Se Gordon Ramsay fosse il protagonista dell’ennesima puntata di "Cucine da incubo", stavolta il ristorante da salvare sarebbe il suo. Il gioco di specchi è inevitabile: mentre in tv lo chef inglese rimette in riga cuochi sgangherati e locali allo sbando, i numeri del suo impero stanno prendendo la stessa piega che lui di solito rimprovera agli altri. E il quotidiano The Times, che ha messo in fila dati e testimonianze, ha mostrato un quadro che fa rumore.

Lo chef Gordon Ramsay
I conti da incubo di Gordon Ramsay
Perché l’anno scorso le attività britanniche che portano il suo nome hanno chiuso con 15,5 milioni di sterline di perdite. Una cifra che stride con l’immagine scintillante che lo accompagna ovunque: le cene mondane nel suo ristorante tre stelle Michelin di Chelsea (uno dei quartieri più in di Londra, ndr), le comparsate con i Beckham, l’inaugurazione del nuovo locale a Mayfair sorto là dove c’era Le Gavroche, tempio storico dell’alta cucina inglese.

La sala del ristorante tristellato di Gordon Ramsay a Londra
In superficie tutto continua a sembrare oliato, ma dietro le quinte il motore tossisce, e non poco. I tagli, scrivono i colleghi d'Oltremanica, hanno colpito quasi 200 dipendenti e diverse insegne medio-basse del gruppo, come Street Burger e Street Pizza, hanno abbassato la serranda; persino il corner di Harrods, quello con il famosissimo burger wagyu da cento euro, ha spento le luci. A oggi il debito complessivo del gruppo sfiora i 55 milioni di euro. Insomma, non noccioline.
Un intero settore (e Paese) sotto pressione
La fotografia che emerge, però, non riguarda solo il citato Gordon Ramsay. Le difficoltà degli chef-imprenditori, anche dei più navigati, raccontano un settore che sta vivendo un passaggio complicato. In meno di un anno Londra ha visto chiudere la Locanda Locatelli (del già stellato italiano, Giorgio Locatelli, che ha riaperto un locale più informale alla National Gallery), sparire gli ultimi locali della catena veg-burger fondata da Lewis Hamilton e Leonardo DiCaprio e scivolare in amministrazione controllata i ristoranti di Gino D’Acampo, volto popolarissimo della tv britannica. La crisi, insomma, non fa distinzioni: colpisce l’alta cucina, il casual dining, le catene e persino marchi storici come Pizza Hut. E osservando il quadro dall’alto, aggiunge il The Times, il settore appare come lo specchio del Regno Unito di oggi.

Lo chef italiano Giorgio Locatelli
Un Paese che, infatti, combatte con costi energetici aumentati, affitti che divorano i margini e nuove imposte introdotte dal governo. La Brexit ha lasciato strappi profondi nella manodopera, mentre il salario minimo continua a crescere e spinge verso l’alto il costo del personale. E poi c’è il pubblico, che nel frattempo è cambiato: la vita costa di più, le serate fuori si selezionano, il consumo di alcol cala soprattutto tra i giovani e gli scontrini ne risentono. Gli orari anticipati, la cena veloce, il dessert saltato e il bicchiere in meno non sono dettagli: per un ristorante diventano decine di sterline perse ogni tavolo.
Una crisi che somiglia anche alla nostra
Per certi versi sembra la stessa storia che stiamo vivendo anche in Italia, con chiusure all'ordine del giorno, costi ingestibili e consumi ridotti. Le dinamiche sono quasi sovrapponibili: energia, affitti, personale, cambiamento delle abitudini. In più, in Regno Unito pesa un clima sociale ed economico che non ha ancora trovato un vero equilibrio post-Brexit. Ne deriva un mercato fragile, nervoso, dove anche un brand potente come quello di Ramsay rischia di andare fuori giri. E quando persino i colossi arrancano, è chiaro che il problema non è il singolo chef, ma il sistema.