Ludovico Clemente Garavani, per tutti semplicemente Valentino, è morto a 93 anni nella sua casa di Roma. La notizia ha fatto immediatamente il giro del mondo, come accade solo con le personalità che non appartengono mai del tutto al passato. Valentino è stato uno degli stilisti più determinanti del secondo Novecento, capace di costruire un’estetica riconoscibile e coerente, fino a trasformare un colore - il rosso - in una firma universale. Ma fermarsi agli abiti sarebbe riduttivo. Perché nel suo modo di abitare il quotidiano, Valentino ha infatti lasciato un’idea precisa di eleganza che passava anche dalla tavola.
La biografia di Valentino
Nato a Voghera (Pv) nel 1932, formatosi a Parigi negli atelier di Jean Dèsses e Guy Laroche, Valentino ha portato a Roma, alla fine degli anni Cinquanta, uno sguardo internazionale che avrebbe cambiato per sempre il modo di intendere l’alta moda italiana. Il successo arrivò presto, a Palazzo Pitti nel 1962, e da lì in avanti la sua storia si intrecciò con quella di Hollywood, delle grandi famiglie, delle donne che hanno segnato l’immaginario del Novecento. In parallelo, però, prendeva forma un altro mondo, più privato e forse ancora più rivelatore: quello delle sue tavole.
La tavola come gesto consapevole
Sì, perché per lui il cibo non era una parentesi né un rito mondano da esibire. Era un atto consapevole, governato da regole chiare, mai improvvisato. Lo racconta bene "At the Emperor’s table" (in italiano, "Alla tavola dell’Imperatore"), il libro che André Leon Talley gli ha dedicato (pubblicato da Assouline nel 2014). Ne emerge il ritratto di un uomo che organizzava pranzi e cene (più in generale eventi) con la stessa attenzione con cui costruiva una collezione: ritmo, proporzioni, armonia. La tavola come spazio ordinato, pensato, dove nulla era fuori posto.
La copertina del libro "At the Emperor’s table"
Il contesto prima del numero
Valentino aveva un principio fermo: il numero degli ospiti non contava. Uno o trenta, la cura restava identica. Ciò che faceva la differenza era il contesto. Il piatto adeguato, il bicchiere giusto, la tovaglia scelta con attenzione. Ogni mattina - insieme al suo ex chef personale Martin Lazarov - decideva cosa sarebbe stato servito, quali argenti utilizzare, quali cristalli, quale tessuto accompagnare il pasto. Anche quando mangiava da solo. Non era mania, ma disciplina. E nel suo mondo la disciplina era una forma di rispetto.
Una cucina di misura
Anche le scelte a tavola seguivano una linea netta. Amava i sapori del suo Paese, ma li voleva essenziali, leggeri, privi di sovrastrutture. Rifuggiva le preparazioni pesanti e diffidava degli eccessi. Il suo risotto del cuore restava quello alla milanese, purché asciutto, preciso, senza aggiunte superflue. Evitava la carne rossa, limitava il grano tradizionale, privilegiava ingredienti semplici e digeribili. Una cucina pensata per accompagnare la conversazione, non per sovrastarla.
Valentino amava il risotto alla milanese "semplice"
Questa idea di misura non è frutto della maturità, ma una costante che affiora già nell’intervista concessa a L’Officiel nel 1991, in occasione dei cinquant’anni di carriera. Riletta oggi, suona quasi programmatica. Valentino raccontava di non amare aglio e pepe, di apprezzare invece il peperoncino. E quando era solo, il piatto che più lo rappresentava erano semplici pennette al pomodoro e basilico. Altro che scenografie ridondanti: dietro l’immagine pubblica c’era un uomo che conosceva bene ciò che gli faceva stare bene.
Case, regole e quotidianità
Nell’intervista realizzata da Barbara Schwarm emerge poi anche il suo rapporto con la casa, con gli oggetti, con la natura. Valentino amava i giardini, le piante, le verdure. Le sue dimore - da Roma a Londra, da New York a Capri, fino a Gstaad - erano tutte diverse, ma unite da una coerenza di fondo: ambienti ricchi, mai freddi... abitati, mai museali. Lo stesso equilibrio che - come detto - si ritrovava nelle sue tavole: raffinate, ma mai intimidatorie. C’è poi un aspetto che oggi appare quasi fuori dal tempo: Valentino credeva nelle regole. Difendeva un’etichetta discreta, non ostentata, convinto che desse struttura alle giornate. Anche mangiare da soli meritava attenzione. Una tavola trascurata non era sinonimo di libertà, ma di disordine. E il disordine, nel suo vocabolario, non aveva cittadinanza.
Una delle tavolate perfette di Valentino
Negli anni successivi all’addio alle passerelle, questa visione non è cambiata. Valentino ha continuato a coltivare il cibo, la casa, l’ospitalità come parti di un unico linguaggio. Un linguaggio fatto di misura, gusto personale e coerenza. Senza bisogno di dimostrare nulla. Oggi che se n’è andato, resta anche questo insegnamento silenzioso ossia che l’eleganza non è un concetto astratto, ma una pratica quotidiana. Che passa dai gesti minimi: da come si apparecchia una tavola, da come si sceglie un piatto, da quanto spazio si lascia agli altri. Valentino lo sapeva bene. Ed è forse per questo che, oltre agli abiti, continueremo a ricordarlo così: seduto a tavola, con ogni cosa al posto giusto.