Quello struggente ritorno, per pochi e non per molti, alla villeggiatura. Le destinazioni lontane dal rumore, ma non dai suoni; lontane dai rumors ma non dalle letture interessanti e no, per dirla con Gozzano, dai “piacevoli conversari”. Per i “pochi” di cui si è fatto cenno e che azzardiamo definire gli “happy few”, la corrente estate palesa una nuova idea di viaggio, più consapevole e più intima. Da autorevole studio apprendiamo che si chiama calmcation. Il neologismo calmcation nasce dall’incontro tra calm, calma, e vacation, vacanza: una vacanza calma. La calmcation risponde a una domanda precisa: come recuperare attenzione, energia e presenza in un tempo dominato dalla velocità.

La calmcation conquista l’estate e apre una riflessione sul futuro dell’Italia
Calmcation nasce dall’incontro tra calm, calma, e vacation, vacanza: una vacanza calma

Citiamo il giornalista statunitense Richard Louv con la sua espressione nature-deficit disorder, volta ad indicare gli effetti della progressiva distanza dagli spazi aperti, soprattutto nei bambini. E da questo warning, in contrappasso, approdiamo al savoring: l’arte di riconoscere, amplificare e trattenere le esperienze piacevoli. La promessa delle calmcation è tutta in questa misura: rifuggire dal nature-deficit disorder per arrivare al savoring. In questo torrido luglio, la calmcation è d’uopo! Ed è frutto di due settimane di calmcation, quanto segue, ovvero spunti di riflessione su come va prospettandosi, in una ripresa autunnale già vicina, con il terzo quadrimestre gergalmente denominato SOND, dalle iniziali dei quattro mesi che lo compongono, l’evolvente scenario del nostro Bel Paese.

L’Italia tra crescita debole e bisogno di una nuova visione

Il nodo italiano non si esaurisce nella debolezza della crescita, né può essere interamente spiegato attraverso i consueti indicatori di debito pubblico, investimenti e produttività. Questi numeri descrivono una condizione, ma non ne chiariscono fino in fondo l’origine. La questione più profonda riguarda la capacità del nostro Bel Paese di rigenerare le proprie energie culturali, educative, imprenditoriali e istituzionali. Insomma, l’Italia non è priva di risorse; fatica, piuttosto, a trasformarle in una visione condivisa. Il successo del passato, quando non viene lucidamente investigato, diventa una raffinata forma di immobilità. Abbiamo accumulato competenze, patrimonio, reputazione e risparmio; bene!

Gli italiani sono più propensi a custodire i propri risparmi che ad investirli
Gli italiani sono più propensi a custodire i propri risparmi che ad investirli

Tuttavia, adesso siamo più propensi a custodirli che ad investirli. Insomma, difendiamo equilibri consolidati, procedure e piccole sicurezze, e al contempo chiediamo alle nuove generazioni di competere in un sistema che offre loro più prove di resistenza che occasioni di ascesa.

Perché il PIL non basta più per misurare il progresso

Per questo il PIL, pur restando un indicatore necessario, appare ormai insufficiente. Il PIL misura quanto produciamo, ma non dice abbastanza su ciò che stiamo costruendo.

Non registra la:

  • capacità di innovare,
  • fiducia nelle istituzioni,
  • libertà dei talenti di emergere,
  • mobilità sociale,
  • qualità della scuola,
  • sostenibilità delle scelte pubbliche.

Continuiamo a inseguire qualche decimale di crescita e non ci accorgiamo che stiamo smarrendo gli elementi decisivi per l’avvenire del nostro Bel Paese. Una volta, il tempo fu breve, si parlava di PIQ: Prodotto Interno Qualità. Ecco, dovremmo tornare tempestivamente, con virtuosa erigenda cognizione, a parlare di PIQ piuttosto che di PIL.

