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Da Bauli non solo dolcezze
ma anche tanto ottimismo

Da Bauli non solo dolcezze
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Da Bauli non solo dolcezze ma anche tanto ottimismo
Pubblicato il 27 novembre 2013 | 18:03

Nuova campagna del gruppo veronese che ancora una volta porta l'atmosfera del Natale nelle famiglie italiane. Tecnologia per valorizzare una produzione artigianale, attenzione alla qualità e sguardo positivo al futuro

Ormai siamo decisamente in clima natalizio. In queste ore parte la nuova campagna pubblicitaria in televisione di Bauli, un simbolo (nonché l’azienda leader) dell’Italia dolce. Rispetto al clima a cui ci ha da tempo abituato l’azienda veronese, in questo video i cambiamenti potrebbero essere lievi, ma mai come quest’anno si avverte una carica di ottimismo e positività che, anche se giocate ovviamente per ragioni commerciali, non possono che fare bene in un Paese in difficoltà economiche.



E il segnale positivo la famiglia Bauli l’ha voluto dare, oltre che nei contenuti, anche nell’investimento fatto, che punta anche su filmati di 60 secondi, situazione ormai decisamente rara nel mercato pubblicitario. Se persone coi piedi per terra come i Bauli, abituati a fare un passo dopo l’altro senza mettere a rischio aziende e dipendenti (1.200 diretti, che salgono a 2mila nel periodo natalizio), vuol dire che forse davvero qualche luce in fondo al tunnel lo si comincia ad intravedere. E lo spot diventa a questo punto una modalità per segnalare questa aspettativa.

Alberto BauliUna scelta importante che Alberto Bauli (nella foto) e Michele Bauli, rispettivamente presidente e vicepresidente, nonché prossimo Ceo del gruppo) hanno ribadito con decisione in occasione di una conferenza stampa che ha offerto l’occasione di visitare uno dei 5 stabilimenti del gruppo (per 178mila mq totali), quello di Castel d’Azzano (Vr), 800 dipendenti, in questi giorni impegnato a sfornare pandori al ritmo di 6.300 pezzi l’ora, tutti rigorosamente prodotti (come ogni dolce o cracker del gruppo) con il sistema della lievitazione naturale di circa 40 ore a base del lievito madre a suo tempo utilizzato dal fondatore dell’azienda, Ruggero, nella sua prima pasticceria a Verona nel 1922.

Certo di strada ne è stata fatta parecchia da allora, e dopo le fasi dell’industrializzazione, dell’informatizzazione e oggi della robotizzazione degli impianti, Bauli è diventato un gruppo da 500milioni di fatturato (previsione per il bilancio 2013/2014), con un 8% di vendite all’estero, poco più del 5% di utili ed un elevato cash flow che finora ha sostenuto lo sviluppo. Un’azienda assolutamente familiare, ma con alto ricorso a manager esterni, che ha puntato con decisione sulla qualità e che oggi si è data la mission di rappresentare al massimo livello la storia della pasticceria italiana.

E del resto non potrebbe essere diversamente se si pensa che, grazie anche all’acquisizione negli anni di Alemagna, Motta, Doria e Bistefani, oggi è leader per il pandoro col 38% delle vendite nazionali, nei panettoni con 30milioni di pezzi su 80milioni di produzione nazionale, è il primo produttore di croissant (anche con una fabbrica dedicata a quelli per conto terzi delle private label della grande distribuzione) e fra i primi per biscotti e cracker. Si tratta di un migliaio di referenze che hanno portato al 60% il totale dei prodotti non legati alle ricorrenze natalizie.



Fra le novità di cui Alberto Bauli si è mostrato particolarmente lieto c’è fra l’altro l’avvenuto ritorno in commercio del “Buondì Motta”, dopo che per anni la divisione dell’azienda milanese fra Nestlè e Bistefani aveva fatto scomparire il nome esatto della merendina più famosa d’Italia. Ma questa è un’altra storia e ai Bauli va riconosciuto anche il merito, salvando la qualità, di riportare sul mercato marchi prestigiosi che appartengono alla storia dell’Italia. E non è detto che in questa famiglia allargata non possano a breve entrare anche altre realtà dell’industria alimentare per crescere e raggiungere quelle dimensioni di scala senza le quali la sfida sui mercati esteri (escluso forse quelli europei più vicini) è difficile. Anche solo per gli sforzi richiesti in ogni Paese per riuscire a capire le abitudini alimentari e integrarsi con queste.

Il tutto a fronte di due dati non trascurabili: oltre il 95% delle aziende alimentari italiane ha meno di 9 dipendenti mentre nel mondo si vendono cibi “finti italiani” per almeno 60miliardi di euro. Come dire che solo aumentando le dimensioni si può tentare la sfida estera, senza escludere produzioni in loco, come fa Bauli con un joint venture al 50% in India per produrre croissant al mango per quel mercato. Un test da 10 milioni di euro di fatturato finora più che positivo.

© Riproduzione riservata

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