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lunedì 25 maggio 2026  | aggiornato alle 06:19 | 119390 articoli pubblicati

Nuovi format dei bar: sono davvero il futuro o faranno la fine delle pokerie?

Il settore bar e ristorazione mostra un problema strutturale: molti locali nascono da ispirazioni internazionali ma restano fermi all’estetica senza comprenderne il sistema profondo. Speakeasy, listening bar e format nordici diventano copie superficiali che non reggono nel tempo e perdono identità. Solo i progetti con una visione chiara, coerente e autentica riescono a superare l’effetto novità e costruire valore nel lungo periodo

25 maggio 2026 | 05:00
Nuovi format dle bar: sono davvero il futuro o faranno la fine delle pokerie?
Nuovi format dle bar: sono davvero il futuro o faranno la fine delle pokerie?

Nuovi format dei bar: sono davvero il futuro o faranno la fine delle pokerie?

Il settore bar e ristorazione mostra un problema strutturale: molti locali nascono da ispirazioni internazionali ma restano fermi all’estetica senza comprenderne il sistema profondo. Speakeasy, listening bar e format nordici diventano copie superficiali che non reggono nel tempo e perdono identità. Solo i progetti con una visione chiara, coerente e autentica riescono a superare l’effetto novità e costruire valore nel lungo periodo

25 maggio 2026 | 05:00
 

Esiste una dinamica che il settore conosce bene ma evita di dichiarare apertamente. Un operatore viaggia, osserva, studia. Entra in locali a Londra, Copenhagen, Tokyo. Li vive da ospite. Ne capisce l’estetica, il ritmo, la carta cocktail; parla con qualcuno del team; compra il libro del fondatore. Poi torna in Italia e apre lo stesso posto. Non è pigrizia. Spesso è il risultato di un percorso serio, condotto da persone preparate e motivate. Ed è esattamente qui il problema: non è un errore individuale. È un limite strutturale. Il nemico non è l’incompetenza, è la mezza comprensione travestita da visione.

Un classico pub di Londra, dall'atmosfera facilmente riconoscibile
Un classico pub di Londra, dall'atmosfera facilmente riconoscibile

Ho visto questo meccanismo da vicino più volte. Un brief di apertura costruito per intero sull’estetica di un locale straniero. Un team formato sulle procedure senza mai aver risposto alla domanda più elementare: perché esiste questo posto? Quasi nessun concept bar copiato ha quel documento il briefing interno che spiega al personale l’identità profonda del locale. Ha il manuale operativo, si fa per dire, ma non ha il perché. E senza un perché, il team non sa cosa difendere quando arriva la prima difficoltà.

Quello che il settore non racconta

Il settore ha un problema di memoria selettiva. Celebra le aperture, dimentica le chiusure. Lancia i concept, non torna a verificarli. La stampa di settore, questa rubrica inclusa, ha contribuito a costruire un’equazione implicita: aprire un concept è già una notizia. L’estetica è già un fatto editoriale. Il risultato è che il mercato ha imparato ad aprire, non a sopravvivere. Nessuno racconta cosa succede al mese diciotto.

Spesso nei locali ci si concentra troppo sul festeggiare un'apertura
Spesso nei locali ci si concentra troppo sul festeggiare un'apertura

Quando l’effetto novità è finito, il team iniziale si è già disperso per metà, e il pubblico ha smesso di venire per curiosità senza aver trovato un altro motivo per restare. Quello è il momento in cui un concept dimostra se esiste davvero. Quasi nessuno è lì a guardare. E chi c’è, preferisce non scriverne.

Ispirazione e copia: la distinzione che il settore non fa

L’ispirazione è necessaria. Nessun grande locale nasce nel vuoto. Il Nottingham Forest di Milano si è ispirato ai pub caraibici e ai bar di New York. L’Antiquario di Napoli si è ispirato ai grandi hotel bar internazionali che Alex Frezza aveva frequentato da ospite e da professionista. Il Jerry Thomas di Roma si è ispirato alla cultura americana del cocktail classico. Nessuno ha inventato nulla dal nulla. Tutti hanno studiato qualcosa in profondità, i processi operativi, il modello economico, la cultura del personale, il pubblico specifico per cui quel format era stato pensato e poi hanno costruito una risposta che aveva senso nel loro contesto specifico. Unica e riconoscibile. Questo si chiama ispirazione. È il processo corretto.

