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Acquacoltura, solo 19 concessioni in mare: l'Italia importa l'86% del pesce

L’Italia consuma più pesce della media Ue, ma ne importa l’86%. Con sole 19 concessioni per l’acquacoltura in mare e 15mila tonnellate prodotte, il comparto resta marginale rispetto ai competitor europei

 
15 aprile 2026 | 14:30

Acquacoltura, solo 19 concessioni in mare: l'Italia importa l'86% del pesce

L’Italia consuma più pesce della media Ue, ma ne importa l’86%. Con sole 19 concessioni per l’acquacoltura in mare e 15mila tonnellate prodotte, il comparto resta marginale rispetto ai competitor europei

15 aprile 2026 | 14:30
 

Sulle tavole italiane il pesce è sempre più presente, ma la sua origine resta in larga parte estera. Il consumo medio ha raggiunto circa 31 chilogrammi pro capite l’anno, superiore alla media europea, ma la produzione nazionale non segue lo stesso ritmo. Il risultato è una dipendenza dall’import che arriva fino all’86% del fabbisogno complessivo, con un deficit commerciale che pesa in modo strutturale sulla filiera. Un dato che si inserisce in un contesto europeo già sbilanciato, ma che in Italia assume proporzioni più marcate, anche per la ridotta capacità produttiva interna.

Acquacoltura, solo 19 concessioni in mare: l'Italia importa l'86% del pesce

In Italia sono attive appena 19 concessioni per l'acquacoltura in mare

Un comparto in crescita ma frenato da vincoli strutturali

Uno dei nodi principali riguarda l’acquacoltura in mare aperto. In Italia le concessioni attive sono appena 19 lungo oltre 8mila chilometri di costa, un numero che colloca il Paese in posizione marginale rispetto ai principali competitor mediterranei. La Turchia conta circa 540 concessioni, la Grecia oltre 300. La produzione nazionale si attesta intorno alle 15mila tonnellate, una cifra lontana dai modelli più sviluppati come quello norvegese, dove il comparto ittico rappresenta una delle principali industrie nazionali con milioni di tonnellate prodotte ogni anno.

Nonostante i limiti, il comparto dell’acquacoltura mostra segnali di crescita. L’aumento della domanda interna e la contrazione della pesca tradizionale hanno spinto il settore verso una progressiva espansione, anche se ancora insufficiente a ridurre la dipendenza dalle importazioni. Nel corso di un recente confronto tra operatori, è emersa la volontà di raddoppiare la produzione nazionale, puntando su una maggiore integrazione tra allevamenti e pesca. «Abbiamo potenzialità uniche, ma lo sviluppo va programmato», è stato osservato in merito alla necessità di una cornice normativa più definita secondo quanto riporta il Sole 24 Ore.

Pesca tradizionale in difficoltà e filiera sotto pressione

Accanto all’acquacoltura, la pesca tradizionale attraversa una fase complessa. La flotta si è ridotta del 25% negli ultimi vent’anni, mentre i costi operativi continuano a crescere. Le giornate di lavoro diminuiscono e il sistema produttivo fatica a mantenere livelli stabili. In parallelo cresce l’import di specie come branzino e orata, spesso a prezzi inferiori rispetto alla produzione nazionale, alimentando ulteriori tensioni lungo la filiera.

Il nodo delle regole e delle concessioni

La questione non è solo italiana. Anche a livello europeo il deficit commerciale del settore ittico resta elevato, con una media del 73%, ma l’Italia si colloca su livelli più critici. Il sistema globale mostra una progressiva centralità dell’acquacoltura, destinata secondo le previsioni a coprire fino al 70% del consumo mondiale entro il 2050. Un cambiamento che rende ancora più evidente il ritardo strutturale italiano nella pianificazione degli allevamenti in mare.

Acquacoltura, solo 19 concessioni in mare: l'Italia importa l'86% del pesce

In Italia l'86% del pesce consumato arriva dall'estero

Tra i principali fattori di rallentamento resta il sistema delle concessioni. La mancanza di un quadro normativo stabile rende complesso l’avvio di nuovi impianti e rallenta anche l’ammodernamento di quelli esistenti. In alcuni casi, i tempi autorizzativi arrivano fino a tre anni. Secondo gli operatori del settore, la semplificazione delle procedure e una maggiore chiarezza sulle competenze tra Stato e Regioni rappresentano condizioni necessarie per favorire lo sviluppo.

Un equilibrio ancora da costruire

Il comparto ittico italiano si muove quindi tra crescita della domanda e rigidità dell’offerta. L’acquacoltura rappresenta una possibile risposta alla riduzione della pesca tradizionale e alla dipendenza dalle importazioni, ma resta un settore ancora in fase di consolidamento. Il risultato è un equilibrio fragile, dove la disponibilità del prodotto non coincide con la capacità produttiva interna, lasciando aperto un tema che riguarda non solo l’economia, ma anche la sicurezza alimentare del Paese.

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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