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sabato 14 febbraio 2026  | aggiornato alle 12:08 | 117408 articoli pubblicati

Nel mondo degli spirits l’artigianale funziona finché nessuno fa domande

Nel mondo degli spirits parole come artigianale, Made in Italy, territorio e small batch generano fiducia e valore, ma senza criteri verificabili creano un’area grigia fatta di promesse forti e prove deboli. Questo manifesto difende innovazione e settore chiedendo però trasparenza di filiera, definizioni chiare e standard minimi, per tutelare produttori, operatori, mercato e consumatori

14 febbraio 2026 | 08:00
Nel mondo degli spirits l’artigianale funziona finché nessuno fa domande
Nel mondo degli spirits l’artigianale funziona finché nessuno fa domande

Nel mondo degli spirits l’artigianale funziona finché nessuno fa domande

Nel mondo degli spirits parole come artigianale, Made in Italy, territorio e small batch generano fiducia e valore, ma senza criteri verificabili creano un’area grigia fatta di promesse forti e prove deboli. Questo manifesto difende innovazione e settore chiedendo però trasparenza di filiera, definizioni chiare e standard minimi, per tutelare produttori, operatori, mercato e consumatori

14 febbraio 2026 | 08:00
 

Nel mondo degli spirits alcune parole come “artigianale”, “small batch”, “territorio”, “riserva/affinamento”, richiamano fiducia e valore. Ma dove mancano definizioni verificabili, cresce l’area grigia: comunicazioni potenti, prove deboli, aspettative poco chiare. Questo articolo è un manifesto per l’ospitalità andando controcorrente e stando dalla parte del settore. Vuole difendere la libertà d’innovazione e la flessibilità, ma chiede anche un vocabolario pulito, standard minimi rivisti e competenza di filiera per tutelare addetti al lavoro, produttori, mercato e consumatori. Si ragiona per categorie e criteri; gli esempi sono tipologie ricorrenti, non riferimenti a singoli marchi. Questo testo non da un parere legale: è un framework informativo coerente con la normativa Ue sulle bevande spiritose e con i principi contro pratiche idonee a indurre in errore il consumatore.

Made in Italy: se il racconto non ha il supporto del metodo, è solo rumore.

Artigianale a chi? Perché il beverage italiano oggi ha bisogno di un vocabolario di verità. C’è un momento in cui un settore smette di parlare di gusto e inizia a parlare di fiducia; non succede in un convegno; succede con un gesto semplice: apri una bottiglia, versi e assaggi. In quell’istante capisci se la promessa è vera, o solo ben confezionata. Questa cosa la vedo ogni giorno: in sala, al banco, in hotel, in una carta cocktail, in una selezione spirits; perché “serve qualcosa di italiano, artigianale, premium”. Oggi, nel mondo dei distillati e dei liquori italiani, il rischio è questo: quando “artigianale” e “Made in Italy” diventano scorciatoie, funzionano perché evocano più di quanto descrivano: cura, territorio, autenticità. Ma se la dichiarazione alza le aspettative che il metodo non può sostenere, la fiducia si spezza. E quando la fiducia si rompe non soffre solo il singolo brand: si indebolisce la categoria, si confonde il consumatore, si svaluta un patrimonio reputazionale collettivo e chi perde è chi produce onestamente.

Artigianale deve descrivere un processo, non un’emozione
Artigianale deve descrivere un processo, non un’emozione

Vado controcorrente, sì. Contro il settore, no.

Questo non è un attacco: è una difesa del beverage, dell’ospitalità, della qualità italiana che ha un grande valore e della trasparenza per chi produce e per chi compra e chi consuma consapevolmente. E va detto subito: è un manifesto pro-innovazione. Nuovi processi, nuove categorie, nuove idee: ottimo. Ma l’innovazione, per durare, ha bisogno di una cosa sola: definizioni chiare e promesse robuste. Innovare non significa confondere. Altro punto, altrettanto netto: il tema non è “industriale vs artigianale”. L’industriale è un modello legittimo e spesso più stabile sul controllo qualità di molte micro-produzioni. Il tema è l’ambiguità: quando l’apparenza pesa più del processo e e le parole diventano elastiche, l’etichetta pesa più della sostanza; il mercato perde un riferimento comune.

La qualità non nasce da una fotografia

Noi professionisti che lavoriamo in questo settore dobbiamo imparare a parlare in modo più chiaro ai consumatori. Non possiamo pretendere che i clienti distinguano un prodotto coerente da uno “solo vestito bene”. Se continuiamo con la solita scenografia e storielle su costiere, montagne, nonni e ricette segrete il prodotto sparisce. La qualità non è un’opinione: è coerenza nel tempo. E la coerenza nasce dalla ricerca, dagli ingredienti, da processi, dagli standard qualitativi e da controllo e ripetibilità. La narrazione è utile, ma deve poggiare su basi tecniche. Non basta un panorama.

