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Scattare troppe fotografie
può compromettere la memoria

Scattare troppe fotografie 
può compromettere la memoria
Scattare troppe fotografie può compromettere la memoria
Pubblicato il 31 agosto 2019 | 10:50

Perché ci sia un ricordo è necessaria una forma di apprendimento, in quanto l’informazione deve essere acquisita mantenuta in memoria. Documentare troppo la nostra vita, dunque, non sempre aiuta a ricordarla meglio.

Ciò che chiamiamo ricordo è il frutto di sistemi mnesici differenti ma in continua interazione tra loro. L’informazione, per esempio un’immagine, deve essere integrata in un preciso tempo e luogo con riferimento a se stessi in quanto partecipanti all’evento. Ne ha parlato Lara Fratticci, neurologa di Humanitas, in un articolo di Humanitasalute, che vi proponiamo di seguito.

Grazie a smartphone e social, oggi si fanno molte più foto che in passato  (Scattare troppe fotografie può compromettere la memoria)
Grazie a smartphone e social, oggi si fanno molte più foto che in passato


Nell’era dei social network scattare milioni di foto è diventato un passatempo piuttosto comune. Si fotografa tutto: dagli eventi più memorabili alle cose più comuni, come il piatto che si ha davanti al ristorante. Documentare continuamente la nostra vita per immagini dovrebbe aiutarci a ‘fermare’ meglio il ricordo di un avvenimento per noi degno di nota, ma in realtà non è così.

Scattando foto in realtà si compromette la memoria, il ricordo di un evento. Lo rileva una ricerca della University of California - Santa Cruz, pubblicata sul Journal of Applied Research in Memory and Cognition. In una serie di esperimenti, 42 studenti universitari sono stati invitati in laboratorio per un tour virtuale di un museo in cui guardavano i dipinti sugli schermi dei computer. È stato confrontato il modo in cui hanno ricordato i dipinti quando hanno soltanto guardato le immagini, quando facevano al tempo stesso foto usando un telefono con fotocamera e quando hanno scattato foto usando Snapchat. È emerso che coloro che fotografavano ottenevano un punteggio peggiore, fino al 20%, su test a scelta multipla relativo a ciò che avevano visto.

Un’ipotesi degli studiosi è che alla base vi sia un fenomeno noto come “scarico cognitivo”: cioè, non ricordiamo perché sappiamo che la fotocamera è lì per ricordare per noi. Nell’esperimento persino coloro che scattavano foto usando Snapchat, con immagini della durata di soli 10 secondi, ricordavano meno. Le persone a cui è stato chiesto di scattare una foto e poi di eliminarla hanno fatto anche peggio. Al momento di scattare una foto, per gli studiosi le persone si concentrano meno su ciò che hanno di fronte, un fenomeno definito “disimpegno attenzionale”.

Fotografare potrebbe poi anche creare una falsa sensazione di conoscere il soggetto meglio di quello che poi avviene realmente, rendendoci meno propensi a usare le strategie mentali che ci aiutano a ricordare.

«Perché ci sia un “ricordo” è necessaria una forma di apprendimento - ha spiegato la dottoressa Fratticci - in quanto l’informazione deve essere acquisita e quindi mantenuta in memoria. Pertanto sono fondamentali tre fasi del ricordo, la codifica, la ritenzione ed il recupero. La codifica affinchè l’informazione venga inserita in un contesto ed in tal senso è fondamentale l’elaborazione dello stimolo, che quanto più sarà profonda tanto più ne avremo traccia; si devono poi attuare delle strategie per immagazzinare l’informazione, affinché possa poi essere recuperata e questo varia dalle proprietà di ciò che rimane del vissuto originale. Fondamentale, a mio avvio, è proprio l’elaborazione dell’informazione e più lunga è quella a breve termine e maggiori saranno le probabilità che il ricordo passi nel dominio mnesico a lungo termine e diventi permanente. Inoltre, lo scatto di una foto, rappresenta a mio parere, una sorta di “interferenza”, prodotta dal rumore dello scatto e dall’utilizzo di un oggetto, in questo caso il telefono. Fondamentale è pertanto utilizzare al meglio le strategie mentali che ci aiutano a ricordare».

© Riproduzione riservata

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