L'interno del Nottingham Forrest di Milano
L'interno del Nottingham Forrest di Milano

Il problema inizia quando l’ispirazione si ferma all’immagine. Quando il processo di comprensione si interrompe prima di arrivare al contenuto. Quello che rimane è la superficie visiva di qualcosa che era stato costruito per ragioni molto più profonde. Quella non è ispirazione. È campionamento senza comprensione. La differenza non è etica, è strutturale. Il locale ispirato ha qualcosa di proprio sotto l’estetica presa in prestito. Togli l’estetica e rimane un sistema, una domanda, una ragione d’essere. Il locale copiato non ha niente di proprio. Togli l’estetica e rimane un locale vuoto con luci soffuse.

I format, i comportamenti e il meccanismo

Lo speakeasy

A Roma si contano oggi oltre trenta speakeasy. Nella World’s 50 Best Bars c’è il Jerry Thomas quello del 2010, il primo, l’originale. Trenta locali con la stessa promessa. Uno solo con il risultato internazionale. Il Jerry Thomas è sopravvissuto non per la porta nascosta, ma perché dietro quella porta c’è una visione precisa della miscelazione classica, un sistema di formazione, una cultura condivisa dal team. Gli altri hanno la stessa porta. Ma non hanno visione.

Il Jerry Thomas di Roma, emblema dello Speakeasy
Il Jerry Thomas di Roma, emblema dello Speakeasy

Il 1930 di Milano, primo speakeasy milanese, 50° posto nella World’s 50 Best Bars nella classifica 2024, annunciata nell’ottobre di quell'anno, fa la cosa più controcorrente del settore italiano degli ultimi anni: smonta tutto deliberatamente. Cambia sede, abbandona l’estetica anni Trenta, smette di essere un secret bar, riparte con una cocktail list gastronomica completamente nuova. Flavio Angiolillo e Benjamin Cavagna lo hanno dichiarato senza ambiguità: il modello speakeasy aveva bisogno di essere ripensato, e loro lo hanno fatto prima che qualcun altro li costringesse a farlo. Questa è la mossa che solo chi ha costruito qualcosa di reale può permettersi. Chi ha solo un’estetica non può reinventarsi, non ha niente di vero da cui ripartire.

Cosa non funziona

Lo speakeasy prenotabile su app di massa, con l’indirizzo completo su Google Maps e le foto dell’interno su ogni guida online. L’ingresso nascosto esiste per creare tensione e complicità reale. Quando quell’ingresso è accessibile a chiunque con un telefono, è teatro finto. L’ospite lo capisce alla seconda visita, spesso già alla prima. Il locale rimane aperto perché funziona il sabato sera. Il martedì racconta un’altra storia, triste.

Il listening bar

Il format nasce in Giappone negli anni Sessanta come rito sonoro: jazz kissa, impianti hi-fi d’autore, pubblico che viene specificamente per ascoltare. Non è un bar con la musica. È una sala d’ascolto con il bancone. A Milano, dal 2023, si è registrata una proliferazione documentata di listening bar: le mappe pubblicate dalla stampa di settore ne censiscono oltre una decina di nuove aperture nel solo biennio 2023–2024. Gambero Rosso ha già sollevato pubblicamente la domanda: sono la nuova tendenza come le pokerie nel 2018? Le pokerie erano buone. Erano anche 820 in Italia nel 2022, quasi il doppio dell’anno precedente. E la maggioranza degli indipendenti non ha resistito alla saturazione del format senza identità propria.

Il Move On di Firenze, un listening bar con annessa consolle per dj e anche uno store di vinili
Il Move On di Firenze, un listening bar con annessa consolle per dj e anche uno store di vinili

Move On a Firenze esiste dal 2014, ben prima che il listening bar diventasse una tendenza italiana. Lubna a Milano è stato costruito con una visione precisa intorno alla cucina alla brace e alla miscelazione ed ha già vinto il premio Apertura dell’Anno di Identità Golose 2025. Questi non sono listening bar perché era il momento giusto. Sono listening bar perché hanno una ragione precisa per esserlo.

Cosa non funziona

Il listening bar con il dj set il giovedì e il giradischi in vetrina. Non ogni locale con un buon impianto audio è un listening bar, esattamente come non ogni locale con una porta nascosta è uno speakeasy. Quando il format diventa estetica senza cura reale, senza un punto di vista sulla musica, senza un pubblico che viene specificamente per ascoltare, quello che rimane è un cocktail bar con delle buone casse.