C’è un dettaglio importante: in alcuni comparti la parola “artigianale” ha una definizione chiara, precisa e legale, per esempio nella birra. Negli spirits, invece, spesso viene utilizzata la parola “artigianale” solo come slogan. Se non la colleghiamo a criteri verificabili, rimane fuorviante. A mio avviso è necessario fissare regole chiare per non creare confusioni.

In Europa, negli spirits, certe parole sono confini

Quando si parla di bevande spiritose, molte parole non sono poesia: sono denominazioni legali. Il Regolamento (UE) 2019/787 definisce architettura e perimetro: categorie, requisiti, presentazione ed etichettatura, protezione delle indicazioni geografiche. Traduzione trade: se una parola definisce una categoria, quella parola è un confine. E un confine ha senso solo se è difendibile e applicabile.

Etichette e “diritto di sapere”

C’è un contesto che pesa sempre di più: storicamente, nell’Ue, le bevande oltre 1,2% vol. hanno avuto un regime su ingredienti e nutrizione diverso rispetto ad altri alimenti , con rinvii e specificità normative. Questo ha alimentato (anche giustamente) il dibattito sul “diritto di sapere”. La direzione però è chiara: dove il mercato evolve cresce la richiesta di trasparenza. Si pensi al vino, che ha introdotto requisiti informativi evolutivi, specifici negli ultimi aggiornamenti normativi.È un segnale di traiettoria. E la trasparenza non è una concessione: è reputazione. È fiducia. È mercato.

ndo le parole hanno un confine chiaro, il consumatore sceglie consapevolmente
ndo le parole hanno un confine chiaro, il consumatore sceglie consapevolmente

L’area grigia: non sempre vietata, spesso rischiosa

Il punto più scomodo è anche quello più utile: non tutto ciò che è “furbo” è automaticamente illegale sul piano della comunicazione… però può essere commercialmente scorretto. La cornice Ue sulle pratiche commerciali sleali (Direttiva 2005/29/CE) nasce con un criterio ben chiaro: una comunicazione è scorretta se è idonea a indurre in errore il consumatore medio o a falsarne le scelte economiche (anche per omissione). Quindi no: non è una caccia alle streghe. È diligenza di filiera.

L’ambiguità non è una colpa: è un rischio economico

Il confine non è tra “buoni e cattivi”. È tra trasparente e ambiguo. E l’ambiguità non è una colpa morale: è un rischio economico. Quando esplode, pagano tutti. Anche chi lavora bene.

  • Conto terzi - trasparenza sui ruoli (norma + salto di mercato): per legge in etichetta deve esserci l’operatore responsabile (nome/ragione sociale e indirizzo): questo è il minimo (Reg. UE 1169/2011). Ma l’impianto di produzione non è sempre obbligatorio da indicare in modo “leggibile” al consumatore, e spesso restano codici e formule che per il pubblico non dicono nulla.

Qui chiedo un salto di trasparenza commerciale, non un obbligo legale aggiuntivo: quando la narrazione costruisce valore su “produzione propria”, i ruoli vanno resi leggibili almeno nel canale trade (scheda tecnica, sito ufficiale, materiale professionale): dove si produce, con quale schema, con quale responsabilità. Non per colpire il conto terzi (che può essere eccellenza e dare garanzie vere), ma per evitare che il consumatore deduca ciò che non è stato detto.

  • Small batch (tradotto come “piccolo lotto”, si riferisce a una produzione limitata di distillati, in particolare whisky o bourbon): è operativo o è poesia?! Serve solo per attirare l’attenzione? Se è una definizione commerciale, deve avere un significato operativo: lotto, range, criteri, numerazione decifrabili. Se resta poesia, diventa zona grigia.
  • Territorio: se “territorio” è leva di valore deve comparire in ingredienti e nel processo in modo tracciabile. Non basta evocarlo: va reso leggibile.

Regola madre: quando la promessa è grande e la prova è scarsa, il consumatore non sceglie davvero, indovina.

