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Le sindromi del ristoratore
si curano con la formazione

Le sindromi del ristoratore 
si curano con la formazione
Le sindromi del ristoratore si curano con la formazione
Primo Piano del 10 febbraio 2018 | 09:35

L’area, che vogliamo immaginarci ampia e felice, del benessere aziendale, di certo è incompatibile con la presenza, ed ancor più con la persistenza, di fastidiose e pericolose sindromi. Ben lungi dal delineare scenari attinenti alla medicina, proviamo qui ad individuare quattro sindromi da cui fuggire.

La prima sindrome. “Io, ristoratore, ho la sensazione che la mia azienda possa migliorare, ma non ho idea di come fare e da dove iniziare”. Quindi, c’è una sensazione, sorta di mal di pancia, ma si brancola nel buio circa l’individuazione del problema e di conseguenza ancora meno circa razionali ipotesi di soluzione. Insomma si è nell’incapacità di effettuare problem setting, men che meno quindi, il problem solving.

(Le sindromi del ristoratore si curano con la formazione)

La seconda sindrome. “Io, ristoratore, monitoro e monitoro i dati di cui dispongo, ma non so cosa fare con le informazioni che da essi scaturiscono e come dare ad esse un senso”. Addirittura i dati, che ragionevolmente presumiamo essere dati interni, cominciamo a divenire rumori fastidiosi e non suoni che allertano e suggeriscono.

La terza sindrome. “Io, ristoratore, traggo dalla mia impresa un Roi insoddisfacente. Insomma, metto via qualche soldino ma per come mi impegno, per quanto tempo dedico al lavoro e per quante responsabilità mi assumo, sento di meritarmi di conseguire un utile maggiore”. Insomma, esiste il buon vivere, cosa ben diversa dal sopravvivere e le soddisfazioni, quelle esprimibili in euro innanzitutto, ci devono stare, devono motivare e devono ripagare il lavoro che si svolge.

La quarta sindrome. “Io, ristoratore, noto di essere in ritardo rispetto ai miei concorrenti. Costoro prendono iniziative e non hanno paura delle novità”. Ecco, la neofilia, virtù dei saggi ardimentosi, a contrastare la neofobia, l’indolenza di chi si appisola in bambagia. Ammettiamo che il nuovo esiste e possiamo anche arrivare a constatare che nel passato anche noi abbiamo fatto cose nuove; sì, le abbiamo fatte: sono le cose vecchie di oggi, quelle che non funzionano più!

Vi è un modo per divenire scevri da queste quattro sindromi? E se sì, qual è la priorità? Qual è la prima sindrome da affrontare e debellare onde esserne scevro? Quale delle quattro sindromi, insomma, è bandolo della matassa?

Senza dubbio alcuno la “madre di tutte le sindromi”, con ciò intendendo dire che essa debellando le altre divengono innocue e poi scompaiono anch’esse, è la sindrome numero due. La sindrome a causa della quale accusiamo il fastidio della rumorosità dei dati piuttosto che giovarci del loro piacevole ed indispensabile suono. Dai noisy data ai sound data, ecco l’obiettivo.

Si può. Ma certo che si può. Mediante formazione e mediante dotazione di strumentazione idonea. Ed una volta che i dati emettono suoni percettibili, essi ci predispongono all’edificazione di cellule cognitive. Si schiude la porta della conoscenza, consapevolmente oltrepassata la quale si accede alla balaustra del sapere. Ci si affaccia da posizione favorevole affinché l’osservazione degli scenari, evolventi per definizione (liquidi, diremmo) ci ponga nelle condizioni di superare con scioltezza le altre tre sindromi.

Impariamo cioè a fare problem setting e problem solving (sindrome 1). Sapremo incrementare i ricavi e decrementare i costi, ottenendo un Roi soddisfacente (sindrome 3). Andremo volentieri incontro al nuovo che non solo non ci fa paura ma anzi ci alletta con le sue ghiotte opportunità di crescita felice (sindrome 4). Semplice sì, ma non facile. Perché, ahinoi, talvolta la semplicità è difficile a farsi!

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Alberto Lupini


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