.

di Sergio Cotti
07 ottobre 2020 | 08:30

Bar e ristoranti devono essere in grado di adattarsi allo straordinario processo innescato dai mesi dell’isolamento, per non perdere l’opportunità di crescita che il cambiamento in atto nel mondo del lavoro sta offrendo anche a loro. Tutto questo, a patto però che si ripensi in maniera radicale il concetto di smart working che, per com’è inteso oggi, crea molti più danni che benefici all’intera collettività.

Regole da ripensare per lo smart working - Poco smart e troppo casalingo Il lavoro da casa va ripensato

Regole da ripensare per lo smart working

Il pensiero del sociologo Marco Marzano è chiaro: stiamo vivendo un periodo di profonda trasformazione del tessuto socio-economico nazionale e internazionale, che l’epidemia ha accelerato (anche troppo) e della quale finora abbiamo conosciuto più i lati negativi che quelli positivi.

Il dilagare del cosiddetto “lavoro agile” (che di agile, per la verità, ha ben poco) non ha fatto altro che creare da un lato più stress tra i lavori, dall’altro vuoti di fatturato enormi per i pubblici esercizi, orfani di chi fino a inizio marzo lavorava in ufficio, e che ora invece continua a lavorare da casa, nonostante il lockdown sia finito ormai da 5 mesi.

Professor Marzano, viviamo un cambiamento che sta già sortendo i suoi effetti.
Direi di sì. I risvolti sociali sono enormi e se questa trasformazione - come penso - si consolidasse, le conseguenze sarebbero gigantesche. Nel lockdown abbiamo lavorato tutti di più e ciò può essere un beneficio sia per il sistema produttivo e per le aziende, che per i lavoratori. Tuttavia, l’abolizione dell’orario di lavoro non può rischiare di diventare l’estensione dell’orario di lavoro all’intera giornata.

È stato forse interpretato male?
Senz’altro. Non dobbiamo confondere lo smart working con quello che è successo nel lockdown, che io chiamerei piuttosto un “home working” forzato. Lo smart working è un’altra cosa. Può essere anche un’occasione di socialità per il lavorare, può scegliere dove e quando lavorare e soprattutto quali frequentazioni avere. Banalmente, si potrebbe scegliere di pranzare con un amico, piuttosto che essere di fatto costretti a farlo con un collega.

Marco Marzano - Smart working Marzano
Marco Marzano

Cosa stiamo sbagliando?
Con l’emergenza abbiamo scoperto che si può lavorare anche da casa. Questa può essere anche una magnifica opportunità, se la sappiamo ripensare, coniugandola con la nostra necessità di fare una vita migliore, non peggiore. In quello che facciamo ora, invece, non c’è niente di smart. Lo smart working dovrebbe essere erogato anche da luoghi dove si sta insieme, da uffici collettivi, attraverso forme diverse di organizzazione del lavoro, anche originali. Viceversa, se - come succede ora - l’unico luogo di lavoro diventasse la casa, servirebbero innanzitutto enormi investimenti: si dovrebbero rendere le abitazioni più accoglienti, ciascun lavoratore dovrebbe avere uno spazio adeguato, e i datori di lavoro dovrebbero occuparsi delle infrastrutture, anche tecnologiche, da mettere a disposizione dei loro dipendenti e magari anche dei costi di energia elettrica e di riscaldamento.

Così, però, ci sarebbe il rischio di trasformare la propria abitazione nel posto di lavoro, con ripercussioni anche psicologiche importanti.
Se lo smart working ci permette di fare una vita meno trafelata e di godere anche di aspetti della vita domestica, ben venga. Certo, non può essere il solo trasferimento dell’ufficio in casa, con il datore che continua ad alitare sul collo dei suoi dipendenti. Il rischio, di fronte a una maggiore rigidità, è proprio quello di rimanere sepolti nella propria stanza, con problemi di stress e di ansia ancora più grossi, rispetto al passato. E oggi vedo gente molto più nervosa rispetto al passato.

Un sistema tutto nuovo, che ha bisogno di nuove norme.
Sì, serve una riflessione collettiva, per capire come regolare e organizzare questa nuova attività professionale. I datori di lavoro dovrebbero essere disposti a una maggiore flessibilità, ma un ruolo importante in tutto questo dovrebbero averlo soprattutto il sindacato e le Politiche del lavoro del Governo.

In che modo i locali pubblici potrebbero trarre beneficio dallo smart working?
Ristoranti e bar devono essere capaci di adattarsi a queste nuove abitudini, un po’ come succede da tempo in America, dove in un caffè di Starbucks puoi stare anche tre ore, senza che nessuno ti cacci, con una spina per ricaricare computer e cellulare, il wi-fi e una poltrona comoda che ti fa sentire come a casa. Solo così i locali pubblici possono diventare anche loro luoghi di lavoro. L’attività va ripensata anche in questa chiave, perché fa parte ormai del nostro futuro. È inutile pensare di poter tornare indietro come se non avessimo mai scoperto la possibilità di lavorare lontano dall’ufficio.

Bar come luoghi di lavoro, dunque, ma anche come punto di ritrovo per una nuova socialità.
Esattamente. Il processo in atto è stato senz’altro forzato dalle necessità del lockdown, che ci hanno indotto a riprodurre il vecchio mondo, trasferendo la scrivania in casa nostra. Se ci si ferma qui, però, è una sconfitta per tutti, perché tutta la nostra vita rischia di peggiorare. Il lavoro agile propriamente detto permette di gestire meglio i nostri tempi, gli orari e anche la socialità: si può decidere di lavorare in un locale, o anche semplicemente di andarci in orari impensabili fino ad ora, e soprattutto con le persone che scegliamo noi di frequentare. Ma ripeto, sta anche ai locali cambiare, attrezzarsi e diventare più accoglienti.

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