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calo drastico

Meno ulivi, meno produzione: l’Italia dell’olio perde terreno nel mondo

Dal 2014 al 2024 la superficie olivicola italiana è scesa del 7,1% e nella campagna 2024-25 la produzione ha perso il 31,8%. Intanto nel 2025 l’evo nazionale ha toccato 7,58 €/kg, quasi il doppio di altri Paesi mediterranei

 
18 febbraio 2026 | 12:51

Meno ulivi, meno produzione: l’Italia dell’olio perde terreno nel mondo

Dal 2014 al 2024 la superficie olivicola italiana è scesa del 7,1% e nella campagna 2024-25 la produzione ha perso il 31,8%. Intanto nel 2025 l’evo nazionale ha toccato 7,58 €/kg, quasi il doppio di altri Paesi mediterranei

18 febbraio 2026 | 12:51
 

Dal 2014 al 2024 la superficie agricola utilizzata destinata agli olivi in Italia si è ridotta del 7,1%, mentre nello stesso periodo il peso produttivo nazionale sul mercato mondiale dell’olio si è quasi dimezzato, scendendo dal 12,7% al 6,3%; e intanto il prezzo dell’extravergine italiano si è mantenuto sopra quello dei concorrenti, arrivando nel novembre 2025 a 7,58 euro al chilo, circa una volta e mezza il greco, 1,7 volte lo spagnolo e oltre il doppio del tunisino. Sono i tre dati che, più di tutti, fotografano lo stato dell’olivicoltura italiana secondo l’indagine sull’industria dell’olio d’oliva pubblicata dall’area studi Mediobanca, e che aiutano a capire perché il prodotto nazionale continui a muoversi su un piano diverso rispetto ai principali mercati internazionali.

Meno ulivi meno produzione: l’Italia dell’olio perde terreno nel mondo

Olio, l’Italia arretra mentre il mondo accelera

Il calo della Sau olivicola racconta infatti una trasformazione lenta ma costante del paesaggio agricolo. In questo decennio segnato dall’abbandono dei campi, la Calabria resta la regione con la quota più ampia di superficie destinata agli olivi - il 30,4% della Sau regionale - ma registra comunque una contrazione del 6,7% rispetto al 2014; la segue la Puglia, che con il 27,3% mantiene un ruolo centrale pur perdendo il 2,7%. Segnali diversi arrivano invece dal Nord: la Lombardia mostra una crescita del 32,4% delle superfici coltivate a olivo, dato che colpisce più per la dinamica che per il peso reale, visto che l’incidenza sul totale regionale resta minima, appena lo 0,3%. In altre parole, l’olivo si espande dove storicamente era marginale e arretra dove era identitario, un’inversione geografica che dice molto delle nuove condizioni climatiche e delle scelte economiche degli agricoltori.

Se si passa dalla terra ai frantoi, la mappa produttiva rimane però saldamente ancorata al Sud. La Puglia guida il Paese con il 45,1% dell’olio nazionale, seguita da Sicilia con il 10,7% e Calabria con il 10,3%; dietro arrivano Toscana all’8,3% e Lazio al 6,8%. Questa distribuzione conferma che il baricentro dell’olio italiano resta mediterraneo, anche se le rese e le annate stanno diventando sempre più variabili, complice una combinazione di fattori climatici, fitosanitari e di mercato.

Proprio il mercato globale offre un altro tassello decisivo. La campagna olivicola 2024-25 ha segnato infatti una netta inversione dopo due stagioni di "scarica": la produzione mondiale ha raggiunto il massimo storico di 3,6 milioni di tonnellate, con un balzo del 38% sul 2023-24. Sono cresciuti tutti i grandi produttori: la Spagna, leader mondiale, è aumentata del 51% e ha raggiunto il 36,1% del totale; la Turchia ha sorpreso con un +109,3% ed è arrivata al 12,6%; la Tunisia è salita del 54,5% e ha toccato il 9,5%; la Grecia è aumentata del 42,9% e si è posizionata al 7%. In questo scenario espansivo l’Italia ha proceduto in direzione opposta, registrando un -31,8% e riducendo drasticamente, come detto, il proprio peso specifico sul mercato internazionale.

Montasio Cattel

Uno squilibrio tra offerta globale in crescita e produzione nazionale in calo che si è riflesso inevitabilmente sui prezzi. Secondo l’analisi Mediobanca, la scarsità di prodotto italiano mantiene le quotazioni dell’evo domestico su livelli più alti rispetto ai principali benchmark esteri. Tra inizio 2024 e inizio 2025, per esempio, l’extravergine spagnolo di Jaén e quello greco di Chania si sono dimezzati, passando rispettivamente da 8,8 a 4,1 euro al chilo e da 8,3 a 4,2. L’olio italiano quotato a Bari è rimasto invece sopra i 9 euro al chilo fino al calo di novembre 2025, quando ha segnato 7,58 euro: comunque circa una volta e mezza il prezzo greco (5,05 euro), 1,7 volte quello spagnolo (4,54) e oltre il doppio di quello tunisino (3,68). Il differenziale di prezzo diventa così una cartina di tornasole del divario produttivo. Intanto, i consumi globali sono tornati a crescere e hanno superato i 3,2 milioni di tonnellate, con un aumento del 15,3% sul 2023-24.

© Riproduzione riservata STAMPA

 
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