Prima del metallo lucido e delle pinzette, prima delle foto in controluce e delle parole che si attaccano addosso come cartellini, c’è un oggetto di coccio che in Salento fa un mestiere antichissimo. La chiamano “pignata”, sta sul fuoco del camino, cuoce piano e porta a casa due risultati insieme: uno spezzatino tenerissimo e un sugo buono per la sera, quando serve buttarci dentro la pastina. Ada Stifani parte da Neviano e da quel modo di cucinare che si impara guardando, con una madre innamorata della cucina e un padre macellaio con la passione per il pesce, poi arriva a Perugia nel 2000 per l’università e finisce nei ristoranti da studentessa, prima ai bicchieri e poi al servizio, finché un turno coperto quasi per caso le cambia la traiettoria. Nel 2022 si prende il rischio di un progetto tutto suo, Ada Gourmet, e nel giro di poco arriva la stella Michelin. Da lì comincia l’altra parte della storia, perché un riconoscimento porta luce e insieme produce una domanda politica, sociale, quasi linguistica, che gira attorno a una parola, donna, e a un’altra parola, fiducia.
Intervista ad Ada Stifani
“Prima donna stellata dell’Umbria” è una frase che le piace?
“ È pesante come concetto, perché sembra un ruolo. Io mi sento uno chef stellato, poi attorno resta quella categoria, come se fossimo una specie protetta. Il punto è che a noi viene chiesto sempre qualcosa in più, e spesso la lettura passa dal genere prima che dal piatto. Io non voglio farne una bandiera, però lo vedo. E ti tocca avere spalle larghe, perché se ti fai schiacciare da quella definizione diventa un macigno ”
«Non voglio etichette: il piatto deve parlare da solo»
Quindi non si sente una “quota rosa”?
“ No, perché vorrebbe dire dare ragione a quel meccanismo. Mi interessa il riconoscimento del lavoro. Penso che una cucina debba parlare da sola; poi certo, viviamo in un mondo dove il genere continua a essere una lente. Però se comincio io a mettermi addosso quella lente, ho già perso. La cosa dura, e che molti non vedono, è che ti ritrovi a dover dimostrare più volte la stessa cosa, a dover reggere la pressione, a dover tirare avanti anche quando ti viene voglia di dire "basta, oggi non ce la faccio" ”
Pressione e lavoro: «In cucina dobbiamo dimostrare sempre qualcosa in più»
Una sorta di sfiducia preventiva…
“ È proprio così. In cucina lo senti subito. Lo senti quando ti presenti a un fornitore, quando spieghi una scelta, quando devi gestire il personale. Ti guardano e cercano la prova in più. Poi ci sono situazioni che riguardano la vita fuori, perché la responsabilità della famiglia molto spesso ricade sulla donna. Io ho una figlia di 16 anni e un altro figlio intorno ai 20. Anche se sono grandi, restano ragazzi di casa. A 16 anni c’è ancora tanto da seguire. E con questi orari è faticoso. È un pezzo di realtà che spesso viene dato per scontato: tu sei in cucina, devi essere presente, devi reggere il servizio, e intanto la vita corre comunque. Ti organizzi, ti arrangi, trovi una soluzione. Anche lì, la fiducia è doppia, tripla, perché ti chiedi sempre se stai facendo abbastanza da tutte le parti ”
La sala del ristorante Ada Gourmet
Ma le donne portano in cucina qualcosa in più rispetto agli uomini?
“ Sì, secondo me abbiamo più sensibilità e spesso riusciamo a trovare una soluzione ai problemi, ci arrangiamo e ne usciamo. In cucina gli imprevisti arrivano sempre e tu devi risolverli. Magari una di noi tirerà fuori qualcosa capace di rimettere in moto il fine dining ”
Fine dining e sostenibilità: «Il vero tema è il costo del lavoro»
Allora è vero che il fine dining è in affanno?
“ Più che altro è difficile renderlo sostenibile. È un lavoro enorme, richiede attenzioni continue e costi alti. Per non parlare del tema del costo del lavoro. I contributi sono talmente alti che fai fatica a investire sulle persone, a pagarle bene, a far crescere l’organico. I professionisti se ne vanno all’estero. Io vorrei allargare la squadra, vorrei due giorni di riposo veri, vorrei costruire condizioni migliori. A volte ti sembra di stare sempre sul filo. E questa cosa, alla lunga, pesa su tutti. Se vogliamo che il fine dining resti vivo, bisogna parlare di lavoro, non solo di piatti ”
Per Ada Stifani è difficile rendere sostenibile la cucina fine dining
Dal Salento all’Umbria: radici, famiglia e identità in cucina
Come ci è finita a Perugia dal Basso Salento?
“ Per l’università. Avevo iniziato Ctf. Poi mi sono resa conto che stavo più al ristorante dove lavoravo che in aula. Ho iniziato da lavabicchieri, poi un giorno ho sostituito un cuoco durante un servizio. È stato un caso, però quel caso mi ha messo davanti a una cosa che avevo addosso da sempre, perché da bambina guardavo mia madre tirare la pasta, guardavo le preparazioni della domenica, assorbivo quel modo di stare in cucina. Poi c’era mio padre che faceva il macellaio ma aveva una passione enorme per il pesce; quindi, in casa c’era questa doppia anima ”
E tra tutti questi ricordi, qual è il piatto che la riporta subito a casa, in Salento?
“ Io adoro il cavallo, ci sono cresciuta. Per me è un sapore familiare. Mia madre lo faceva “alla pignata”. Era proprio il coccio sul fuoco del camino, la carne di cavallo che cuoceva piano, e poi con quel sughetto la sera ci faceva la minestrina. Oggi, però, c’è una situazione mediatica devastante. Vorrei portare quel sapore qui, però mi trattengo. Penso che prima o poi farò un estemporaneo, per qualche settimana, anche solo per dire “questa cosa esiste”, perché è parte di me ”
La carne di cavallo è il sapore che riporta Ada al suo Salento
Ma ci torna ancora a Neviano?
“ Sì, una volta l’anno e appena torno faccio tre cose fisse: mangio la carne di cavallo, i monicelli e le cozze crude. Sono cose che mi riportano a quando ero bambina, e non voglio perderle ”
E l’Umbria cosa le ha trasmesso?
“ L’amore per la cacciagione. Qui ho scoperto un mondo. All’inizio faticavo perfino con il piccione. Poi ho allenato il palato. È una cosa che mi ha cambiata molto, perché ti obbliga a ragionare su profumi, su intensità, su tempi. Anche i legumi qui sono fantastici. È un territorio che ti insegna tanto ”
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