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lunedì 13 aprile 2026  | aggiornato alle 07:39 | 118584 articoli pubblicati

La cucina italiana all’estero non si replica: si traduce

L’esperienza di Andrea Campani (chef de Il Borro) tra Dubai e Creta racconta come cambia la ristorazione italiana fuori dai confini nazionali. Portare la cucina italiana all’estero non significa riprodurre ricette, ma adattare un sistema fatto di cultura, servizio e prodotto. Dalla stagionalità difficile da comunicare al ruolo centrale della sala e del vino, fino alle scelte dettate dal contesto locale

di Mauro Taino
Redattore
13 aprile 2026 | 05:00
La cucina italiana all’estero non si replica: si traduce
La cucina italiana all’estero non si replica: si traduce

La cucina italiana all’estero non si replica: si traduce

L’esperienza di Andrea Campani (chef de Il Borro) tra Dubai e Creta racconta come cambia la ristorazione italiana fuori dai confini nazionali. Portare la cucina italiana all’estero non significa riprodurre ricette, ma adattare un sistema fatto di cultura, servizio e prodotto. Dalla stagionalità difficile da comunicare al ruolo centrale della sala e del vino, fino alle scelte dettate dal contesto locale

di Mauro Taino
Redattore
13 aprile 2026 | 05:00
 

Portare la cucina italiana fuori dai confini nazionali significa confrontarsi ogni giorno con un equilibrio sottile tra riconoscibilità e adattamento. Non basta replicare piatti o ingredienti: il punto è costruire un sistema coerente, capace di raccontare un territorio e allo stesso tempo dialogare con pubblici molto diversi. È su questa linea che si inserisce l’esperienza dello chef Andrea Campani, impegnato nello sviluppo di progetti ristorativi de Il Borro anche in contesti internazionali come Dubai e Creta. «Noi ovviamente cerchiamo di essere i più vicini possibili, perché uno dei nostri obiettivi è proprio quello di far vivere un’esperienza il più autentica possibile». L’autenticità, nel suo racconto, non è una parola di facciata, ma un lavoro strutturato che parte dalla filiera: «La nostra è un’azienda molto, molto complessa, con tanta produzione proprio a livello agricolo: oltre al vino c’è il miele, l’olio, i prodotti trasformati. Quindi il nostro obiettivo è cercare di far trascorrere agli ospiti che vengono a trovarci all’estero un’esperienza realmente toscana». Questo approccio implica una responsabilità precisa: trasferire all’estero non solo prodotti, ma un’intera cultura gastronomica. Un passaggio che, inevitabilmente, si scontra con contesti molto differenti.

Contesti diversi, approcci diversi

«Dubai è un contesto estremamente internazionale, quindi dobbiamo essere attenti ad accogliere nello stesso momento persone che vengono da culture, ambienti e situazioni completamente diverse». In una piazza di questo tipo, il ristorante diventa un luogo di mediazione culturale, dove ogni elemento deve essere comprensibile senza perdere identità. In questo senso, la sala assume un ruolo centrale: «C’è anche un grosso lavoro di comunicazione da parte del servizio in sala, che riesca a spiegare che le ricette provengono da un’azienda agricola toscana, biologica, in Valdarno. Quindi è un lavoro molto, molto complesso». Non si tratta soltanto di descrivere un piatto, ma di costruire un racconto coerente che accompagni l’ospite lungo tutta l’esperienza.

Il Borro Tuscan Bistro Elounda
Il Borro Tuscan Bistro Elounda

Il confronto con il bistrot Elounda a Creta mette in luce dinamiche differenti: «Tradizionalmente la gastronomia ha tante cose in comune. Una tra tutte è quella di stare a tavola a mangiare, che è un concetto che per noi sembra talmente semplice, ma quando si va in Paesi diversi diventa fondamentale». Qui il terreno culturale è più vicino e il lavoro risulta più fluido: «In Grecia lo stare a tavola viene vissuto in maniera naturale, quindi anche il training che facciamo, per esempio, a chi lavora e collabora con noi è molto più semplice, perché sono parole dirette». Questa differenza si riflette anche nella composizione delle brigate: «Per questo, per esempio, a Dubai abbiamo molte più persone che provengono dall’Italia o dall’Europa in generale nei punti più importanti: gli chef, i sous chef, i capipartita sono italiani, il direttore generale è italiano, gli chef de rang sono italiani». Un modo per mantenere saldo il controllo culturale e tecnico del progetto.

