Sono le 13:15, la sala è piena, le comande escono, si stappano bottiglie, lo chef è concentrato, la brigata gira. Tutto va alla grande, le aspettative si elevano al cielo, si incominciano a pianificare i bonus e le vacanze alle Maldive. Poi arriva fine mese ed echeggia la frase più comune nel settore: “Abbiamo lavorato tanto… ma i soldi dove sono?”. Quasi sempre la risposta è lì, in due numeri che molti guardano troppo tardi: food cost e labor cost. Sommali e ottieni il prime cost. È la linea di confine tra un ristorante che produce margine e un ristorante che pedala a vuoto.
Il prime cost: la colonna vertebrale delle spese
Il prime cost è la somma delle due voci operative più grandi e più “manovrabili” in un esercizio commerciale:
- Food cost: quanto ti costa ciò che vendi (cibo e bevande, a seconda di come contabilizzi).
- Labor cost: quanto ti costa far funzionare il servizio (cucina e sala, con criteri coerenti mese su mese).
Il prime cost determina il margine reale dei ristoranti
In una riga:
Prime cost = Food cost + Labor cost.
Non è un numero per fare bella figura. È un termometro: ti dice se il tuo modello regge anche quando non “ti va bene” con il meteo, con le recensioni negative o con le giornate storte e con i tavoli vuoti. Le due dimensioni del prime cost vanno lette insieme. Il punto non è solo “quanto è alto”, ma da cosa è composto. Perché, se sbagli diagnosi, fai tagli ciechi: o abbassi qualità, o bruci il team, e il problema si ingigantisce con conseguenze inenarrabili.
Il food cost non è solo “colpa dei fornitori”
Quando il food cost sale, spesso la causa non è il listino del grossista. Nella mia esperienza, ne ho riscontrate spesso tre:
- porzioni a sentimento (due cuochi, due mani, due grammature)
- sprechi e perdite (scarti, errori, rotture, assaggi infiniti, piccole “sparizioni”)
- menu fermo mentre i costi si muovono (ingredienti su, prezzi e mix invariati)
Un esempio banale ma reale: se il piatto “firma” del tuo locale ha un costo che sale di 0,80€ e tu lo vendi 40 volte a settimana, restando immobile, stai lasciando sul tavolo 32€ a settimana. Non è tragedia. Ma in un mese sono 128€. In un anno, oltre 1.500€ su un solo piatto. E spesso non è uno solo.

Labor cost: quando “il personale costa troppo” è la diagnosi sbagliata
Se il labor cost sale, non significa automaticamente che hai troppi dipendenti. A volte significa che li stai usando male.
- Turni disegnati male (ore dove non servono, e carenza quando servono)
- Produttività bassa (pochi coperti per ora lavorata)
- Menu troppo lungo/complesso (linea lunga = più tempo, più errori, più stress)
Qui l’esempio è ancora più diretto: se in un servizio serale fai 60 coperti con 10 persone e lo stesso locale potrebbe farne 60 con 9 (perché hai semplificato la linea e ridotto i colli di bottiglia), non stai “tagliando un umano”. Stai ottimizzando il servizio al cliente.
Come si calcola? Un tuffo nella matematica
La formula è semplice. La parte difficile è mantenere la costanza nella maniera di calcolo.
Food cost
Il modo più corretto per calcolarlo è quello che molti evitano: l’inventario. COGS = Giacenza iniziale + Acquisti - Giacenza finale. Poi:
- Food cost % = COGS / Ricavi
Labor cost
- Labor cost % = Costo del lavoro / Ricavi
Il consiglio è di includere stipendi, contributi, ferie, tredicesime e non cambiare criterio ogni mese.
Prime cost
- Prime cost % = (COGS + Labor) / Ricavi
- oppure, più semplice: Food cost % + Labor cost %
Un esempio numerico (per capire davvero)
Immagina un ristorante che in un mese fa 100.000€ di ricavi.