Le contraddizioni dell’Italia tra risorse e fragilità

Siamo il Paese dei contrasti vistosi. Ci sono (ancora) famiglie capaci di risparmiare. Ci sono territori ricchi di competenze, in particolare i nostri distretti. Ci sono imprese che sanno competere sui mercati internazionali. La nostra società civile è sovente (per non dire sempre!) più agile, più cosciente e più pronta delle nostre impigrite istituzioni. La nostra qualità della vita è ancora riconosciuta nel mondo.

La grandezza del saper fare italiano è certa e consolidata
La grandezza del saper fare italiano è certa e consolidata

Eppure, continuiamo a inciampare nelle medesime fragilità:

  • donne penalizzate nel lavoro
  • giovani ad alta scolarità che emigrano
  • innovazione evocata più come formula retorica che come infrastruttura necessaria.
  • istruzione diseguale, con conseguente nefasta assenza del cosiddetto ascensore sociale
  • ricerca finanziata in modo tragicamente carente.

Ma diciamolo a gran voce: non si tratta di un destino già scritto! Il declino non è una legge naturale, bensì è l’esito di molte convenienze immediate preferite alla costruzione paziente del domani, di molte decisioni rinviate, di molte rendite protette. Il problema non è l’impossibilità del cambiamento, ma è la difficoltà, culturale e politica, di assumerne fino in fondo il costo e la responsabilità.

La conoscenza come chiave per il futuro del Paese

La via d’uscita passa da . . . una terzina Divina Commedia/Inferno/Canto XXVI.

"Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza"

Eccoci, ci pensò il Grande Fiorentino, circa otto secoli fa, a tratteggiare la società attuale: la società della conoscenza. Noi in Italia, viviamo davvero nella società della conoscenza oppure essa è stata da noi ridotta a mera espressione di circostanza?!

La conoscenza
La conoscenza, fatta di studio, capacità e relazioni, è la base su cui si fonda la solidità di un paese

La ricchezza contemporanea nasce sempre più da:

  • capacità di mettere in relazione saperi diversi,
  • capitale intellettuale,
  • fiducia,
  • formazione continua,
  • reti
  • software.

La conoscenza non è un ornamento da esibire nei convegni: è l’infrastruttura invisibile sulla quale si fonda la solidità di un Paese moderno.

Università, cultura e intelligenza artificiale: la nuova sfida

In questa prospettiva l’università dovrebbe essere considerata non come un comparto da amministrare, ma come una leva strategica. L’università non può limitarsi a produrre titoli di studio o competenze separate. L’università deve tornare a essere il luogo in cui creatività, cultura umanistica, impresa, intelligenza artificiale, scienza e tecnologia, imparano a dialogare. Senza questa ricomposizione dei saperi, rischiamo di formare persone istruite ma non sempre capaci di orientarsi nella complessità. L’intelligenza artificiale è, da questo punto di vista, una prova decisiva.

La calmcation conquista l’estate e apre una riflessione sul futuro dell’Italia
L’università deve tornare a essere il luogo in cui cultura umanistica e intelligenza artificiale possono dialogare

Può diventare l’ennesima tecnologia introdotta senza un’adeguata elaborazione culturale, destinata a misurare, sorvegliare e comprimere il lavoro umano. Oppure può trasformarsi in uno strumento di emancipazione, se accompagnata da spirito critico, responsabilità pubblica e intelligenza educativa. La differenza non sarà scritta negli algoritmi, ma nelle scelte delle:

  • imprese,
  • istituzioni,
  • persone,
  • scuole.  

Le zavorre che frenano il rinascimento italiano

Quante zavorre rendono ardua e problematica la via di un rinascimento prossimo venturo al quale, laddove sospinti dall’ottimismo della volontà vorremmo credere. Zavorre, ma diciamo anche lacci e lacciuoli! Burocrazia, interessi consolidati, protezioni corporative, spesa improduttiva, tutto ciò soffoca l’emergere di nuove energie. Finché:

  • il futuro resterà subordinato alla gestione del presente,
  • l’innovazione sarà più promessa che finanziata,
  • il merito sarà più invocato che praticato,

il nostro Bel Paese continuerà a consumare capitale invece di crearne. Insomma, ci manca un’idea di futuro.