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Dipendenza dal web, anche in vacanza...
“Staccare la spina” fa bene alla salute

Dipendenza dal web, anche in vacanza... 
“Staccare la spina” fa bene alla salute
Dipendenza dal web, anche in vacanza... “Staccare la spina” fa bene alla salute
Pubblicato il 09 agosto 2015 | 11:42

Sono oltre il 70% gli italiani che utilizzano internet, per lo più per condividere le proprie esperienze. Anche in vacanza. In questo modo, però, il viaggio può trasformarsi in un’attività tutt’altro che rilassante

La possibilità di essere sempre connessi, persino su una remota spiaggia tropicale, potrebbe rovinare la vacanza a parecchie persone, per le quali è impossibile staccarsi dai propri dispositivi tecnologici. Com’è possibile rilassarsi se si tiene continuamente il cervello in attività postando i propri “stati” sui social network? O peggio si controllano le mail di lavoro... Ne parla Enrico Lombardi, psicologo e psicoterapeuta di Humanitas, nell’intervento che segue tratto da Humanitasalute.it.




Sempre connessi anche in vacanza. Quali sono i rischi di una “vacanza tecnologica“, dove la tecnologia è sempre più pervasiva e l’eventualità di non essere connessi con gli altri è ormai remota? Chi temeva di dover fare i conti con la batteria scarica dello smartphone deve ricredersi: anche sul lettino in spiaggia può ricaricare il suo dispositivo grazie agli ombrelloni dotati di presa Usb. E per chi vuole condividere i suoi momenti di relax sui social network, ci pensa il wi-fi degli stabilimenti balneari.

Secondo l’ultimo Rapporto Censis sulla comunicazione, gli italiani utenti di internet sono oltre il 70%, uno su due è iscritto a Facebook e la metà della popolazione ha uno smartphone. «Se il contatto con la tecnologia è quotidiano e pervasivo, non può non esserlo anche in vacanza. Le nuove tecnologie sono ormai diventate nostre propaggini, prolungamenti che fanno ormai parte di noi e della nostra quotidianità: come potremmo sbarazzarcene durante le vacanze se non siamo in grado di farne a meno durante tutto l’anno in ogni contesto della nostra vita?», dice il dottor Enrico Lombardi, psicologo e psicoterapeuta di Humanitas.

«Grazie alle tecnologie - continua - la condivisione delle esperienze non solo è immediata, ma anche globalizzata, senza limiti familiari o relazionali come succedeva fino a non molti anni fa, quando chi voleva restare in contatto con qualcuno durante una vacanza poteva unicamente spedire cartoline indirizzate a singole persone o era costretto a usare i gettoni per brevi telefonate a caro prezzo».

Ma che rischi comporta essere sempre raggiungibili e poter restare in contatto con tutti anche in vacanza?
«Il rischio di rimanere sempre connessi è quello di vivere in un mondo bidimensionale e appiattito, particolarmente invitante perché accessibile in ogni momento e sotto il nostro diretto controllo, ma che se utilizzato in maniera rigida e pervasiva rischia di farci prendere le distanze dalle relazioni reali e dalla realtà», risponde il dottor Lombardi.

Che caratteristiche ha questo rapporto simbiotico con la tecnologia?
«La relazione di ognuno di noi con la tecnologia dipende dall’uso che se ne fa: si può usare o “essere usati” da smartphone, pc e tablet. In questo secondo caso il rischio è quello di sviluppare una vera e propria dipendenza caratterizzata da una relazione disfunzionale in cui invece di utilizzare tali strumenti per raggiungere altri obiettivi, sono essi stessi l’obiettivo finale del nostro agire, diventandone quindi succubi e subendo passivamente, nostro malgrado, la loro influenza e contaminazione in ogni contesto della nostra quotidianità.

Trattandosi di una dipendenza, in assenza di tali presidi tecnologici, si potranno sviluppare quindi vere e proprie sindromi di astinenza sperimentando ansia, insonnia, tristezza, apatia, senso di insoddisfazione. Significativo ad esempio come molti scelgano ormai il luogo dove alloggiare in vacanza in funzione della possibilità di accedere al wi-fi, allo stesso modo di come un alcolista si garantisce di poter accedere alla sostanza alcolica ovunque vada».

Ma in questi casi il rapporto con l’hi tech è quasi “patologico”: «Non dobbiamo demonizzare la tecnologia. Se pensiamo a quanti benefici possono arrivare da un suo uso ponderato, anche in vacanza: dalla scelta di alberghi e ristoranti alle prenotazioni on line alle mappe interattive fino alla possibilità di mettersi in contatto per richeste di aiuto, tutte operazioni che hanno trasformato e agevolato la nostra quotidianità. È la rigidità e pervasività di tali comportamenti a farli diventare disfunzionali per noi stessi».

«Il rapporto è disfunzionale quando, per esempio, non si riesce più a godere del tempo libero senza poter fare a meno di rispondere subito alle mail di lavoro anche in vacanza». L’iper-connettività non permette di far staccare davvero la spina: «Così facendo si abbatte la barriera tra tempo-lavoro e tempo-riposo, con un possibile aumento del livello di stress che si riverbera, al rientro, sulle performance dei lavoratori».

Cosa poter fare per spezzare la dipendenza dalla tecnologia?
«Si può pensare a una graduale disintossicazione, a porsi dei limiti per rientrare in un rapporto più misurato con la realtà. Difficile immaginare di partire senza, facendo ormai parte di noi, ma possiamo porci noi stessi alcuni “paletti”: ad esempio sforzandoci di utilizzare la tecnologia, se ci rendiamo conto che ci allontana dalla realtà e dalle gratificazioni ad essa legate, solo in alcuni momenti (ad esempio la sera prima di andare a letto o in altri momenti prestabiliti) e non tenendo i dispositivi hi tech per il resto della giornata con noi; o ancora limitandone il loro utilizzo a un tempo prestabilito (mezzora ad esempio, oltre alla quale ci dedicheremo ad altro). Potremo allora riscoprire il piacere di contatti più reali, come del resto non più di 20 anni fa era inevitabile, quando non esistevano ancora», conclude il dottor Lombardi.

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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