Perché i casi di epatite A da consumo di frutti di mare ha colpito Napoli e la Campania? Da tenere in considerazione ci sono diversi aspetti: l’origine della contaminazione lungo la filiera dei mitili, il ruolo della sicurezza alimentare e dell’abusivismo, l’importanza di corrette pratiche igieniche e della cottura come misura di prevenzione. Esperti come il professor Giorgio Calabrese e Domenicantonio Galatà evidenziano come il problema non sia il prodotto in sé, ma la gestione e la consapevolezza dei rischi lungo tutta la filiera. Accorgimenti che non servono solo a tamponare l'emergenza a Napoli, ma validi per tutti: la diffusione, infatti, non può essere ascrivibile a specifiche situazioni del capoluogo campano o della Regione. E soprattutto non basta fermare tutto per andare a fondo del problema. Anche perché la psicosi da informazione sommaria si stanno riverberando su pescivendoli e ristoratori.
Picco di epatite A in Campania legato ai frutti di mare crudi: cosa è successo
Negli ultimi mesi la Campania ha registrato un aumento significativo dei casi di epatite A, con oltre 130 contagi confermati e più di 60 ricoveri all'ospedale Cotugno di Napoli. L’infezione è stata associata principalmente al consumo di frutti di mare crudi, in particolare cozze, vongole, ostriche e altri molluschi bivalvi. Il focolaio ha coinvolto anche la provincia di Caserta, Salerno e Avellino, e un caso isolato a Padova, dove un turista ha contratto il virus dopo un viaggio a Napoli.
Ostriche, cozze e vongole: a Napoli un'ordinanza ha stabilito il divieto di servirle crude
I casi hanno portato a un divieto della vendita di frutti di mare crudi nel capoluogo partenopeo per bar e ristoranti. Le autorità sanitarie hanno intensificato i controlli lungo la filiera dei molluschi bivalvi, con sequestri di prodotti in cattivo stato nei mercati di Boscoreale e multe per i venditori abusivi. Non mancano però le proteste, a partire chiaramente dai pescivendoli che lamentano come un intero comparto rischi di fermarsi.
Epatite A e frutti di mare: il problema non è Napoli
Il problema alla base questo picco anomalo di casi a Napoli non pare riconducibile a particolari condizioni ambientali (si parla di una partita di cozze contaminate partita dalla zona di Bacoli), quanto piuttosto ad un consumo diffuso dei frutti di mare crudo che ha agito da moltiplicatore.
Il dottor Giorgio Calabrese, medico specializzato in Scienza dell'Alimentazione e docente universitario
In questo senso, il professor Calabrese, medico specializzato in Scienza dell'Alimentazione, docente universitario e Consulente Scientifico del Ministero della Salute, chiarisce: «Non è un problema di Napoli o del sistema di approvvigionamento di questi alimenti nel napoletano. Il rischio è maggiore dove il consumo di crudo è più diffuso, e Napoli ha una grande tradizione in questo senso. Ma fatti del genere possono capitare ovunque: Genova, Venezia, Catania, Bari. La chiave è la sicurezza igienica e la consapevolezza dei rischi».
Come prevenire l'epatite A: il vademecum dell'Iss
Per ridurre il rischio di epatite A è fondamentale seguire norme igieniche rigorose, come ricorda l'Istituo Superiore di Sanità: lavarsi spesso le mani, lavare accuratamente frutta e verdura, cuocere completamente gli alimenti, con particolare attenzione ai molluschi affinché la temperatura raggiunga il cuore del prodotto. Importante anche la gestione corretta degli scarichi fognari e il rispetto delle norme di produzione e distribuzione alimentare per prevenire contaminazioni. Esiste un vaccino efficace, raccomandato a viaggiatori verso Paesi a rischio, portatori di epatite cronica, contatti di casi accertati e persone con comportamenti a rischio. La vaccinazione protegge anche dai contagi secondari e, se effettuata con richiamo, offre protezione duratura.
Il professore cita un esempio calzante: «è capitato in passato in Germania con i frutti di bosco, che avevano causato epatite A semplicemente perché erano stati lavati con acqua contaminata».
Filiera dei mitili: dove nasce davvero il rischio per la salute
Il tema dell’epatite A associata al consumo di molluschi torna ciclicamente sotto i riflettori, ma rischia spesso di essere raccontato nel modo sbagliato. Non è il prodotto in sé a rappresentare il problema, bensì la filiera da cui proviene. I mitili, come tutti i molluschi bivalvi, sono organismi filtratori e, proprio per questa loro caratteristica, possono accumulare microrganismi presenti nell’acqua in cui vivono. Se queste acque sono contaminate da scarichi fognari, il virus dell’epatite A può essere presente e arrivare fino al consumatore.
Anche una cozza sana può essere contaminata dal contatto con un contagiato da epatite A
Non solo. Aggiunge il professor Calabrese: «Anche un frutto di mare cresciuto in acque sane può contaminarsi successivamente, ad esempio per contatto con mani sporche. Se io tocco un alimento con le mani infette, in un contesto che i medici chiamano trasmissione oro-fecale, tutto ciò che è sulle mani può trasferirsi nel prodotto», spiega, facendo l’esempio di una madre che, pur pulendo i figli, non si lava bene le mani prima di toccare molluschi o altri pesci». Il periodo di incubazione dell'epatite A varia da 15 a 50 giorni, con sintomi quali febbre, nausea, ittero e urine scure. Dal punto di vista tecnico, il virus viene inattivato dal calore e una corretta cottura è in grado di eliminare il rischio. La prevenzione passa anche dalla vaccinazione, disponibile in due dosi, e dall’adozione di misure igieniche rigorose nella preparazione degli alimenti.
