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Formazione e meno burocrazia
Così l'agroalimentare può ripartire

Formazione e meno burocrazia 
Così l'agroalimentare può ripartire
Formazione e meno burocrazia Così l'agroalimentare può ripartire
Pubblicato il 25 settembre 2020 | 15:09

Per il presidente di Centromarca, Francesco Mutti serve un piano di lungo termine che si basi sulla qualità della formazione degli addetti, sulla possibilità per le aziende di unirsi per rendere il settore sempre più competitivo.

Anche se l’alimentare ha tenuto nei primi sei mesi dell’anno, nonostante il lockdown, non bisogna accontentarsi. Ha sostenerlo il presidente di Centromarca Francesco Mutti che spiega: «Quella alimentare è stata una filiera resiliente alla crisi economica e lo è anche in questa emergenza della pandemia, con la sua grande capacità di generare occupazione. Ma la filiera può fare molto di più. Serve però una crescita di competitività del sistema, meno burocrazia e una crescita della dimensione aziendale necessaria per competere».

Francesco Mutti - Far ripartire l’agroalimentare Mutti: Serve meno burocrazia
Francesco Mutti

Secondo l’amministratore delegato di Mutti spa, che è intervenuto alla presentazione del rapporto “Industria alimentare italiana oltre il Covid-19” redatto da Nomisma con la stessa Centromarca e Ibc, è, infatti, questo il momento di attrezzarsi per una fase di resistenza e guardare avanti.

«Serve un piano di lungo termine che si basi sulla qualità della formazione degli addetti, sulla possibilità per le aziende di unirsi per diventare più grandi e poi un piano per rendere il settore agroalimentare sempre più competitivo», insiste il presidente di Centromarca. Suggerendo, in pratica, anche un possibile utilizzo delle risorse in arrivo dall’Europa.

«Siamo impegnati perché l’agroalimentare sia centrale nelle politiche di spesa del Recovery Fund», ha raccolto il sollecito la ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova.

Perché se la ristorazione ha tenuto durante l’estate grazie a tavolini all’aperto e alle vacanze, ora bisogna vedere cosa accadrà da qui a dicembre senza la speranza dell’arrivo dei turisti, lo smart working e possibili nuovi lockdown. Il prossimo futuro sembra al momento essere diviso: chi produce per la grande distribuzione può ancora sperare in buoni risultati, non così per chi vende a ristoranti e bar.

I produttori di vino, ad esempio, hanno registrato un calo dell’export del 4,2% mentre nei cinque anni precedenti si era assistito ad aumenti medi del 5%. E i dati del sondaggio di Nomisma lo confermano: per il 62% dell’aziende intervistate l’anno si chiuderà con una contrazione delle vendite, solo il 20% prevede un incremento del fatturato.

«In questo contesto la chiave sarebbe esportare il più possibile puntando su mercati diversi, il problema è che l’alimentare italiano è fatto di aziende più piccole della media del settore manifatturiero — spiega Denis Pantini, responsabile Agroalimentare di Nomisma —. È vero che in questi anni il nostro export alimentare è cresciuto, ma ad esportare sono poche aziende, sempre le stesse, quelle più grandi».

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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