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Shopping notturno, proteste alle stelle
L'Italia divisa dal decreto Monti

Shopping notturno, proteste alle stelle L'Italia divisa dal decreto Monti
Shopping notturno, proteste alle stelle L'Italia divisa dal decreto Monti
Pubblicato il 03 gennaio 2012 | 15:44

Il decreto Salva-Italia del governo Monti sta facendo discutere parecchio. Uno dei provvedimenti riguarda, infatti, gli orari di apertura dei negozi. Con la loro liberalizzazione c'è chi crede che si possa creare un mezzo per combattere la crisi e chi ritiene che penalizzerà le piccole attività

Il 2012 si è aperto con una discussa novità, facente parte delle norme del decreto 'Salva Italia” approvata dal governo Monti: la liberalizzazione degli orari d'apertura dei negozi su tutto il territorio nazionale. Negozi, esercizi commerciali, bar e ristoranti che possono tenere alzate le serrande a loro piacimento, facendo magri le 'ore piccole”.

In questo senso l'Orio Center di Bergamo era stato pionieristico. La richiesta del mega store di circa 200 negozi, proprio di fronte al trafficatissimo aeroporto di Orio al Serio, di rimandare di due ore l'orario di chiusura (fissata precedentemente per le 22) era infatti stata inoltrata prima di Natale, dunque prima del decreto del governo. Risultato? Dal 5 gennaio questo esperimento verrà avviato. I sindacati hanno subito annunciato lo sciopero di due ore, dalle 22 alle 24 proprio di quella sera.

Spiega Battista Pievani, sindaco del piccolo centro bergamasco: «Ho detto sì all'apertura fino a mezzanotte perché credo che in un periodo di crisi tutte le strade vadano tentate per muovere l'economia. Non saprei dire se il criterio in sé e per sé sarà efficace, credo che la situazione di Orio sia fortemente favorita dalla presenza dell'aeroporto che garantisce un costante afflusso di persone». Ribattono i sindacati: «In tempi di crisi non serve a niente: soldi da spendere le famiglie non ne hanno e si creano solo disagi ai lavoratori».

Ma Bergamo non è l'unica città divisa dal provvedimento. In Veneto Isi Coppola, assessore al Commercio che qualche giorno prima di Natale è riuscita a far approvare la legge sulle venti aperture domenicali l'anno, annuncia battaglia. «Noi alla deregolazione totale, all'anarchia in materia di commercio non ci stiamo - dichiara - la materia non è di competenza dello Stato, ma regionale. E questo non lo dico io, ma sentenze del Tar e della Corte Costituzionale».

Su questa falsariga ha deciso di muoversi anche il presidente della regione Toscana: «La liberalizzazione selvaggia è una batosta per le piccole imprese - denuncia Enrico Rossi - e non è il consumismo la risposta alla crisi. Questo è un insulto alla nostra identità culturale e costringerà chi lavora nei negozi a essere incatenato al banco. Dove finiscono la persona, la sua vita privata, i suoi diritti?».

Anche nella capitale i cittadini sono preoccupati. «Il provvedimento mi suscita molte perplessità nel suo complesso - conferma Nazzareno Sacchi, presidente romano di Fipe-Confcommercio - ma per i pubblici esercizi può essere un'opportunità, dopo anni di stop burocratici a chi chiedeva deroghe per restare aperto oltre l'orario previsto dalle norme comunali, mentre restavano aperti liberamente i cosiddetti laboratori artigianali e le associazioni culturali». Con una condizione: «La maggiore offerta deve essere di qualità, per non andare in conflitto con i residenti - dice Sacchi - I controlli devono essere mirati, in modo da punire chi si comporta in modo scorretto, senza chiudere interi quartieri».

Da nord a sud d'Italia insomma ci si pone i medesimi interrogativi: l'apertura prolungata dei negozi può veramente contribuire positivamente all'economia? Le piccole attività saranno schiacciate dai colossi? Ma soprattutto, chi garantirà il rispetto delle regole in un provvedimento che pare invece deregolamentare il commercio fino quasi all'anarchia?

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