Origine controllata e abusivismo: le falle nella sicurezza
Galatà, presidente onorario dell'Associazione Italiana Nutrizionisti in Cucina (AINC), fa un passo ulteriore: «Lo scenario pesante di questi giorni riguarda principalmente situazioni fuori controllo, legate a produzioni abusive o a circuiti di vendita che sfuggono alle verifiche sanitarie. La filiera regolare, al contrario, prevede processi ben definiti: allevamenti in aree monitorate, sistemi di depurazione, controlli microbiologici e tracciabilità lungo tutta la catena. L’abusivismo nella vendita dei mitili rappresenta quindi un doppio danno. Da un lato espone il consumatore a un rischio sanitario concreto, dall’altro penalizza profondamente le aziende che operano nel rispetto delle regole, investendo in qualità, sicurezza e trasparenza. È un tema che non può essere ridotto a un episodio isolato, perché mette in discussione la fiducia complessiva nella filiera».
Domenicantonio Galatà, presidente onorario dell'Associazione Italiana Nutrizionisti in Cucina (AINC)
«Non si tratta di demonizzare i frutti di mare - aggiunge Galatà - che rappresentano un alimento di grande valore nutrizionale e culturale, ma di ribadire con forza che la qualità e la sicurezza sono elementi che riguardano tutta la filiera. La cucina, come ultimo passaggio della filiera, ha il compito di valorizzare l’alimento e di gestirlo correttamente, ma non può sostituirsi ai controlli a monte. È per questo che oggi più che mai serve una cultura alimentare che metta al centro non solo il prodotto, ma il percorso che compie prima di arrivare in tavola.
Ristoranti e psicosi da pesce crudo, consumi in crisi e ristoranti fermi
Oltre ai pescivendoli, il blocco delle vendite di frutti di mare crudi ha avuto logicamente pesanti ripercussioni sul mondo della ristorazione. Per quanto i casi accertati siano reali e le regole vadano rispettate, si sta generando una psicosi collettiva che porta il cliente ad allontanarsi quasi in toto dal mondo pesce, non solo dei frutti di mare. Giuseppe Scicchitano, patron di due ristoranti nel capoluogo partenopeo, prende atto della situazione: «Io sono ristoratore, non medico. Mi baso sulle indicazioni del primario del Cotugno. Seguiamo tutti i protocolli di abbattimento, ci forniamo da fornitori affidabili, facciamo questo da tre generazioni, servendo più di 500-600 persone al giorno. Se ci fosse stato un problema, avremmo già avuto conseguenze gravi».
Giuseppe Scicchitano, ristoratore napoletano
Riguardo all’allarmismo mediatico, Scicchitano sottolinea: «In Campania siamo 8 milioni, ci sono un centinaio di casi di epatite, perché parlare di epidemia? Mi limito a fidarmi delle parole di chi ha competenza. C’è stata un’ordinanza comunale che impone di servire e consumare i frutti di mare cotti. Noi ottemperiamo a tutte le regole, perché il nostro obiettivo è la sicurezza del cliente. Per noi è poi un danno limitato. Servivamo solo ostriche e tartufi di mare, ma abbiamo un menu così vario da poterci permettere di togliere questi alimenti. Troppe persone hanno parlato dell'argomento generando allarmismi, io mi fido solo del personale medico. Il rischio al ristorante attualmente non c'è. Abbiamo frigoriferi separati per cotti e crudi, evitiamo contaminazioni. Cosa che per esempio nelle case non si può fare. Paradossalmente, questo periodo storico è uno dei migliori per consumare frutti di mare, con più controlli di quanti ce ne siano stati negli ultimi 30-40 anni. Non la definirei psicosi, ma l'informazione sbagliata sui social crea allarmismo dove non c’è».
C'è anche invece chi, sui frutti di mare crudi, è un vero specialista, e con questi fatti sta avendo molti problemi. Al ristorante ‘A figlia d’O’ Marenaro, in via Foria, lo chef Salvatore Esposito è ancora più categorico: «C'è stata malinformazione da parte delle istituzioni regionali e locali. Dire che i frutti di mare possono essere mangiati solo cotti senza informare adeguatamente mette le persone in difficoltà. Noi abbiamo sempre rispettato i protocolli Haccp, ci rivolgiamo solo a fornitori fidati e certificati. Ma oggi siamo praticamente fermi. Apriamo solo per il minimo indispensabile. Servivamo frutti di mare crudi normalmente, ora i clienti non si fidano più. Tutto nasce da una malinformazione, e questo ha generato paura. Nella cucina tipica di mare, ci sono molti prodotti freschi che circolano ovunque, dal mare ai ristoranti».
Mario Simonetti, co-titolare del ristorante Diego in zona Chiaia
Oppure ci sono ristoranti che, pur non avendo mai servito frutti di mare crudi, subiscono comunque le conseguenze di questi fatti. Mario Simonetti, co-titolare del ristorante Diego in piazzetta Ascensione, zona Chiaia, porta un esempio comune a molti: «l’informazione distorta di alcuni media ha portato a etichettare ingiustamente il nostro settore. Alcuni miei clienti abituali non chiedono più nemmeno dentice o tonno crudo, prodotti che normalmente serviamo, e che non c'entrano nulla col problema epatite. Un caso limitato è stato quindi generalizzato a tutto il mondo del pesce crudo, colpendo l’intera categoria dei ristoranti e delle pescherie di Napoli, con conseguenze economiche e morali significative».