In Italia lavorava 12 ore al giorno per 900 euro al mese. Oggi coordina le cucine di quindici asili nido in Germania e racconta di aver trovato un ambiente in cui i superiori la spingono a crescere e la sostengono davvero. È la storia di Concettina Sbaudo, per tutti Ketty, 38 anni, professionista della ristorazione originaria della provincia di Siracusa che, come spiega in un’intervista rilasciata a ilfattoquotidiano.it, ha scelto di lasciare l’Italia senza rimpianti: «Non mi sono mai pentita un momento di essere andata via. In Germania ho trovato la meritocrazia, in Sicilia se non avevi conoscenze non lavoravi neanche».

Concettina Sbaudo
Dalla precarietà ai turni infiniti: gli inizi in Italia
Il suo percorso inizia da un diploma all’alberghiero e da una sequenza di lavori precari che sembravano non portare da nessuna parte. Cameriera, cuoca, poi commessa in una grande catena di abbigliamento, sempre con contratti fragili e condizioni che non reggevano il peso delle ore lavorate: «Dopo essermi diplomata all’alberghiero sono passata da un’azienda all’altra, sempre in maniera precaria». E ricorda bene anche i numeri: «Ero vice-responsabile con un contratto part-time, ma lavoravo 12 ore al giorno e mi pagavano 900 euro al mese, metà a rate e metà in nero». Una situazione che definisce senza esitazioni “disperata”, tanto da spingerla a guardare oltre confine già allora.
L’idea iniziale era l’Inghilterra, poi l’incontro con quello che sarebbe diventato suo marito e la nascita della figlia avevano rallentato tutto. «Il mio sogno era andare via. Poi ho conosciuto mio marito Andrea, abbiamo avuto una figlia e trovato lavoro in Sicilia. Siamo rimasti». Restare però non cambia la situazione: turni lunghi, poche prospettive, la sensazione che la crescita professionale fosse bloccata prima ancora di iniziare. Ketty prova a muoversi dentro i confini nazionali e manda curriculum anche al Nord, ma le risposte non arrivano. «Ho ricevuto una sola risposta, negativa, di una società milanese». A quel punto la decisione prende forma. Il marito parte per primo in Germania, lei lo raggiunge tre mesi dopo con la bambina di undici mesi.
Ripartire da zero all’estero
Ricomincia così da zero in una cittadina vicino Düsseldorf, accettando i primi impieghi disponibili. Prima la consegna di pacchi, poi una mensa aziendale dove resta quattro anni. Durante la pandemia cambia orari, passa a un turno serale e poco dopo sceglie di fare un secondo lavoro. Doveva lavare piatti, invece al colloquio le propongono di lavorare come cuoca. «Ho accettato e in meno di un anno mi hanno proposto una promozione». Da lì il salto è progressivo ma netto. Oggi gestisce personale e cucine distribuite su più strutture per l’infanzia, mentre il marito lavora nel settore packaging. Lei riassume così la differenza tra prima e dopo: «In Germania abbiamo avuto la possibilità di iniziare una scalata gerarchica che in Italia non sarebbe possibile».
Lavorare nella ristorazione dove conta il merito
Non dipinge un paradiso. La burocrazia pesa e i ritmi sono serrati, e lo dice chiaramente: «Qui è tutto iper burocratico, è l’aspetto più stressante. E a livello sociale sei sola. Conosci tanta gente, ma non fai mai amicizia come la intendiamo noi: tutti ti parlano, ti rispettano, ma ognuno pensa alla sua vita. C’è molta frenesia e i ritmi sono assurdi dalla mattina alla sera, ma non soffriamo questa situazione. Ci siamo integrati bene». Nel mondo della ristorazione, dove condizioni e gerarchie spesso fanno la differenza tra restare o partire, Ketty oggi dice di aver trovato ciò che cercava. All’estero l’essere italiani aiuta, spiega, e in cucina diventa quasi un marchio di fiducia.

Concettina Sbaudo insieme al marito Andrea (credits: Il Fatto Quotidiano)
«Siamo ben visti e abbiamo una marcia in più. Ma in Germania sono riuscita a non sentirmi in difetto. In quanto persona, donna, professionista. Ai colloqui in Italia, la prima domanda che mi facevano era se fossi sposata - ricorda. Diversi anni fa, dopo essermi diplomata, la situazione era orribile: ho subito stalking e mobbing». Il confronto tra prima e dopo resta il filo conduttore della sua storia, e quando arriva alla conclusione sceglie di farlo con una frase che riassume tutto il percorso: «Qui però ho una certezza. Ciò che mi rende felice non sono tanto le cifre che riesco a guadagnare, ma la consapevolezza che i miei superiori mi incitano a dare il meglio, mi difendono e mi apprezzano». In fondo è questa la vera misura del cambiamento: una carriera costruita lontano da casa, dentro cucine che parlano un’altra lingua ma riconoscono il valore di chi ci lavora.