Invecchiamento, riserva, affinamento: parole che valgono tempo

Le menzioni legate al tempo come l'invecchiamento, riserva e diciture affini e talvolta il colore che riporta a queste definizioni, sono sensibili perché alzano l’aspettativa e, in certe categorie o Indicazioni Geografiche (IG), si collegano a regole e disciplinari di produzione. In ogni caso, se il tempo diventa parte del prezzo, deve diventare anche parte della trasparenza. E qui c’è una disparità che va detta: dove esistono IG per bevande spiritose, termini e condizioni d’uso sono “blindati” da specifiche di prodotto/disciplinari e sistemi di controllo; il MASAF pubblica i disciplinari delle bevande spiritose IG compresa la Grappa. Dove non esistono liquori senza IG e senza un perimetro tecnico comparabile la stessa parola può diventare molto ampia. Non è “colpa del liquore”. È un tema di lingua e di promessa.

Il valore del tempo raccontato con fatti, non solo con parole
Il valore del tempo raccontato con fatti, non solo con parole

Affinamento, davvero: di cosa stiamo parlando

Affinamento non è per forza legno e non è per forza invecchiamento. Può essere stabilizzazione e integrazione del prodotto dopo una produzione, taglio, assemblaggi o dopo infusioni. Può includere riposi tecnici, gestione dell’ossigeno, “finishing” in contenitori diversi; lavorazioni che puntano ad arrotondare il prodotto.

Se “affinamento” diventa leva di valore, è buona pratica trade renderlo dichiarabile su quattro coordinate:

  • Dove (in quale contenitore/ambiente)
  • Quanto (durata del tempo reale)
  • Perché (obiettivo e scopo tecnico)
  • Con quale effetto atteso (cosa cambia nel profilo organolettico)

In etichetta quando possibile, altrimenti in scheda tecnica/ materiale commerciale. Se no, resta aria.

Innovazione: No/Low alcol e vini dealcolati

Qui si apre un fronte enorme. E va gestito subito, non dopo. L’innovazione No/Low è reale e ha mercato. Proprio per questo serve un linguaggio pulito: se il prodotto cambia, devono cambiare anche le denominazioni e aspettative. Nel mondo superalcolici, per tanti prodotti ci sono denominazioni legali con requisiti tecnici e un perimetro di tutela. La Corte di Giustizia Ue ha chiarito che formule tipo “gin analcolico / non-alcoholic gin” non sono ammesse: aggiungere “analcolico” non rende lecito l’uso di un nome legale riservato. Si può innovare, sì. Ma non bisogna confondere.

Per i prodotti dealcolati, almeno in alcuni comparti “come il vino”, il quadro regolatorio sta evolvendo: segnale utile, perché l’innovazione regge quando le categorie sono chiare e difendibili. Il punto non è frenare l’innovazione. È impedire che nasca con un vizio: parole elastiche, definizioni opache, uso inappropriato delle denominazioni.

Innovare significa chiarezza: nuove idee, regole e nomi difendibili
Innovare significa chiarezza: nuove idee, regole e nomi difendibili

Liquori “territoriali”: quando l’origine è in foto, non in filiera

Non faccio di tutta l’erba un fascio: in Italia esistono distillerie e laboratori seri, con standard e controllo qualità. Quelli vanno difesi, perché pagano il prezzo più alto quando altri vendono parole al posto dei fatti. Nei liquori il tema è più esposto perché le categorie “emotive” sono facili da travestire: agrumi, creme, frutta secca, erbe, territori. Lì basta una grafica giusta e una storia ben scritta per alzare l’aspettativa. La domanda resta sempre la stessa: l’ingrediente bandiera è dichiarabile? Da dove arriva l’ingrediente principale, in che forma lo usiamo, come lo lavoriamo, con che metodo, e con quali standard lo facciamo?!… Se l’ingrediente madre non è dichiarabile, il consumatore non compra il prodotto, compra solo un’immagine e l’immagine da sola non regge.

Ho un’immagine che fa capire: è come una sigaretta elettronica aromatizzata che “ricorda” qualcosa, ma non ha sostanza.

Marketing: il problema è quando si traveste da processo

Serve comunicazione. Eccome. Ma comunicazione adulta: non quella che sostituisce la sostanza con il copy. L’analisi di Michele Bondani sul caso Russolillo è chiara: il marketing che regge non parte dall’etichetta, parte dal corpo sotto il vestito. Prima si verifica se esiste un fatto reale che differenzia: un modo di lavorare il pomodoro, tempi e scelte di produzione che non sono intercambiabili. Nel caso Russolillo: lavorazione entro 24 ore, niente acido citrico, e quella cottura lenta “da casa” che non è nostalgia, è metodo.