- COGS (food + beverage): 32.000€ → food cost 32%
- Labor (cucina + sala): 30.000€ → labor cost 30%
Calcolare correttamente food cost e labor cost significa capire quanto margine resta davvero
Prime cost = 32.000 + 30.000 = 62.000€
Prime cost % = 62%
Cosa significa? Che prima di pagare affitto, energia, commissioni, manutenzione e tutto il resto, ti restano 38.000€. Ora mettiamo che i suddetti costi “altri” siano 30.000€. Ti restano 8.000€ di risultato operativo lordo. Se il mese dopo il prime cost sale di “solo” 3 punti (dal 62% al 65%), a parità di ricavi, hai bruciato 3.000€ che avresti potuto investire in ristrutturare e migliorare il tuo locale.
Qual è la massima percentuale di prime cost consigliata?
Non esiste un numero magico uguale per tutti (una pizzeria d’asporto non è un fine dining), ma esistono soglie operative utili:
- Sotto 55%: zona molto buona (se il resto è sotto controllo)
- 55-60%: zona sana, ma serve disciplina
- 60-65%: zona di rischio (basta un calo di volumi e vai sotto)
- Oltre 65%: quasi sempre emergenza (o aumenti ricavi, o ridisegni i costi, o entrambi)
La chiave non è inseguire “il numero perfetto”, ma capire che cosa sta spingendo quel numero: food o labor. Perché la cura cambia.
Le tre leve che fanno margine e profitto netto
Se la semplifichiamo al massimo, un locale commerciale del settore Horeca ha tre grandi leve per migliorare margine e profitto:
- Prime cost (food + labor)
- Altri costi operativi (affitto, energia, commissioni delivery, manutenzione, ecc.)
- Ricavi (prezzi, mix, scontrino medio, frequenza, turni)
Qui partiamo dalla prima leva perché è la più potente e “controllabile” nel breve: se metti ordine nel prime cost, crei ossigeno. E quando hai ossigeno, puoi lavorare meglio anche su ricavi e struttura.
Cosa deve fare un consulente strategico
Nel caso voglia farlo tu o contrattare un consulente strategico, non entrare a gamba tesa e “taglia i costi”. Prendi tempo, accumula dati, trasformali in informazioni e disegna una strategia a 18-24 mesi.
1) Diagnosi: distinguere segnale e rumore
- non un mese isolato: 8-12 settimane
- prime cost separato in food e labor
- top 20 ingredienti dei piatti più venduti
- ore per fascia oraria e produttività (coperti/ora)
2) Intervento: poche leve, ma chirurgiche
- Food: analisi ricette (porzionatura standard), inventario minimo, riduzione sprechi, menu engineering sul margine reale
- Labor: turni ridisegnati, semplificazione linea, ruoli chiari, eliminazione tempi morti
L’obiettivo è abbassare prime cost senza distruggere qualità e senza trasformare la brigata in un reparto understaffato.
Ridurre il prime cost richiede metodo
3) Governance: fare in modo che non risalga dopo due mesi
Bisogna implementare una struttura di controllo costante basata su numeri reali:
- creare una tabella con i principali obiettivi di performance
- revisarne l’andamento con il management con una cadenza settimanale
- stabilire regole: chi decide cosa, quali soglie attivano azioni
Conclusione
Il prime cost non è un numero “da controller”. È la percentuale che racconta come stai lavorando: quanto ti costa vendere ciò che vendi. Se scende di due punti, te ne accorgi nell’utile. Se sale di due punti, lo stress aumenta. E la cosa più importante è questa: non si migliora con un taglio, si migliora con una strategia. Se vuoi capire dove il tuo prime cost sta “scappando”, scrivimi a kairosgoodfriend@gmail.com con oggetto “Italia a Tavola - Prime Cost” e scrivimi la percentuale del prime cost. Per le prime 5 richieste, facciamo 30 minuti insieme e disegniamo tre azioni immediate, già dalla prossima settimana, per migliorare il margine.