Se un’ondata di boicottaggio dei prodotti alimentari statunitensi prendesse piede in Italia (patria della buona cucina) con la stessa intensità che oggi si registra nuovamente in Danimarca, difficilmente passerebbe inosservata. In un Paese dieci volte più popoloso, una mobilitazione dei consumatori avrebbe un peso economico e comunicativo molto più rilevante e si muoverebbe dentro un ecosistema digitale dominato da piattaforme americane come X e Facebook (e Instagram), i cui proprietari (Elon Musk e Mark Zuckerberg), ricordiamo, sono molto vicini al tycoon. La domanda, allora, è inevitabile: verrebbe considerata una legittima forma di scelta dei consumatori o diventerebbe un contenuto scomodo, da ridurre di visibilità, da censurare?
Perché Trump guarda alla Groenlandia?
Donald Trump ha mostrato interesse per la Groenlandia per motivi strategici, economici e geopolitici. L’isola occupa una posizione chiave nell’Artico tra Nord America ed Europa ed è fondamentale per il controllo delle future rotte marittime e per la difesa militare statunitense. La Groenlandia possiede inoltre grandi riserve di terre rare e minerali strategici, utili per ridurre la dipendenza dagli approvvigionamenti cinesi. L’interesse rientra anche nella competizione globale con Russia e Cina per l’influenza nell’Artico. Infine, Trump ha interpretato l’operazione come un possibile “deal” storico, simile all’acquisto dell’Alaska.
La Groenlandia, i dazi e la politica che entra nel carrello della spesa
Perché quello che sta (ri)succedendo in Danimarca è la traduzione concreta di una tensione politica che nasce altrove e che arriva fino al carrello della spesa. Le continue minacce di Donald Trump sui dazi contro l’Europa (l’ultima vittima è stata la Francia) e, soprattutto, le dichiarazioni sempre più esplicite sulla Groenlandia - come territorio da “portare a casa”, con le buone o con le cattive - hanno toccato un nervo scoperto in un Paese che considera quell’isola parte integrante della propria sovranità. Tanto da produrre una reazione che ha scelto una strada quotidiana e domestica: smettere di comprare prodotti alimentari americani.
Il presidente americano Donald Trump
Da qui nasce il recente successo delle app per il boicottaggio. UdenUsa, che in danese significa semplicemente “Non Usa”, ha scalato in poche settimane le classifiche degli store fino a superare anche ChatGPT. Il suo funzionamento è molto semplice: si scansiona il codice a barre di un prodotto e l’app segnala se il marchio è statunitense, suggerendo alternative europee. Accanto a questa sono cresciute poi Made O’Meter e BuyEuropean, con una diffusione che non riguarda solo la Danimarca ma anche Norvegia, Svezia e Islanda, come se nel Nord Europa si fosse formata una sorta di alleanza informale del carrello consapevole.
Le app, i gruppi Facebook e il boicottaggio organizzato
Parallelamente, si sono sviluppate vere e proprie comunità digitali. Su Facebook il gruppo “Boykot varer fra Usa” ha superato i centomila iscritti in poche settimane. Al suo interno circolano liste aggiornate dei prodotti da evitare, suddivise per categorie: alimentari, aziende, servizi digitali. Nel comparto food compaiono marchi che fanno parte della normalità europea come Coca-Cola, Pepsi, Mars, Mondelez, Kellogg’s, Quaker Oats, Philadelphia e Campbell. Marchi che per decenni sono stati percepiti come semplici prodotti e che oggi diventano nuovamente, loro malgrado, simboli politici. Il movimento in questa nuova ondata ha trovato anche una sponda concreta nella grande distribuzione. Il Salling Group, il principale operatore danese con oltre 1.400 punti vendita ha infatti deciso di segnalare con una stella i prodotti di marchi europei sugli scaffali.
E in Italia? Cosa succederebbe?
Ma qual è la situazione in Italia, per collegarci alla nostra domanda iniziale? Come spesso accade, il quadro è diverso e più frammentato. Esistono sì gruppi che promuovono il boicottaggio dei prodotti statunitensi, ma sono numericamente molto più piccoli e spesso intrecciano più fronti di protesta: da Gaza al conflitto Russia-Ucraina fino agli Stati Uniti come blocco politico e militare. Il risultato è, in sostanza, un boicottaggio che assomiglia più a una presa di posizione generale sul mondo che a una reazione diretta alle mosse commerciali di Trump o alle sue parole sulla Groenlandia.
Un boicottaggio sul modello danese, in Italia, avrebbe tutt’altra dimensione
Per questo, se un movimento simile a quello danese dovesse davvero prendere forma in Italia, cambierebbe immediatamente scala e significato. In un Paese molto più grande della Danimarca, una campagna che invita a evitare in modo sistematico i prodotti alimentari americani si scontrerebbe inevitabilmente con il luogo in cui nasce e si organizza: i social network. Ed è qui che si concentra il vero interrogativo. Una mobilitazione di massa passerebbe per forza da Facebook e X, piattaforme che sono esse stesse americane. La domanda allora non è se gli italiani smetterebbero di comprare certi prodotti, ma se una protesta di questo tipo verrebbe lasciata circolare liberamente oppure finirebbe per essere rallentata, filtrata, resa meno visibile. Una risposta che potremo conoscere solo se, prima o poi, anche gli italiani decideranno di seguire la strada aperta dai danesi.