Clienti diversi, cucina diversa

Il tipo di clientela incide profondamente sulle scelte operative. «Su Dubai, dove il pubblico è da una parte molto internazionale e dall’altra magari locale, con una cultura molto radicata nella propria storia, noi dobbiamo trovare un equilibrio tra autenticità e la possibilità di accogliere più clienti possibili, facendoli sentire a casa loro». A questo si aggiunge la natura stessa della destinazione: «Dubai non è un luogo di vacanza, ma un luogo commerciale: è aperto tutto l’anno all’interno di un albergo, quindi c’è un pubblico estremamente variegato». Ne deriva un approccio più strutturato, continuo, senza stagionalità di flussi. In Grecia, invece, il ritmo cambia: «Abbiamo un pubblico di vacanzieri: cambia molto anche il tempo dello stare a tavola e abbiamo un contatto molto più diretto con l’ospite». Un contesto che consente una relazione più immediata e meno filtrata.

L'ecosistema de Il Borro

Nel cuore della Toscana, Il Borro rappresenta molto più di una semplice destinazione: è un ecosistema dove ospitalità, agricoltura, gastronomia e cultura convivono in un equilibrio armonico. Parte del prestigioso circuito Relais & Châteaux, la tenuta incarna un modello di ospitalità che unisce eccellenza, identità territoriale e sostenibilità.

  • Accoglienza - L’antico borgo medievale restaurato rappresenta il cuore dell’ospitalità diffusa della tenuta, con suite eleganti e ambienti dal fascino storico. L’offerta si articola tra le 40 suite del borgo, le Aie del Borro – ideali per famiglie e gruppi – e un sistema di ville immerse nella natura come la Dimora Storica, Villa Casetta a zero emissioni e Villa Mulino, pensate per garantire privacy e contatto diretto con il paesaggio. La stessa filosofia si estende a Viesca, dimora rinascimentale immersa nella campagna fiorentina, e a I Borrigiani, esperienza agrituristica che valorizza la vita rurale e le attività outdoor.
  • Azienda agricola - Il cuore produttivo è l’Orto del Borro, tre ettari coltivati secondo principi biologici certificati, dove varietà tradizionali toscane come il Pomodoro Costoluto Fiorentino, gli Zucchini di Fiesole e la Melanzana Fiorentina vengono preservate e valorizzate. La filiera si completa con farine da grani antichi, farro e grano saraceno, oltre a trasformati come salse e passate. La produzione include anche allevamenti ovini per il pecorino e apicoltura per il miele, in un sistema agricolo integrato e sostenibile che segue rotazioni, tecniche naturali e tutela della biodiversità.
  • Vini - La produzione vinicola (con i brand Il Borro e Pinino) nasce da un’attenta analisi del terroir, che assegna a ogni vitigno il terreno più adatto: il Sangiovese su suoli a base di galestro, il Cabernet Sauvignon su terreni sabbiosi e ciottolosi, il Merlot su argille calcaree, lo Chardonnay in alta collina e il Syrah su suoli alluvionali ricchi di scheletro. La vendemmia, come nella realtà di Pinino, è interamente manuale e prevede una selezione accurata dei grappoli già in vigna, per garantire qualità ed espressione aromatica.
  • Bar e ristoranti - L’offerta gastronomica è articolata in un sistema completo di esperienze. Il Tuscan Bistro rappresenta il format principale e si declina in più sedi: Il Borro Tuscan Bistro di Firenze, ristorante, wine bar e bottega affacciato sul lungarno; il Tuscan Bistro del Valdarno, cuore conviviale della tenuta; il Tuscan Bistro di Dubai, esportazione internazionale del concept; il Tuscan Bistro di Elounda, con vista mare e forte legame con le materie prime della tenuta; e il Tuscan Bistro di Viesca, immerso nella campagna fiorentina. Accanto a questo format, l’Osteria del Borro propone un’esperienza fine dining guidata dallo chef Andrea Campani, basata su ingredienti biologici della tenuta. Il Pomario offre una cucina più informale con pizza e proposte conviviali a bordo piscina. Il Borro Bar interpreta cocktail e aperitivi attraverso materie prime aziendali e una selezione di vini e distillati. Il Vincafè, nel borgo medievale, completa l’offerta con proposte leggere per colazioni, pranzi e aperitivi in un contesto rilassato.

