L’economia italiana aveva mostrato segnali di rafforzamento a inizio 2026, con consumi e Pil in crescita. Tuttavia, il nuovo scenario di guerra potrebbe incidere su inflazione, energia e redditi. Secondo Confcommercio, uno shock breve avrebbe effetti limitati, mentre un conflitto prolungato rischia di frenare consumi, turismo e investimenti, riducendo sensibilmente la crescita annua.

Consumi in ripresa fino a febbraio, poi il rischio frenata legato all’energia
Un inizio d’anno positivo per l’economia, ma l’incognita guerra pesa sulle prospettive
Le preoccupazioni legate a un nuovo scenario di conflitto rischiano di offuscare la lettura dei dati più recenti. Per questo, nella Congiuntura diffusa dall’Ufficio Studi di Confcommercio, si distingue con chiarezza tra il quadro emerso a fine febbraio e le possibili traiettorie da qui a fine 2026. I numeri, fino a poche settimane fa, raccontavano una fase di rafforzamento. Le stime dell’ICC indicano un miglioramento progressivo tra ottobre 2025 e febbraio 2026, con variazioni tendenziali passate dal +0,5% al +1,3%. Non si tratta solo di una ripresa limitata ad alcuni comparti: oltre a cura della persona, tempo libero, turismo e tecnologia, segnali di vitalità arrivano anche da altri ambiti dei consumi. Si osservava una crescita nel mercato delle automobili, un arresto della flessione dell’abbigliamento e un consolidamento dell’elettronica di consumo. Un insieme di elementi che, sostenuto da un’occupazione ancora elevata e da un’inflazione contenuta, si traduceva in un’accelerazione del PIL mensile, passato dal +0,5% di gennaio al +1,4% di febbraio.
L’effetto immediato sui prezzi e sui consumi
L’avvio del nuovo conflitto introduce però un elemento di discontinuità. Il primo canale di trasmissione riguarda l’energia, con effetti diretti sui prezzi al consumo. Per marzo si stima un’inflazione all’1,8%, un livello ancora compatibile con gli obiettivi delle autorità monetarie.
Il dato, tuttavia, non può essere interpretato come isolato. Anche un incremento contenuto dei prezzi energetici produce effetti sull’attività economica: per marzo si prevede una lieve flessione rispetto a febbraio. Nonostante ciò, il PIL tendenziale resterebbe sopra l’1%, consentendo al primo trimestre di chiudersi con una crescita che non si registrava dalla fine del 2023.
Due scenari per il 2026: impatti limitati o frenata della crescita
Le prospettive dipendono in larga parte dalla durata della crisi. L’analisi prende in considerazione due ipotesi legate all’andamento dei prezzi energetici, con riferimento al Brent. Nel caso di uno shock temporaneo, con un aumento dei prezzi seguito da un rapido rientro entro l’inizio dell’estate, gli effetti complessivi sarebbero contenuti. L’inflazione media annua risulterebbe leggermente più alta rispetto allo scenario base, mentre il PIL registrerebbe una riduzione marginale. Diversa la situazione in caso di tensioni prolungate. Se i prezzi dell’energia restassero elevati fino alla fine dell’anno, l’impatto si rifletterebbe in modo più evidente su reddito reale e consumi. In questo contesto, la crescita economica si ridurrebbe sensibilmente rispetto alle attese iniziali, con un’espansione limitata a circa la metà di quella prevista in assenza di shock.
Ripercussioni anche su investimenti e turismo
Nello scenario più critico si aggiungono ulteriori elementi di debolezza. Il rallentamento degli investimenti e una minore domanda internazionale inciderebbero sulle esportazioni di beni e servizi, con possibili effetti anche sul turismo, comparto centrale per il settore Horeca. A fine 2026, in questo quadro, l’inflazione potrebbe avvicinarsi al 4% su base tendenziale, aprendo interrogativi anche sull’andamento dell’economia nel 2027.

Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio
Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, sintetizza così il momento: «Il 2026 è iniziato con segnali molto incoraggianti per l’economia: consumi in crescita fino all’1,3% a febbraio, inflazione sotto controllo, occupazione ai massimi livelli. Ma lo scenario di guerra rischia di vanificare la ripresa». E aggiunge: «Speriamo che il prezzo del petrolio torni entro maggio intorno ai 70 dollari, perché così si avrebbe un impatto su PIL e consumi molto modesto. Viceversa, se le quotazioni rimanessero sopra i 100 dollari fino a fine anno, la crescita sarebbe dimezzata».