Il territorio non si racconta: si dimostra con l’ingrediente
Il territorio non si racconta: si dimostra con l’ingrediente

Poi succede la cosa decisiva: gli dai un nome. Non uno slogan, non un claim, ma un confine. Se lo chiami (come nel suo racconto) “Tecnica Termalis”, stai dicendo: noi facciamo il pomodoro così; se non lo fai così, non sei noi. Da quel momento il processo non è più raccontabile a piacere: diventa riconoscibile e, soprattutto, verificabile. Quando una “tecnica” diventa parte dell’identità, smette di essere un artificio e diventa patrimonio. E a quel punto l’etichetta fa il suo lavoro: spiega valore, non lo inventa. Questa è la differenza tra storytelling e tutela: quando dai un nome a un processo, quel processo diventa verificabile. E il cliente sceglie meglio solo se è informato.

Nota: In un mercato che cambia continuamente, dove tutti vogliono rincorrere i trend e limited edition con copia e incolla, bisognerebbe fare l’opposto. Stringere il campo, più stringi il campo più aumenti la forza. Perché quando sei coerente diventi riconoscibile; e quando sei riconoscibile non confondi, diventi un riferimento.

Politica e istituzioni: serve competenza di filiera

Qui non basta indignarsi. Serve struttura. Serve meno burocrazia, più competenza e più sostegno e aiuto per chi lavoro in modo pulito. Le norme esistenti già offrono strumenti contro l’inganno. Ma spesso l’area grigia è difficile da dimostrare “dopo”. Serve prevenzione: criteri chiari, applicabili, verificabili. Le proposte riguardano l’infrastruttura di fiducia Propongo l’istituzione di un Garante tecnico di filiera (o Comitato) con esperienza reale in produzione, qualità e mercato, con mandato su:

  • Definizioni chiare (processo e ruoli + trasparenza).
  • Standard minimi dove mancano disciplinare
  • Enforcement: controlli concreti, perché senza conseguenze le regole restano carta.

Non è burocrazia. È tutela del valore economico e reputazionale del Paese.

Questo può aiutare a regolarizzare anche tutta la parte formativa e contrattuale “buracratica" degli operatori del settore dell’ospitalità che è un’altra tema molto importante e ad oggi trascurato, ma nessuno fa niente, sembra che sia più importante apparire e o fare il brand ambassador, come se fosse il posto fisso di Checco Zalone.

I tre price di “Spirito di Gusto”

Price 1 - Verità (Promessa e Trasparenza)

Troppe diciture, poca chiarezza su ruoli e processo. Esito: Fragile

Price 2 - Sistema (Persone e Standard)

Standard interni disomogenei; distanza tra sistema e improvvisazione. Esito: Fragile

Price 3 - Valore (Filiera, Economia e Mercato)

Il prezzo spesso sostenuto più dal packaging/storytelling che da prove comprensibili. Esito: Fragile


Sintesi: DA RIVEDERE. Regge quando è processo. Non regge quando è solo racconto.

(Rating medio del comparto secondo i criteri di Spirito di Gusto.)

Disciplinare minimo (7 regole di trasparenza)

  1. Definizione: “artigianale” deve descrivere un processo, non un’emozione.
  2. Processo dichiarato (almeno in scheda tecnica).
  3. Ingredienti bandiera: tracciabilità delle materie prime
  4. Lotto & QC: controllo qualità, ripetibilità e continuità
  5. Opificio/produzione dichiarati con chiarezza (proprio o conto terzi con dicitura chiara del produttore), almeno nel canale trade, quando la narrazione costruisce valore su “produzione propria”.
  6. Tempo & contenitori: diciture sensibili usate solo se coerenti con requisiti e sorveglianza fiscale e metodo dichiarabili quando usato come leva di valore.
  7. Nuove categorie: No/Low e dealcolati con nomenclatura chiara e aspettative coerenti.

Di solito, quando il prezzo è alto ma la prova non è leggibile, si finisce per pagare solo una bella storiella. Se la prova è chiara, stai pagando anche il processo e la coerenza. Questo manifesto punta a migliorare il settore adesso non un giorno. A tutela degli operatori onesti, dell’ospitalità Italiana e dei consumatori. 

I prodotti italiani non hanno bisogno di essere raccontati meglio. Devono essere raccontati con parole difendibili. Perché le parole senza processo sono debito reputazionale. E il conto arriva sempre.

Domanda al settore

Da dove partiamo? Un marchio volontario con standard e verifiche serie? Regole più chiare sulle diciture in etichetta? Aggiornamento dei disciplinari dove esistono, nuovi disciplinari e standard minimi dove non esistono?

Io aggiungo una proposta operativa: un “manuale per categorie” in linguaggio comprensibile (disciplinari tradotti, schede tecniche tipo, checklist acquisti per Horeca). Utile ai consumatori, indispensabile ai professionisti.

Come dice Pino Daniele insieme a Geolier: “tutto è possibile”. Io aggiungo: non tutto è credibile.

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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