Il cocktail bar "nordico"

Il modello scandinavo nasce dove il rapporto con l’alcol è formale e il bar è uno spazio di precisione tecnica quasi monastica. Pochi cocktail, rigore, un silenzio che è parte integrante dell’esperienza. Non è freddezza: è una scelta culturale precisa, coerente con un contesto in cui uscire a bere è un atto deliberato, quasi cerimoniale. Importato in Italia senza adattamento, in città dove il bar è storicamente spazio di socialità rumorosa e spontanea, produce un cortocircuito che nessuno sa nominare. Le recensioni diranno “bella atmosfera, servizio un po’ freddo”: frase che il titolare leggerà senza capire che descrive esattamente l’errore di progettazione.

Nei paesi scandinavi il rapporto con l'alcool, e quindi la filosofia dei locali, è molto più formale
Nei paesi scandinavi il rapporto con l'alcool, e quindi la filosofia dei locali, è molto più formale

Non è un problema di personale. È un problema di premessa: hai costruito uno spazio che chiede a un pubblico mediterraneo di comportarsi come se fosse a Oslo. Il pubblico mediterraneo non lo farà. Verrà una volta, apprezzerà l’estetica, e non tornerà. Il format nordico funziona in Italia solo quando viene attraversato da una lettura locale precisa, un punto di vista sulla miscelazione che sia riconoscibilmente di qui, un pubblico che viene per quello, non per l’arredamento in rovere chiaro. Senza quella traduzione, non è rigore. È distanza. E la distanza, in un bar italiano, è sempre un errore commerciale prima ancora che culturale.

Il terzo posto

Il concept nasce da una necessità sociale reale e da un modello economico preciso: permanenza lunga, consumazione contenuta, rotazione lenta ma volume costante nel tempo. È un ecosistema, non un arredamento. A Seattle o a Melbourne funziona perché il modello di pricing, il costo al metro quadro e le abitudini di consumo lo sostengono. In Italia viene replicato nell’estetica; divani, prese di corrente, luci calde; senza il sistema economico che lo regge.

In Italia alcuni locali vengono concepiti con arredamenti che invitano a soste molto lunghe, senza che però questo modello sia davvero economicamente sostenibile
In Italia alcuni locali vengono concepiti con arredamenti che invitano a soste molto lunghe, senza che però questo modello sia davvero economicamente sostenibile

Sei mesi dopo l’apertura il titolare inizia a guardare con fastidio chi occupa un tavolo per più ore con un cappuccino. Non è un errore di gestione. È un errore di progettazione: hai costruito uno spazio che invita a restare e un conto economico che ha bisogno che le persone se ne vadano in fretta. Non si corregge in corsa. Si paga per intero.

Quello che l’ospite non vede ma percepisce sempre

L’ospite non entra in un locale pensando “questo è un format copiato male”. Non ha gli strumenti analitici per dirlo. Ma ha qualcosa di più preciso: un sistema sensoriale naturale molto calibrato per rilevare la coerenza. Quello che percepisce è una dissonanza sottile tra l’estetica e il contenuto. Il locale sembra un posto con una storia, ma quella storia non regge alla seconda domanda. Chiedi al bartender da dove viene la ricetta del signature cocktail e ottieni una risposta generica. Chiedi perché l’ingresso è nascosto e nessuno sa risponderti davvero. Chiedi al team cosa rende unico questo posto e vedi esitazione.

L’ospite non sa nominarlo. Ma lo sente. E quella sensazione, difficile da articolare, impossibile da ignorare è esattamente quello che lo porta a scrivere una recensione ambivalente: “Bella location, atmosfera ottima, ma mancava qualcosa”. Frasi che il titolare legge senza capire, perché il sabato sera il locale è pieno e tutto sembra funzionare. Il problema è che la fedeltà non si costruisce con il sabato sera. Si costruisce con il martedì. Con la quarta visita. Con il momento in cui l’ospite porta qualcuno che non conosce il posto e deve spiegare perché ci tiene ad andare proprio lì. Un locale senza identità reale non dà mai all’ospite quella risposta. E l’ospite, prima o poi, smette di cercarne una.

Nel prossimo episodio: i nomi di chi ha costruito davvero, con i fatti. E tre domande che quasi nessuno si fa prima di aprire.

© Riproduzione riservata STAMPA

 
 
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