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Orari d’apertura liberi
Commercianti e sindacati protestano

Orari d’apertura liberi Commercianti e sindacati protestano
Orari d’apertura liberi Commercianti e sindacati protestano
Pubblicato il 02 gennaio 2012 | 18:29

Prende il via oggi, 2 gennaio, la liberalizzazione degli orari delle attività commerciali. Associazioni di categoria e sindacati si dichiarano contrari al decreto e preannunciano provvedimenti. Le uniche attività che trarranno dei benefici sono i bar, i ristoranti e la grande distribuzione

Negozi aperti anche la domenica e nei giorni festivi, o addirittura di notte? Saranno i commercianti a deciderlo. è quanto prevede il decreto 'Salva Italia” del governo Monti, che modifica alcuni passaggi del decreto Bersani del 2006 e che ha introdotto tra le varie misure la liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali, dei ristoranti e dei bar, delegando ai Comuni, entro 90 giorni, la facoltà di proporre apposite ordinanze. L'Adoc (Associazione per la difesa e l'orientamento dei consumatori) si è detta subito favorevole al decreto sulla liberalizzazione delle aperture, che da oggi, 2 gennaio, è già in vigore a Roma. L'abolizione delle norme che prevedevano orari massimi di apertura giornaliera degli esercizi commerciali, nonché della chiusura nei giorni festivi, offrirà un'opportunità di acquisto, di scelta e di comparazione anche in orari diversi da quelli in cui la maggior parte dei consumatori lavora. «Questa situazione del tutto nuova per l'Italia - dichiara Carlo Pileri, presidente dell'Adoc - darà l'opportunità al commercio di rinnovarsi e di lavorare sulla vera concorrenza per conquistare la clientela». L'Adoc auspica che la concorrenza porti a una forte riduzione dei prezzi, unica soluzione per risollevare l'economia del Paese.

Ma ad essere del tutto contrari sono innanzi tutto i commercianti, sostenuti dai sindacati confederali: ritengono che ben pochi cambieranno le regole della propria attività e che i veri favoriti da questa manovra saranno bar, ristoranti e il settore della grande distribuzione. «Noi chiediamo l'intervento della Regione Lazio», afferma il presidente della Confesercenti Valter Giammaria. «Si sta rivedendo la legge 33 sul commercio, quindi è il luogo dove si potrebbe lavorare per bloccare questa 'liberalizzazione”. Inoltre la Regione Lazio potrebbe impugnare davanti alla Corte Costituzionale il provvedimento di liberalizzazione degli orari commerciali predisposto dal Governo».

La proposta della Confesercenti è rivolta all'assessore regionale Pietro Di Paolo. «Si tratta - aggiunge Valter Giammaria - di una scelta a nostro avviso fondata sul piano formale in quanto tutte le competenze del commercio, compresa quella degli orari, è una materia demandata costituzionalmente alle Regioni». C'è poi «l'aspetto sostanziale della questione: orari completamente liberi favorirebbero un solo soggetto, la grande distribuzione dei centri commerciali, a danno dei negozi di quartiere e dei mercati. E questo penalizzerebbe anche le fasce più deboli dei consumatori».

«Per favorire il consumo - precisa Giammaria - bisogna intervenire con più coraggio sulla capacità di spesa delle famiglie dandogli maggiori risorse da investire in beni e servizi. L'attuale assetto degli orari e aperture del commercio ha già oggi, a differenza di altri servizi pubblici e privati, caratteristiche di grande ampiezza e flessibilità».

Anche la Confcommercio ha dimostrata da subito la sua contrarietà, addirittura con una pagina a pagamento sui principali quotidiani italiani. In questo 'manifesto” la Confcommercio affermava che i negozianti non ci stanno perché il «sempre aperti, 24 ore al giorno e 365 giorni l'anno - come sottolinea il presidente di Confcommercio Roma Giuseppe Roscioli - è una condizione insostenibile per le piccole imprese, che saranno strette nella morsa tra la rinuncia al diritto al riposo e alla vita familiare da una parte, e la dolorosa rinuncia all'attività, dall'altra».



Il momento, si sa, non è tra i più favorevoli, come hanno dimostrato il crollo delle vendite natalizie: -35% le calzature; -40% l'abbigliamento; -20% gli alimentari e -5% perfino l'hi-fi che finora non aveva mai conosciuto soste nella crescita. Contraria è in particolare Federstrade, che aveva addirittura chiesto di tornare alle chiusure domenicali: «Questa liberalizzazione non fa assolutamente bene al commercio - afferma Stefano Zarfati, presidente di Federstrade-Cna - più aperture non sono maggiori incassi ma più spese: la liberalizzazione giova solo ai grandi gruppi che fra l'altro non sono italiani. Forse andrà bene anche nel settore dei pub e della ristorazione, ma tra i nostri iscritti non c'è nessuno che abbia intenzione di cambiare i propri orari».


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