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Ancora crisi per bar e ristoranti
29mila attività chiuse nel 2015

Ancora crisi per bar e ristoranti 
29mila attività chiuse nel 2015
Ancora crisi per bar e ristoranti 29mila attività chiuse nel 2015
Pubblicato il 28 dicembre 2015 | 18:22

Dal 2011 avanza la desertificazione di attività commerciali nel settore ristorativo. Lieve miglioramento rispetto al 2014 (-34mila imprese), ma l'inversione di rotta ancora troppo lenta. La regione peggiore è la Sicilia

Continua ad avanzare la desertificazione di attività commerciali e pubblici esercizi nei centri urbani. Secondo le stime dell’osservatorio Confesercenti, anche nel 2015 il bilancio tra aperture e chiusure di negozi, bar e ristoranti sarà in rosso, con un saldo negativo di oltre 29mila imprese. Un crollo meno grave di quello registrato nel 2014 (-34mila) ma comunque peggiore delle attese. Il calo delle chiusure - il primo in cinque anni - è infatti quasi annullato dalla frenata delle aperture: in totale quest’anno si stima che inizieranno l’attività circa 37mila nuove imprese, contro le oltre 42mila che hanno aperto lo scorso anno e le 45mila nel 2013.



Flussi di aperture e chiusure per servizi bar e ristorazione dal 2011 al 2015

Anno

Aperture

Chiusure

Saldo

2015

36.757

65.824

-29.067

2014

42.092

76.536

-34.444

2013

45.047

70.246

-25.199

2012

41.571

68.685

-27.114

2011

42.087

64.906

-22.819

TOTALE 2011-2015

207.554

346.197

-138.643


Il 2015 è il quinto anno consecutivo di contrazione per il commercio in sede fissa, la ristorazione ed il servizio bar. In totale, dal 2011 ad oggi, questi tre settori hanno registrato circa 207mila aperture e 346mila chiusure, per un saldo negativo di poco meno di 140mila imprese. In media, negli ultimi 5 anni, ogni giorno hanno aperto 114 imprese e 190 hanno chiuso, per un saldo giornaliero negativo di 76 attività.

I cinque anni di desertificazione hanno interessato tutto il territorio nazionale, anche se con intensità diverse a seconda delle zone. Tra le regioni, è la Sicilia ad aver messo a segno il saldo peggiore tra aperture e chiusure di negozi e locali (-16.355 imprese). Seguono, nella classifica delle emorragie di imprese più significative, la Lombardia (-14.327) e la Campania (-13.922). Tra le città capoluogo di provincia, invece, il primato di chiusure va a Roma: l’Urbe sta soffrendo una crisi commerciale ancora più intensa di quella registrata dal resto del Paese: in cinque anni la città ha subito un saldo negativo di quasi 7.500 tra negozi, bar, caffè e servizi di ristorazione. Seguono il comune di Torino, che perde oltre 3mila imprese, e quello di Napoli (-2.327 imprese). Complessivamente, considerando tutti i capoluoghi di provincia, l’unico comune che ha registrato un saldo positivo è Padova, dove negli ultimi cinque anni il numero di bar, negozi e ristoranti è cresciuto, anche se solo di 42 unità.

«Attività commerciali e pubblici esercizi non sono ancora usciti da uno stato di difficoltà - commenta il presidente di Confesercenti Massimo Vivoli - che ormai dura da cinque anni. La ripartenza dei consumi, che pure c’è stata, è ancora troppo recente e modesta per portare ad una rapida inversione di tendenza, anche se finalmente nel 2015 tornano a calare le chiusure di imprese. Preoccupa, però, la frenata di nuove aperture, bloccate dalla stretta del credito e dalla riduzione dei margini di impresa, erosi dalla crisi e da una fiscalità cresciuta quasi costantemente negli ultimi cinque anni».

«Per mettere il settore in condizioni di ripartire davvero - conclude Massimo Vivoli - bisogna ridurre il peso che grava su negozi, locali e botteghe. Ma servono anche soluzioni nuove per un contrasto mirato alla desertificazione di attività urbane: la nostra proposta è introdurre affitti a canone concordato e cedolare secca per le imprese che aprono in uno degli oltre 600mila locali ormai sfitti per “mancanza” di attività in tutta Italia. Un intervento che ci aiuterebbe a difendere la vivacità dei nostri centri storici e a favorire il ripopolamento di negozi e botteghe. Pmi che vivono dell’economia dei propri territori secondo le proprie specificità, e che costituiscono un valore aggiunto per turisti e consumatori, proprio in ragione delle rispettive diversità».

Saldo tra aperture e chiusure di imprese di servizio bar e ristorazione per regione

Regione

saldo aperture/chiusure 2011-2015

Sicilia

-16.432

Lombardia

-14.347

Campania

-13.922

Lazio

-13.713

Piemonte

-11.652

Toscana

-9.903

Emilia-Romagna

-9.869

Puglia

-9.765

Veneto

-8.711

Liguria

-5.020

Sardegna

-4.227

Abruzzo

-3.977

Marche

-3.940

Calabria

-3.683

Friuli Venezia Giulia

-2.794

Umbria

-2.149

Trentino – Alto Adige/Sudtirol

-1.850

Basilicata

-1.575

Molise

-943

Valle d’Aosta/Vallèe d’Aoste

-171

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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14/03/2016 10:12:23
2) Investire sulla Formazione
Ritengo che i dati sarebbero drasticamente diversi se si "insegnasse" agli stessi esercenti a investire nella formazione. Molti credono che aprire un bar sia l'equivalente dell'alzare una serranda e si improvvisano in un settore che, al contrario, è altamente professionalizzato oltre che competitivo. La formazione professionale nel bar management oltre che nei servizi - vedi corsi da barman e corsi per baristi - sono il punto di partenza per la gestione di queste attività affinché producano profitti e non falliscano.
Ilias Contreas

29/12/2015 18:33:16
1) Interventi e soluzioni
Permettetemi di aggiungere alcune riflessioni legate alle chiusure di 29000 attività del settore food. Lo faccio con cognizione di causa, dalla nostra postazione "privilegiata" che ci vede operativi veri in campo e di supporto per aziende in difficoltà. Prendiamo ad esempio le attività stagionali. Ci sono comuni che fanno pagare i tributi anche per il periodo in cui l'attività è chiusa. Plateatico, Tasi, persino sul canone di affitto dei locali, non ci sono sconti, o il canone Tv- Rai. Si paga per 12 mesi anche se per 6 mesi le serrande sono abbassate e non c'è operatività. Questo potrebbe essere già un piccolo argomento su cui valutare degli sgravi fiscali. Poi c'è una cattiva educazione alimentare che premia attività scadenti che vendono a prezzi bassi alimenti di bassissima qualità. I prezzi al ribasso hanno danneggiato le piccole aziende attente ad una serie di parametri che garantiscono un buon stile e hanno favorito il tutto a 10 euro.... o 5 euro, con conseguenze che stiamo vedendo.... C' è poca professionalità, poco aggiornamento, il 50% degli addetti ai lavori provengono da altri settori e non hanno la minima preparazione. Ignorano food cost, metodi di conservazione degli alimenti, metodi di lavoro ecc. Disastro... Potrei andare avanti... ma mi fermo qui. Per oggi può bastare.
Wilma Zanelli


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