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4 mq, il Governo si fermi!
Così la ristorazione italiana muore

[4 mq], il Governo si fermi! 
Così la ristorazione italiana muore
[4 mq], il Governo si fermi! Così la ristorazione italiana muore
Primo Piano del 11 maggio 2020 | 18:41

Tutta l'Horeca chiede che le soluzioni dell'Inail per la riapertura - tra le quali i 4 mq per cliente - vengano riviste o troppe attività non potranno riaprire. Si perderebbe il 60% dei coperti di oggi di tutti i locali. Fipe e #FareRete contestano duramente le proposte del comitato dei tecnici. L'80% dei locali non riaprirebbe.

Di fronte alle linee guida che il Governo sta considerando su suggerimento dell'Inail e dell'Istituto superiore di sanità la ristorazione rischia di morire. A dirlo sono, sia pure separatamente, tutte le associazioni di categoria. Dalla Fipe - Federazione italiana pubbici esercizi maggioritaria nel comparto alle migliaia di ristoratori rappresentati dalle diverse assoiazioni che aderiscono al progetto #FareRete. Un coro che unisce tutta la ristorazione italiana contro misure che costringerebbero la stragrande maggioranza degli operatori del settore al fallimento. Tavoli distanziati di 2 metri. Niente condizionatori d'aria. La possibilità di recuperare coperti solo con le barriere. L'autocertificazione per le famiglie. Tutte regole che potrebbero porterebbero a una percentuale di chiusura anche all'80%.

Da Fipe a Ristoranti Uniti, tutta la ristorazione chiede al Governo misure adeguate - Quattro metri, il governo si fermi o la ristorazione italiana muore
Da Fipe a Ristoranti Uniti, tutta la ristorazione chiede al Governo misure adeguate

Se le indiscrezioni circa le misure di distanziamento previste dal governo, con una persona ogni 4 metri quadri, venissero confermate, i ristoranti italiani perderebbero in un sol colpo 4 milioni di posti a sedere, ovvero il 60% del totale.
Il dato è stato calcolato dall’Ufficio studi di Fipe, sulla base delle dimensioni medie dei locali. La ristorazione italiana è infatti composta da piccole attività, che hanno in media una superficie di 90 metri quadrati e 62 posti a sedere. Un posto a sedere ogni 0,7 metri quadri, che scende a 0,6 nei locali più piccoli, ma che, con la previsione dei 4 metri quadri di distanziamento tra i commensali, scenderebbe sotto lo 0,3.

«Questa non è una soluzione, ma un serio ostacolo alla ripresa della nostra attività lavorativa – sottolinea Aldo Cursano, Vicepresidente vicario di Fipe -. Noi abbiamo dato la nostra disponibilità da settimane a discutere di maggiori spazi all'esterno, di distanze ragionevoli tra i tavoli, di dispositivi di protezione individuale e possiamo anche valutare, se necessario, di installare delle paratie tra un tavolo e l’altro. Ma il governo non può chiederci di mantenere 4 metri quadri di distanza tra commensali dello stesso tavolo. Altrimenti avremmo ristoranti con solo tavoli da uno».

Per questo la Fipe ha simulato anche altri due scenari. Se il governo decidesse di distanziare i tavoli di 4 metri lineari l’uno dall’altro, la perdita di posti a sedere sarebbe di 3,5 milioni, ovvero la metà dei 7 milioni attualmente disponibili nei ristoranti italiani. Se invece si optasse per i due metri di distanza tra i tavoli, senza distanziamento tra i commensali allo stesso tavolo, la perdita sarebbe del 30% dei coperti. «Quest’ultimo è l’unico scenario sostenibile – sottolinea Cursano -, il solo in grado di permettere agli imprenditori del settore di continuare a lavorare, magari recuperando una parte dei posti a sedere persi, occupando lo spazio al di fuori dei locali. Mi auguro che sia il governo sia i presidenti delle Regioni tengano bene a mente questi calcoli prima di prendere una decisione definitiva». E i 2 metri di distanza rappresentano la soluzione (transitoria) che dal primo giorno ha proposto Italia a Tavola. 

Il progetto #FareRete, che unisce molte sigle del comparto della ristorazione in questo momento difficile, ritiene per parte sua che questi provvedimenti che metterebbero in ginocchio il settore: imporre distanze eccessive tra clienti, procedure di sanificazione complesse e l’utilizzo di divisori in plexiglass. Se queste normative "pubblicate dalla stampa - scrive il comparto in una nota ufficiale - trovassero corrispondenza nelle linee guida di emanazione, avrebbero come conseguenza la chiusura permanente di oltre l'80% dei locali presenti nel nostro Paese".

Altrettanto prive di logica appaiono le troppo drastiche misure restrittive ipotizzate per i sistemi di aerazione e condizionamento; o ancora palesemente ingiuste le ipotesi di attribuire al titolare del locale la responsabilità diretta in relazione al comportamento individuale di terzi all'interno dell'attività. Una questione sollevata anche dai ristoratori campani in un confronto con il governatore Vincenzo De Luca.

«Riteniamo folle e privo di senso - spiega Gianluca De Cristofaro parlando a nome del progetto #FareRete - anche solo ipotizzare misure di tale portata che confermano la poca conoscenza del settore e delle logiche che lo regolano. Non c’è più tempo, servono urgentemente misure pertinenti alla realtà esistente. Chiediamo al Governo di consultarci prima di emanare le nuove disposizioni, coinvolgendo rappresentanti della ristorazione al tavolo decisionale».

«A poche ore dall’emanazione del Decreto Legge - prosegue - ribadiamo anche la necessità che vengano previste misure di finanziamento a fondo perduto, destinate specificamente alla ristorazione e vincolate all’acquisto di prodotti alimentari italiani. Solo in presenza di tali risorse, l’Horeca sarà in grado di riappropriarsi del proprio ruolo, quello di leva economica, imprescindibile, per la filiera agroalimentare, necessario per la ripartenza dell’intero Paese»

Questa è la voce delle 29 realtà associative del progetto #FareRete. Un appello sostenuto da Filiera Italia il cui consigliere delegato Luigi Scordamaglia ricorda come «il perdurare della chiusura del canale della ristorazione stia provocando un effetto domino sull’intera filiera agroalimentare italiana con crolli di produzione fino al 40% del settore del vino, del 45% dei formaggi tipici e del 35% dei salumi di maggiore pregio, mettendo a grave rischio occupazionale parti rilevanti dei 3,6 milioni di lavoratori dell’intera filiera».


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Alberto Lupini


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