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Pil, +0,5% nel 2025: domanda interna in aumento, export in frenata

Secondo l’Istat il sistema produttivo ha retto grazie a investimenti in aumento e consumi cauti ma positivi; il deficit è sceso al 3,1%, mentre debito e pressione fiscale sono tornati a crescere

 
02 marzo 2026 | 18:12

Pil, +0,5% nel 2025: domanda interna in aumento, export in frenata

Secondo l’Istat il sistema produttivo ha retto grazie a investimenti in aumento e consumi cauti ma positivi; il deficit è sceso al 3,1%, mentre debito e pressione fiscale sono tornati a crescere

02 marzo 2026 | 18:12
 

Nel 2025 l’economia italiana ha rallentato il passo ma ha comunque mantenuto il segno più. Il Pil è cresciuto in volume dello 0,5% rispetto al 2024, secondo i dati diffusi dall’Istat, un numero che racconta una fase di espansione moderata, lontana dalle fiammate del rimbalzo post-pandemico ma anche dai timori di stagnazione che avevano accompagnato l’inizio dell’anno. Dentro quel mezzo punto percentuale, però, si muovono dinamiche che meritano di essere lette con attenzione.

L’Italia ha chiuso il 2025 con un Pil in aumento dello 05%: i dati Istat

Istat: Pil al +0,5% nel 2025, deficit al 3,1%

Il contributo più consistente è arrivato dalla domanda nazionale al netto delle scorte, che ha inciso per 1,5 punti percentuali sulla crescita complessiva. In altre parole, famiglie e imprese hanno continuato a sostenere l’attività economica, sebbene con intensità diverse. Gli investimenti fissi lordi sono saliti del 3,5% in volume, un segnale che il sistema produttivo, pur in un contesto internazionale incerto, ha scelto di non fermare i piani di spesa. I consumi finali nazionali sono cresciuti dello 0,9%, un ritmo più contenuto ma coerente con un clima di cautela che ancora caratterizza molte famiglie. 

Diverso il quadro sul fronte estero. Le importazioni di beni e servizi sono aumentate del 3,6%, mentre le esportazioni si sono fermate a un +1,2%. Il risultato è stato un contributo negativo della domanda estera netta pari a -0,7 punti percentuali. Anche la variazione delle scorte ha sottratto 0,2 punti alla dinamica del Pil. La fotografia che emerge è quella di un’economia che cresce soprattutto grazie alla sua componente interna, mentre l’estero, almeno nel 2025, ha giocato un ruolo di freno.

Dal lato dell’offerta, il valore aggiunto ha mostrato un andamento differenziato ma complessivamente positivo: +0,8% nell’industria e +0,3% nei servizi. Non si tratta di accelerazioni clamorose, tuttavia indicano che il tessuto produttivo ha retto l’urto di tassi ancora elevati e di una domanda globale meno brillante. A questo si è affiancata una crescita delle unità di lavoro totali pari all’1,3% e un aumento dei redditi da lavoro dipendente del 3,8%, dato che segnala una dinamica salariale più vivace, anche alla luce dei rinnovi contrattuali e del recupero dell’inflazione accumulata negli anni precedenti.

Sul fronte dei conti pubblici, l’attenzione era concentrata soprattutto sul deficit. Il rapporto tra indebitamento delle Amministrazioni pubbliche e Pil si è attestato al -3,1%, in miglioramento rispetto al -3,4% del 2024. Il dato resta sopra la soglia simbolica del 3%, ma la distanza si è ridotta. Una discesa sotto quel livello potrebbe consentire all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione Ue per deficit eccessivo e, di conseguenza, di attivare la clausola di salvaguardia per le spese per la difesa. Il saldo primario è passato da +0,5% a +0,7%, un progresso che indica uno sforzo di consolidamento al netto della spesa per interessi, la quale è comunque cresciuta dell’1,9%.

C’è però l’altra faccia della medaglia. Il debito pubblico è salito al 137,1% del Pil, contro il 134,7% dell’anno precedente. Un aumento che riporta al centro il tema della sostenibilità nel medio periodo, soprattutto in un contesto in cui la crescita rimane contenuta. La pressione fiscale, inoltre, è aumentata di 0,7 punti percentuali, segnale che il riequilibrio dei conti passa anche da un maggiore prelievo.

© Riproduzione riservata STAMPA

 
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