In Italia, dopo l’incendio di Crans-Montana, c’è chi ha scelto di fare un passo in più anche senza obblighi e senza aspettare divieti. È il caso del Bobadilla, storico locale “in” della Bergamasca, che ha deciso di autosospendere l’uso di fiaccole, fiamme sceniche e candele pirotecniche in un’ottica di prudenza verso pubblico e personale. Una scelta che conta proprio perché arriva nonostante il locale sia già inserito in un sistema di regole e controlli che, dopo la tragedia di Corinaldo (An) nel 2018 (sei morti e 59 feriti), è diventato ancora più severo e consapevole. Il punto è tutto qui: la sicurezza non è un dettaglio tecnico e non può essere trattata come una voce accessoria, né in un locale di provincia né in un contesto di lusso. Per questo il confronto tra Italia e Svizzera non è un attacco al Paese elvetico, ma al suo sistema di vigilanza e a un’idea di esclusività che spesso promette più di quanto garantisca.

Il Bobadilla di Dalmine (Bg) ha scelto di eliminare subito candele e fiamme sceniche
Perché se si va a una festa di Capodanno sapendo che il conto minimo sarà tra i 200 e i 300 euro a persona, in una delle località più esclusive d’Europa, una certezza dovrebbe essere fuori discussione: che tutto sia in regola. Non “in teoria” e nemmeno “sulla carta”, ma nei fatti: capienze rispettate, uscite libere, materiali sicuri. Pagare cifre da élite dovrebbe significare comprare anche sicurezza, non solo status. E se questa certezza non esiste, allora il problema non è un singolo locale, ma un’intera idea di divertimento. A quel punto la domanda, per quanto scomoda, è inevitabile: che senso ha tenere aperti locali che chiedono molto e garantiscono poco (o nulla)?
Pagare caro non può significare accettare il rischio
La notte di Capodanno al Le Constellation di Crans-Montana, trasformata in una strage con numeri praticamente da attentato terroristico - oltre quaranta morti (di cui sei italiani, e dalla redazione di Italia a Tavola le condoglianze più sentite alle famiglie di Riccardo Minghetti, Chiara Costanzo, Giovanni Tamburi, Achille Barosi, Sofia Prosperi ed Emanuele Galeppini, i cui funerali si sono tenuti nella giornata di mercoledì 7 gennaio) e più di cento feriti -, non è stata una fatalità, bensì la conseguenza di un sistema lassista, indulgente, che ha confuso l’esclusività con l’impunità. Per arrivare a numeri del genere serve una concatenazione precisa di scelte sbagliate, omissioni e superficialità. Serve un’idea di divertimento che tollera scorciatoie, che considera la sicurezza un dettaglio tecnico e non una responsabilità morale.
Italia e Svizzera a confronto: due culture della sicurezza opposte
È qui che il confronto diventa utile, e va chiarito subito: non è una crociata contro la Svizzera, né un processo a un Paese. È la fotografia di due sistemi diversi e di due modi di intendere la prevenzione. In questo senso sono significative le parole di Maurizio Pasca, vicepresidente della Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi) e presidente del Silb (Sindacato italiano locali da ballo), che nei giorni scorsi ha chiarito a Italia a Tavola un equivoco di fondo: «Il locale di Crans-Montana era un bar, non una discoteca. I media lo hanno definito tale, ma in Italia una tragedia simile non potrebbe accadere».

Maurizio Pasca, vicepresidente della Fipe e presidente del Silb
Il motivo? Perché «le misure preventive sono rigorose e i locali sono soggetti alle commissioni comunali di vigilanza per il pubblico spettacolo, che verificano staticità, capienza e sicurezza». Sia chiaro, non è una difesa d’ufficio, ma un elemento concreto: nel nostro Paese, dopo la tragedia di Corinaldo (sei morti e 59 feriti), la cultura della sicurezza è stata - fortunatamente - rafforzata, così come i controlli intensificati. Ed è proprio per questo che la scelta del Bobadilla pesa: non nasce da un obbligo, ma dalla consapevolezza che prevenire è parte del mestiere.
Il modello del lusso come alibi: quando l’incasso viene prima delle regole
Il locale, ricordiamo, era stato presentato come uno dei punti di riferimento della movida alpina. L’ingresso di Capodanno costava circa 100 franchi svizzeri, con tavolo incluso ma consumazioni obbligatorie a parte. Dentro, i prezzi salivano rapidamente: champagne tra i 250 e i 300 franchi, vodka da 300 euro, bottiglie servite con candele pirotecniche. Cifre alte, sì, coerenti con Crans-Montana. Proprio per questo, però, quelle cifre avrebbero dovuto rappresentare una garanzia implicita di controllo e sicurezza. Invece, secondo diverse testimonianze, il denaro ha finito per diventare una scorciatoia: chi garantiva l’acquisto di bottiglie costose entrava più facilmente, anche se molto giovane, anche in una serata che avrebbe dovuto essere riservata ai maggiorenni. Insomma, per Jacques Moretti e Jessica Maric, proprietari del locale, il fatturato veniva prima di tutto, anche della sicurezza.

