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Enoturismo, per avere successo
si deve puntare su servizi personalizzati

Enoturismo, per avere successo 
si deve puntare su servizi personalizzati
Enoturismo, per avere successo si deve puntare su servizi personalizzati
Pubblicato il 05 febbraio 2015 | 14:18

Negli ultimi anni il turismo enogastronomico ha riscontrato un grande successo, anche tra gli stranieri, ma per mantenere nel tempo questo andamento positivo è necessaria una continua innovazione, anche tecnologica

Da fenomeno emergente a fenomeno consolidato e perciò in procinto di affrontare l’ineludibile bivio: declino o nuova crescita a fronte di opportune (necessarie) innovazioni? Stiamo parlando dell’enoturismo che in più larga ancorché veritiera accezione definiremmo turismo enogastronomico, in quanto non si va alla ricerca di solo vino ma anche di cibo. Perché mai, con una locuzione che parrebbe fuori luogo per quanto evoca pessimismo, dovremmo ipotizzare il declino per la fiorente attività del turismo enogastronomico?



Leggiamo con soddisfazione numeri che delineano anno dopo anno una crescita di turisti, sia italiani che stranieri. Ma il pericolo consiste proprio in questo “adagiarsi” sulla buona situazione. Le aziende vitivinicole si sono attrezzate a vari livelli per accogliere gli ospiti. Quasi più nulla è lasciato al caso e all’improvvisazione. Gli orari sono certi, i servizi offerti sono numerosi, e le visite ben condotte. Degustazioni via via crescenti per quanto guidate, per quanto ampia la numerica dei vini in assaggio, per quanto accorti gli abbinamenti con i cibi.

E poi servizio ristorante, le camere per dormire, che rappresentano una sorta di linea di giunzione con una struttura agrituristica. Dove è l’innovazione allora, che allontana sul nascere il pericolo che incombe e che consiste pressoché esclusivamente nell’assuefazione ad un’offerta il cui standing qualitativo è autoreferenzialmente giudicato sufficiente? L’innovazione è nel ripensamento del “prima” e del “dopo”, riformulando l’idea che l’esperienza ha un suo momento principale nel “durante” della visita alla struttura, ma ha un suo inizio ben prima e suo compimento ben dopo.

Il “prima” è l’individuazione di cosa visitare, quali emozioni attendersi, quali competenze acquisire e, in definitiva, quale itinerario costruirsi. Il “dopo” è come riproporsi ma soprattutto riproporre (agli amici) l’esperienza, come riacquistare nel tempo i prodotti, il vino principalmente. Ed è su questi due tempi, che si gioca la confidenza dell’operatore del turismo enogastronomico con il web 2.0. Il sapersi rendere visibile e poi riconoscibile sui social media dove, in accentuata (ma non forzosa) dinamica, opposta alla staticità dei melanconici website del primo web, si sappia essere intrigantemente propositivi, sapendo raccontarsi, sapendo comunicare in modalità schietta e gioiosa gli eventi imminenti.

Insomma, un gioviale consentire lo sguardo costante in quella casa di vetro che è la propria azienda vitivinicola nel villaggio globale. Da qui la pianificazione delle visite, la prenotazione da effettuare, ed il just tailored a fronte di richieste specifiche. Il “dopo” è la cura dell’amico ricevuto in casa. La ragionevole certezza che è stato trattato bene (coltivando l’altrettanto ragionevole certezza che si sarebbe potuto far meglio) e che vorrà raccontare la sua piacevole esperienza alle sue cerchie di amici e di conoscenti. E cosa altro? Attrezzarsi affinché l’acquisto one shot di alcune bottiglie possa evolvere in approvvigionamenti prolungati nel tempo.

Ecco dove si gioca la partita dell’incremento sia qualitativo che quantitativo del piacevole business del turismo enogastronomico, soprattutto per il mercato non domestico: attrezzarsi affinché il visitatore, trattato amichevolmente da gradito ospite, divenga un cliente non occasionale e nella sua volontà di rivivere esperienze ed emozioni, riacquisti i prodotti nel tempo. Qui la presenza consapevole sul web 2.0 che vada oltre i ballatoi e gli atri dei social media, vede l’uso sapiente di piattaforme di e-commerce b2c. Approccio né sbrigativo né casalingo e casareccio. Analisi meticolosa delle proprie esigenze e dei traguardi da raggiungere.

Individuazione di affidabili erogatori di questi non banali servizi. Non solo la meccanicità dell’ordine, del pagamento effettuato ed incassato, della delivery, ma anche la storia del cliente, l’analisi dei suoi acquisti, la proposizione customized di particolari prodotti. Lo “human touch” in assenza del quale non si alimenta profittevole relazione. Ecco il challenge: che un euro speso nel “durante” della visita comporti una spesa annua di dodici euro per i successivi tre anni. Obiettivo sfidante ma raggiungibile posto che ci si accorga di essere nell’imminenza del bivio e posto che si abbia la consapevolezza che la business community vive in rete.

© Riproduzione riservata

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Alberto Lupini


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