Tra stagionalità e rispetto del luogo

Uno degli aspetti più delicati riguarda la gestione della stagionalità. «Sulla parte di Dubai è naturale un adattamento alla ricetta, perché non c’è stagionalità e non c’è la cultura della stagionalità». Un’affermazione che evidenzia una distanza culturale profonda: «In un posto così, dove le stagioni si dividono tra caldo e molto caldo, non c’è una grandissima differenza».

Il Borro Tuscan Bistro Dubai
Il Borro Tuscan Bistro Dubai

Da qui nasce la necessità di costruire strumenti di comprensione: «Cerchiamo di far capire la stagionalità con menu ad hoc, serviti solo in determinati periodi dell’anno: per esempio il menu dei carciofi fino a fine aprile, poi quello degli asparagi». Un lavoro progressivo, che mira a introdurre concetti non immediatamente familiari: «Così le persone piano piano si abituano a capire che esistono periodi dell’anno dettati dalle stagioni: la cucina italiana è questa». Accanto a questo, entrano in gioco anche scelte legate al contesto culturale: «A Dubai, invece, abbiamo fatto anche una scelta: non servire maiale, per una questione di rispetto della cultura del luogo». Un esempio concreto di come l’identità debba confrontarsi con il contesto senza irrigidirsi.

Una cucina contemporanea ed etica che non tradisca la tradizione

Nel modello descritto da Campani, la tradizione non viene messa in discussione, ma reinterpretata attraverso la tecnica. «Partiamo da tradizione, autenticità ed etica. Però dobbiamo comunicare con un mondo che non è più quello degli anni ’70 o ’80». Il principio è chiaro: mantenere il riconoscibile, aggiornando il modo di arrivarci. «La pappa al pomodoro ci deve essere, perché fa parte della nostra cultura, ma dobbiamo intervenire con metodi di cottura contemporanei. Noi non destrutturiamo niente: la pappa al pomodoro resta pappa al pomodoro, però cuociamo il pomodoro in maniera contemporanea, usiamo i grassi in modo corretto».

Il Borro Tuscan Bistro: la pappa al pomodoro
Il Borro Tuscan Bistro: la pappa al pomodoro

Il cambiamento riguarda soprattutto l’equilibrio: «Non è più la cucina degli anni ’70, dove serviva tanta energia: oggi è una cucina toscana di consapevolezza e piacere, più leggera». Anche piatti più strutturati seguono questa linea: «Per esempio il peposo, piatto molto carico, lo abbiamo adattato con cotture a bassa temperatura e un uso equilibrato di oli e spezie. La spezia oggi non deve più coprire un difetto, ma esaltare il prodotto».

Orgogliosamente toscani, ma bisogna andare oltre la regionalità

In un contesto globale dove l’offerta italiana è sempre più diffusa, il tema della riconoscibilità diventa centrale. «Più si stringe il cerchio, più si è riconoscibili». Una sintesi che chiarisce la direzione: «Oggi un ristorante italiano nel mondo non fa più notizia. La differenza la fa la profondità». Da qui la scelta di superare una lettura superficiale della regionalità: «Noi siamo andati oltre la regionalità: portiamo il nostro marchio, la nostra filosofia, i nostri ingredienti». Un’identità costruita su coerenza e continuità. Allo stesso tempo, Campani evidenzia alcune criticità ricorrenti: «Chi sbaglia è chi non tiene conto del contesto in cui apre o pensa che basti essere italiano». E aggiunge: «Oppure chi sottovaluta la cultura del Paese ospitante». Due elementi che, nella pratica, possono compromettere l’intero progetto.