Al Le Constellation il fatturato veniva prima di tutto, anche della sicurezza
Le recensioni online parlavano già da tempo di prezzi elevati e aspettative spesso disattese: servizio non all’altezza, qualità dei drink discutibile, conti giudicati sproporzionati. Segnali che oggi assumono un altro peso, perché raccontano un modello di business basato sulla vendita di tavoli e bottiglie, soprattutto durante eventi ad alta affluenza. Un modello che diventa ancora più aggressivo se inserito in un contesto economico pesante, con un affitto da circa 40mila franchi al mese e la necessità di massimizzare ogni metro quadrato del locale. Più gente, più consumo, più incasso. Anche quando non si dovrebbe.
Controlli mancanti e responsabilità pubbliche: il vero buco nero
Ma il dato che più colpisce resta quello dei controlli. O meglio, della loro assenza. Infatti, il Comune di Crans-Montana, riportano tutti i giornali locali (e non), non effettuava verifiche da cinque anni. Sì, avete letto bene, cinque anni. Un dato ancora più grave se si considera che in Svizzera i controlli sono annunciati, non a sorpresa, e che intanto il locale aveva ottenuto anche autorizzazioni per ampliamenti. Nessuno ha verificato davvero cosa ci fosse sotto quel soffitto basso, rivestito di pannelli acustici che avrebbero dovuto essere ignifughi e non lo erano. Nessuno ha imposto un impianto antincendio. Nessuno ha controllato se le uscite fossero realmente utilizzabili. Nessuno ha fermato l’uso, o meglio, l’abuso sistematico di fontane pirotecniche portate in giro dai camerieri.

Il noto imprenditore Flavio Briatore
In tal senso, parole durissime sono arrivate anche da Flavio Briatore, imprenditore che da decenni opera ai massimi livelli dell’intrattenimento di lusso, che al Corriere della Sera non ha usato mezzi termini: «Se fai pagare certe cifre, la sicurezza deve essere totale - ha detto. Non puoi permetterti neanche mezzo errore». E ancora: «In un locale del genere certe cose non devono proprio esistere. Se le regole non vengono rispettate, allora è giusto chiudere». Un giudizio netto, che va oltre la polemica e centra il punto: il lusso non è scenografia, è responsabilità moltiplicata. Più si fa pagare, più si deve garantire.
Effetti scenici, sovraffollamento e fattore umano: una tragedia annunciata
E tutto, ancora una volta, riporta al fattore umano. Alla scelta di usare effetti pirotecnici in un sotterraneo. Alla decisione di ridurre la larghezza (da tre a un metro!) di una scala. Alla porta di emergenza chiusa per evitare fughe senza pagare. Al sovraffollamento evidente. Alla convinzione, tanto diffusa quanto pericolosa, che “non succederà niente”. Ma quando succede, succede così: fiamme, fumo, panico, due flussi opposti su una scala troppo stretta, un tappo mortale, una “trappola per topi”, come hanno detto in tanti. E proprio da qui emerge l’ultimo elemento, forse il più importante: la reazione. In Italia, come detto, c’è chi, pur essendo già in regola, ha scelto di fare di più.
Come, appunto, il già citato Bobadilla di Dalmine, uno dei locali più “in” della Bergamasca, che ha deciso di autosospendere l’uso di fiaccole, fiamme sceniche e candele pirotecniche «in un’ottica di totale prudenza e responsabilità verso il pubblico e il personale», in attesa di verifiche con tecnici e vigili del fuoco, richiamando un principio semplice: prudenza e responsabilità verso pubblico e personale. Una decisione che non nasce da obblighi o divieti, ma da una consapevolezza: quella che distingue chi gestisce un locale da chi si limita a sfruttarlo finché rende. Perché dopo Crans-Montana non servono rassicurazioni a posteriori né promesse di facciata. Serve riconoscere che la sicurezza non è un dettaglio amministrativo, ma la condizione minima per tenere aperta una porta. E quando questa condizione non può essere garantita, l’unica scelta sensata è fermarsi. Tutto il resto è incasso. E irresponsabilità.