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L'Austria dichiara la Guerra dello sci:
no ad aperture europee condivise

L'Austria dichiara la Guerra dello sci: 
no ad aperture europee condivise
L'Austria dichiara la Guerra dello sci: no ad aperture europee condivise
Pubblicato il 25 novembre 2020 | 12:22

Vienna ha detto no alla proposta italiana di aperture degli impianti dopo le festività in Europa. Peccato che nei rifugi tirolesi il covid sia divampato come una bomba a febbraio...

Anche sullo sci l'Europa è tutto tranne che… unita. Gli scenari che si stanno aprendo attorno allo sci sanno di schieramenti da Prima Guerra Mondiale, con la partite che - come a quei tempi - si gioca sulle vette alpine (purtroppo ancora poco innevate a causa delle tiepide temperature). A dichiarare "guerra" è stata nelle scorse ore l'Austria che ha detto "no" alla proposta italiana di stabilire una linea su eventuali aperture degli impianti (dopo le festività natalizie) che accomuni i Paesi confinanti: Francia, Germania, Svizzera, Slovenia e, appunto, l'Austria.

Vienna dichiara la Guerra dello Sci No ad aperture europee condivise
L'Austria vuole aprire gli impianti per Natale

In Austria lo sci è una "religione"
Lo scenario austriaco merita, come premessa, un approfondimento. Punto primo: dal 15 novembre il Paese intero è tornato in un lockdown piuttosto severo a causa del numero di contagi che era schizzato alle stelle (7mila al giorno su una popolazione di poco meno di 9 milioni di abitanti); il divieto di uscire rimarrà in vigore fino al 6 dicembre e nel frattempo è in atto uno screening di massa ordinato dal cancelliere Sebastian Kurz. Dall'altra parte va considerato che in Austria lo sci è culturalmente come una religione ed economicamente il turismo in generale vale il 16% del Pil nazionale con 8,4 miliardi di fatturato e con il turismo invernale che apporta il contributo maggiore. Insomma, per fare un parallelismo con l'Italia, si può paragonare lo sci alla Serie A di calcio. Senza dimenticare che, in ogni caso, Confturismo stima in 2,4 miliardi di euro la perdita solo nell'arco alpino per il turismo invernale italiano (senza dimenticare tutto ciò che non si incasserà dall'acquisto e noleggio di attrezzature).

Nei rifugi tirolesi il covid trovò terreno fertile a febbraio
Detto questo, ci si trova di fronte al solito dilemma: tutelare la salute prima di tutto o allargare le maglie per dare respiro anche all'economia? Data la situazione, la salute prima di tutto con sostegni però economici dallo Stato per aiutare le aziende in difficoltà. La questione però è anche politica ora: perché quel no secco dell'Austria? E può l'Europa intervenire per fare da collante, senza strizzare l'occhio sempre ai cancellieri (tedeschi o austriaci che siano). Ma ancor di più: nessuno ricorda all'Austria che una bella fetta di responsabilità per lo scoppio della pandemia tra febbraio e marzo è proprio degli aprés ski tirolesi? Altro parallelismo: quel che è successo in Sardegna da noi a Ferragosto è successo nei super rifugi austriaci a febbraio, dove migliaia di persone si accalcano per l'"aperitivo" dopo una bella sciata. E allora, con quale faccia ora si oppongono ad una richiesta di scelta comune che tutela la salute di tutti e l'economia di quei Paesi?

Il "no" una scelta ideologica. Anche in estate i rapporti si incrinarono
Chiaro che la scelta sembra più ideologica che realistica anche guardandosi indietro. In estate l'Austria aveva stretto i controlli ai confini con l'Italia (e con altri Paesi come Croazia, Slovenia, Slovacchia e Ungheria) per timore dei "contagi da rientro" causati dalle vacanze estive degli austriaci in questi Paesi e dagli italiani che arrivavano in Austria. Ma non solo, i dispetti di frontiera si sono verificati anche negli anni precedenti. Vienna nel 2018 era arrivata a minacciare la chiusura dei confini meridionali per fermare i flussi dei cosiddetti "migranti secondari", quelli registrati nei Paesi di arrivo e che poi si spostano altrove. Dopo che lo scorso settembre l'esecutivo Ue ha dato il via libera al nuovo patto sulla migrazione e l'asilo, in occasione della prima riunione tra i ministri dell'Interno Ue la responsabile del Viminale Luciana Lamorgese ha criticato la proposta che sancisce il concetto di solidarietà obbligatoria a sostegno degli Stati sotto pressione, traducendolo in una formula a scelta tra ricollocamenti dei profughi e rimpatri sponsorizzati dei migranti, ma che non supera la responsabilità per il Paese di primo ingresso per tutte le richieste di asilo, fulcro del regolamento di Dublino.

L'Italia, ha chiarito Lamorgese in quell'occasione, non può prescindere da un chiaro superamento del principio di responsabilità dello Stato di primo ingresso. Contraria alla posizione italiana, l'Austria, a sua volta forte dell'appoggio dei quattro Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), tutti decisi a respingere la redistribuzione dei richiedenti asilo nel proprio territorio. Un'eventualità , quest'ultima, che Vienna vede anche nella proposta sui rimpatri sponsorizzati (gli Stati che falliscono, dopo otto mesi dovranno infatti accogliere i migranti sul proprio suolo).

Giuseppe Conte e Sebastian Kurz - Vienna dichiara la Guerra dello Sci No ad aperture europee condivise
Giuseppe Conte e Sebastian Kurz

Dall'Austria richieste di risarcimento se passerà la linea italiana
Insomma, pretesti per alzare muri nei confronti dell'Italia, pretesti che - la storia insegna - possono dar luogo a scontri anche bellici. Non sarà certo questo il caso, ma gli scontri del 2000 hanno sembianze più infime. Esempio: se venisse ribattezzata quella che sta per nascere "La Guerra dello sci?". Anche perché l'Austria non solo ha dichiarato "guerra", ma ha anche già fatto il primo passo chiedendo all'Europa risarcimenti nel caso in cui si seguisse la linea chiesta dall'Italia. "Se le stazioni sciistiche resteranno chiuse durante le festività natalizie - dice il ministro delle finanze austriaco Gernot Bluemel (OeVP) - l'Ue dovrà assicurare l'80% dei proventi (circa 2,4 miliardi di euro) e risarcire fino a 2 miliardi di euro come quanto prevede lo Stato austriaco in termini di risarcimenti agli esercizi commerciali chiusi oppure prevedere una riduzione del contributo che l'Austria versa all'Ue". Non certo noccioline.

Francia e Germania si schierano dalla parte dell'Italia
A questo punto, visto il desiderio di unione europea, verrebbe da attendersi l'aiuto di altri Paesi che come l'Italia traggono molto beneficio dallo sci, ma non quanto l'Austria e - si spera - hanno un po' di razionalità in più. Qualcosa in senso unitario si sta muovendo. La Baviera ha appoggiato la linea di una scelta condivisa: "Preferirei un unico accordo a livello europeo: niente impianti di risalita aperti ovunque o niente vacanze ovunque", ha dichiarato il presidente Markus Soeder. Ancora più netto il capo dell'Eliseo Emmanuel Macron: "Mi sembra impossibile immaginare un'apertura per le feste. Sarà meglio orientarsi per una riapertura nel corso del mese di gennaio", ha annunciato in diretta tv, parlando di una "concertazione in corso con il governo" e con "i Paesi vicini". Resta da capire che posizione prenderà la storicamente neutrale Svizzera, dove già si scia in 10 località.


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Alberto Lupini


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