Lo chef Andrea Campani
Lo chef Andrea Campani

Non tutti i piatti della tradizione italiana hanno la stessa capacità di viaggiare. «Per un toscano come me è difficile proporre il quinto quarto all’estero: c’è ancora diffidenza verso questi prodotti». Una questione culturale, prima ancora che gastronomica. Al contrario, alcuni piatti funzionano come linguaggi universali: «Lo spaghetto al pomodoro è intramontabile». Un riferimento semplice, ma capace di attraversare contesti e pubblici diversi senza perdere efficacia.

Materia prima senza compromessi

Alla base di tutto resta la qualità degli ingredienti. «Sulla materia prima non si può scendere a compromessi. La cucina italiana si basa su ingredienti semplici: conta la stagionalità e la qualità». Un principio che diventa ancora più rilevante all’estero, dove il rischio di standardizzazione è più alto. A questo si affianca il tema della formazione: «All’estero non sempre trovi cuochi con la nostra cultura, quindi facciamo training lunghi». Un investimento necessario per mantenere coerenza e continuità operativa.

Il buongiorno si vede dalla sala

Se la cucina definisce l’identità, è la sala a costruire l’esperienza. «Per me l’attenzione al cliente e al servizio è fondamentale: il 50% viene fatto in sala». Un’affermazione che ridimensiona il peso esclusivo della cucina. Il servizio diventa così un elemento narrativo: «Siamo molto attenti alla comunicazione, al linguaggio del corpo, alla scelta delle parole». Anche i gesti più semplici assumono valore: «Appena arrivi a tavola ti portiamo pane e olio: è un gesto estremamente italiano».

Chi è Andrea Campani

Nato nel 1977 a Montevarchi, nel cuore del Val d’Arno toscano, Andrea Campani cresce in un contesto in cui il cibo non è solo nutrimento, ma cultura, stagionalità e condivisione. Fin da piccolo sviluppa un legame profondo con la cucina del territorio, imparando a riconoscere il valore delle materie prime e il ruolo della tavola come momento di convivialità.

Dopo il diploma alla scuola alberghiera di Firenze, intraprende il suo percorso professionale in uno storico ristorante del Chianti. Qui si forma in una cucina fortemente radicata nella tradizione regionale, dove la qualità degli ingredienti è centrale e la stagionalità guida ogni scelta. È in questo contesto che matura una sensibilità particolare per la selezione delle materie prime e per il rapporto diretto con i produttori locali, elementi che diventeranno tratti distintivi della sua identità culinaria.

Il suo approccio si fonda su una ricerca costante: valorizzare il territorio attraverso i suoi prodotti, costruendo una cucina autentica ma in continua evoluzione, capace di raccontare una storia fatta di persone, stagioni e legami.

La coerenza interna è garantita da un lavoro costante: «Facciamo briefing continui, il menu non cambia senza che tutta la sala lo sappia». E l’esperienza viene pensata in modo complessivo: «La teatralità in sala è fondamentale: cucina e servizio devono andare insieme. L’esperienza deve essere completa: dalla musica, alle luci, fino a quello che metti in tavola. E quando arriva un ospite lo salutiamo sempre in italiano, proprio per trasmettere la nostra identità».

Il vino come elemento strutturale

All’interno di questo sistema, il vino non è un complemento, ma parte integrante dell’identità. «Per noi il vino è essenziale». Una scelta che, in alcuni contesti, ha richiesto anche una presa di posizione: «A Dubai all’inizio c’era un po’ di timore, ma noi abbiamo deciso subito che doveva essere protagonista». Il legame con la cultura di origine resta evidente: «In Toscana il vino è parte della cultura quotidiana». E si traduce in un’offerta ampia e coerente: «Abbiamo una gamma ampia: bianchi, rossi, tagli bordolesi, vinsanto».

Il Borro Tuscan Bistro: in carta ci sono anche i vini della Tenuta
Il Borro Tuscan Bistro: in carta ci sono anche i vini della Tenuta

Il vino entra così nella costruzione complessiva dell’esperienza: «Il vino fa parte della ricetta della ristorazione insieme a cucina e servizio». Anche nella definizione della carta si mantiene una linea chiara: «I nostri vini sono la prima scelta. Poi inseriamo anche prodotti del territorio locale, come a Creta, e grandi etichette internazionali. Ma il focus resta la nostra produzione e il territorio toscano».

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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