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Bar e ristoranti affondano
Fatturati giù fino all’80%

Bar e ristoranti affondano 
Fatturati giù fino all’80%
Bar e ristoranti affondano Fatturati giù fino all’80%
Pubblicato il 16 luglio 2020 | 10:00

I pubblici esercizi - delle metropoli come delle città medie - continuano a soffrire la mancanza di turisti e l’abuso di smart working. Fipe chiede di calmierare i canoni immobiliari o si andrà per tribunali.

La conta dei danni in bar e ristoranti di tutta Italia prosegue e più passa il tempo più il pessimismo incrementa. E non c’è distinzione tra città medie, piccole o metropoli perché tutti a modo loro soffrono. È il caso di Roma (metropoli) e Arezzo (città media italiana) che vedono i loro fatturati crollare tra il 50 e l’80%. E questi numeri non fanno che “annerire” sempre di più gli orizzonti: ad Arezzo il 70% dei titolari di pubblici esercizi teme il futuro come non mai stando ad un’indagine di Confesercenti. E per “temere il futuro” significa che pensano che il loro locale possa chiudere.

Ad Arezzo bar e ristoranti soffrono l'assenza di turisti - Bar e ristoranti affondano Fatturati giù fino all’80%
Ad Arezzo bar e ristoranti soffrono l'assenza di turisti

E ancora: il 25% denuncia un crollo di oltre la metà degli affari, uno su due racconta di un dimezzamento degli incassi. Quelli che sono riusciti a limitare i danni fra il 10 e il 30% sono appena un quarto degli intervistati. Lucio Gori, responsabile dei pubblici esercizi di Confesercenti, individua due principali cause di questo crollo: il drastico calo del turismo e il massiccio ricorso allo smartworking, che tiene lontano migliaia di dipendenti al lavoro da casa dalle classiche pausa caffè e pausa pranzo. Soprattutto, come stiamo raccontando, nei centri storici che sintetizzano entrambe le situazioni di svantaggio.



E l’effetto smart working non sembra essere prossimo allo stop, soprattutto nella pubblica amministrazione. Sempre restando ad Arezzo si può stimare che dei 20mila addetti del settore pubblico (statale e locale) e dei 3mila occupati nei servizi finanziari almeno la metà continui a usare la propria abitazione al posto dell’ufficio. Inevitabile che tutto ciò apra una gigantesca falla nei conti dei bar e dei ristoranti per i quali i pranzi veloci della pausa di metà giornata erano un business ormai consolidato.
L’effetto si ripercuote naturalmente sui lavoratori del settore. L’80% degli intervistati da Confesercenti ha spiegato che se la situazione non cambia saranno costretti a ridurre il personale. Del resto, c’è un buon 55% di titolari che spiega di fare ancora ricorso agli ammortizzatori sociali come la cassa in deroga. Solo sulle coste italiane, in particolare sulla Riviera Romagnola, si sta creando la situazione opposta con un boom di prenotazione inattese che ha colto impreparate le strutture alberghiere le quali stavano lavorando con un personale tanto ridotto da essere ora costrette a reclutare lavoratori stagionali in extremis che però mancano perchè - temendo di saltare l'estate di lavoro - si sono dedicati ad altri settori.

Anche Roma paga a caro prezzo l'estate da covid - Bar e ristoranti affondano Fatturati giù fino all’80%
Anche Roma paga a caro prezzo l'estate da covid

E gli altri? Si stanno dando da fare in famiglia, stringendo i denti e lavorando silenziosamente sperando che la ruota giri. Ma la situazione non cambia nemmeno altrove. Anzi. Più la città è grande più i “buchi” si notano e sono ampi. A Roma il crollo dei fatturati di bar e ristoranti a luglio 2020 rispetto allo stesso mese del 2019 tocca l’80%. Le motivazioni sono identiche a quelle di cui sopra. Nella Capitale, anche se qualcosa a livello di arrivi si sta muovendo, mancano comunque 10 milioni di turisti e migliaia di lavoratori, chiusi nelle proprie case in smart working.

E nel frattempo si riapre la questione affitti. «Canoni da 15-20 milioni al mese non sono sostenibili - ha detto a La Repubblica il commissario Fipe, Giancarlo Deidda - ed è quindi necessario che il mercato immobiliare venga calmierato almeno fino a fine anno e che il Governo proroghi la misura del credito d’imposta. Se così non fosse, intaseremo di cause i tribunali».

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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